venerdì 17 novembre 2017

Recensione: Strade di notte, di Gajito Gaznadov



Per chi già ha conosciuto ed amato Gajito Gazdanov in “Incontrarsi a Parigi”, in questo romanzo troverà la riconferma del suo grande talento letterario, che oggi grazie all’opera della casa editrice Fazi sta tornando alla luce. Gazdanov ha una vicenda molto particolare alle spalle, che vale la pena ricordare anche per comprendere meglio l’anima  delle sue opere. Nacque a San Pietroburgo agli albori del 1900, e dopo aver trascorso la giovinezza in Siberia ed Ucraina prende parte alla guerra civile russa arruolandosi nelle file dell’armata bianca. Nel 1920, in seguito alla sconfitta dei controrivoluzionari, fu costretto all’esilio e si rifugiò a Parigi. Qui Gaznadov conduce un’esistenza precaria, svolgendo innumerevoli lavori che non gli permisero mai di coltivare a tempo pieno il suo talento letterario. Tra le varie mansioni che svolse in gioventù  vi fu anche quella di tassista notturno, e sarà  proprio questa l’esperienza da cui  trarrà ispirazione per comporre “Strade di notte”. Le strade che ripercorre scrivendo sono quelle che una notte dopo l’altra l’hanno portato ad attraversare  il cuore nero di Parigi, quello popolato da miserabili e reietti, prostitute ed alcolizzati cronici capaci di sperperare tutto il guadagno di un mese  in un solo night club. La città vista attraverso i suoi occhi è nuda e scarna, è una giostra che ha finito la sua corsa e che non ha nulla del fascino de La Ville Lumière. E’ un altro sguardo quello che  ci offre Gaznadov, forse più sincero, sicuramente del tutto impermeabile alle suggestioni che Parigi offre ai suoi avventori. E’ uno sguardo distaccato, intriso di una invincibile nostalgia per la sua amata Russia che lo accompagna costantemente, fino a quando giunge l’ora di caricare anche l’ultimo vagabondo di Les Halles. Prima di prendere la licenza come tassista Gaznadov lavorò nella fabbrica della Renault per qualche tempo, ma dopo poco si licenziò perchè non riusciva a sopportare  quell’esistenza da topo in gabbia, fatta di giornate sempre uguali, scandite dal suono della sirena ed inframmezzata da qualche sigaretta fumata insieme ai colleghi. Non riusciva a comprendere come facessero gli altri  operai a trascorrere una vita intera in quelle condizioni di staticità e di monotonia  che tanto facevano a cazzotti con la sua natura curiosa e ricca di sfumature. Il lavoro di tassista notturno gli permetteva se non altro di entrare in contatto con altri esseri umani, uomini e donne sull’orlo del baratro che però muovono qualcosa dentro di lui. Sono, in fondo, i molti  riflessi di sè stesso, la compagnia perfetta per la sua solitudine, una  consolazione alla sua tristezza di esule.  Gaznadov riconosce nelle loro storie in bilico una disperazione che li è familiare,  in grado di donargli un conforto di cui ha assoluto bisogno. Non è necessario ascoltare le loro storie per conoscere le loro vite, non sempre: all’autore basta soffermarsi ad osservare i loro visi erosi dal tempo, inespressivi, rassegnati a non avere più prospettive, capaci solo di vivere il momento con un’intensità spaventosa, al tempo stesso tragica ed affascinante.
Qualcuno inevitabilmente attira più di altri la curiosità dell’autore, spingendolo a cercare la loro compagnia anche quando la corsa finisce: è così per la Raldi, una prostituta ormai sul viale del tramonto che ai tempi de La Belle Epoque era la più desiderata di Parigi, corteggiata da uomini ricchi e potenti, a cui ora non resta che qualche misero orpello a ricordarle i fasti di una vita passata.  E poi c’è Platone, un alcolizzato che Gaznadov incontra praticamente tutte le notti, alcune volte per caso, altre per scelta: è un uomo colto, che ama parlare di filosofia e che non ha nessuna speranza di redimersi. Forse, nemmeno la cerca. Una donna ed un uomo allo sbando, loro come  tanti altri che Gaznadov osserva dallo specchietto retrovisore, o sul ciglio della strada mentre aspettano di essere trascinati ancora un po’ lungo le strade buie dei quartieri suburbani. Ogni notte queste creature incosapevolmente umane cercano la forza per andare avanti dissolvendosi tra bettole fumose e squallidi caffè, prima che il giorno li respinga ancora una volta nei bassifondi, inchiodati all’angolo dallo sguardo impietoso della gente perbene. Il senso di questo romanzo è tutto qui: offrire a noi lettori una prospettiva diversa, aiutarci a comprendere come la vita sia spesso attraversata da un gomitolo di strade malamente illuminate, come quelle che percorre lui ogni notte, così diverse dai lussureggianti boulevard del centro, ma non per questo meno degne di essere percorse. Ognuno dei suoi avventori ha una storia alla spalle che merita di essere raccontata ed ascoltata, da cui trarre profondi insegnamenti a dispetto delle apparenze: quello che Gaznadov impara, e noi lettori  con lui, non è altro che la vita stessa, con i suoi percorsi tortuosi, i suoi successi e le sue rovinose cadute, spesso annunciate ed inevitabili, alle quali assistiamo impotenti.

” Ricordo in eterno il viso di una donna che ho incrociato una volta soltanto, tengo a mente per anni emozioni e pensieri di una singola giornata. L’unica cosa che dimentico con facilità sono le formule matematiche, le trame e i contenuti dei libri e manuali letti nel tempo. Le persone, invece, le ricordo tutte quante, anche se la stragrande maggioranza di loro non ha avuto alcun ruolo nella mia esistenza “


TITOLO: STRADE DI NOTTE
AUTORE: GAJITO GAZNADOV
CASA EDITRICE: FAZI
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017
PAGINE: 200

lunedì 13 novembre 2017

Recensione: Profumi perduti, di Charlotte Link - Tea Edizioni


"Profumi perduti" è il secondo episodio di una saga familiare pubblicata da Charlotte Link diversi anni orsono. Acquistai compulsivamente tutti e tre i volumi perché Charlotte Link è tra le mie autrici preferite, ed ero praticamente certa che mi sarei buttata a capofitto in una storia affascinante e bellissima, a cui avrebbe fatto da sfondo quasi un secolo di storia europea. Bene! Cosa volere di più? Ed invece quella prima lettura si rivelò un mezzo fallimento: Venti di tempesta, a parte la perfetta trasposizione letteria degli avvenimenti storici che tessono i fili della trama, c'era poco altro di interessante. In particolare la protagonista, una giovane tedesca dell'alta borghesia, mi era rimasta letteralmente indigesta. Felica Donnelly, rampolla arrogante ed egoista, mi era parsa la copia mal riuscita della più grande eroina romanzesca di tutti i tempi: Rossella O'Hara. Questo parallelismo, sicuramente voluto dall'autrice, non ha reso giustizia alla sua protagonista, anzi, trovo che l'abbia penalizzata come non mai. Contesa da due uomini estremamente diversi tra loro, è anticonformista e caparbia al limite del sopportabile, ma ha in dote un grande fascino grazie al quale riesce a soggiogare una quantità di uomini imbarazzante per quei tempi. Tutti, indistintamente, sono pronti a stenderle il tappeto rosso quando noi lettori vorremmo invece solo  prenderla a schiaffi.
Ogni volta che il suo sex appeal aggancia il malcapitato di turno, la Link insiste noisamente ed inutilmente sulla descrizione dei suoi occhi grigi e freddi: talvolta sono  come l'acciaio, altre come il mare in burrasca, altre ancora come canne di fucile pronte a sparare, e chi più ne ha più ne metta. Sono il tratto distintivo delle donne della famiglia Donnelly, e come tale ce lo porteremo dietro anche nel seguito che mi accingo a recensire. E, se tanto mi da tanto, anche nel terzo episodio della saga troveremo sicuramente qualche donna della famiglia che ci ammorberà coni suoi straordinari occh.
Questo secondo episodio, che mi ero ripromessa di non leggere ma che invece dopo anni ho deciso di affrontare, non ha deluso le mie aspettative di partenza, che erano per l'appunto medio basse. Lo scenario storico logicamente è cambiato, gli anni sono passati e ritroviamo Felicia nel pieno della sua maturità. Ha 42 anni, è madre di due figlie grandi, Susanne e Belle, ed entrambe l'hanno resa nonna. L'attenzione ora si sposta da Felicia alle figlie, in particolare Belle sembra essere la sua copia esatta: possiede infatti lo stesso fascino ambiguo della madre, la stessa freddezza e lo stesso egoisimo e, soprattutto, gli stessi occhi grigi (aridaje) che faranno capitolare una nuova generazione di uomini. Susanne sposa un membro delle SS e pare priva di una volontà propria, ragione per cui resterà molto marginale alla storia. Ottenebrata dalla propaganda nazista del marito non si rende  pienamente conto di cosa significhi servire il Furher. Cercherà fino alla fine di dare al marito a alla Germania un figlio maschio,  invece partorirà tre femmine una dietro l'altra  e sarà vittima di un matrimonio infelice. Belle invece sposa Max, un attore berlinese, ma a pochi mesi di distanza dal matrimonio si invaghisce di Andreas, imprenditore senza scrupoli bello e dannato che diventa il suo amante.  Belle a differenza della sorella ha un carattere fiero ed indomito, e pertanto destinata a diventare la protagonista principale del romanzo:  a lei viene affidato lo scomodo ruolo di eroina ribelle e volitiva, tenace e battagliera. Non solo Belle è identica alla madre fisicamente e caratterialmente, ma la Link le costruisce via via un vissuto che è praticamente il copia incolla di quello di Felicia. Ma perché? Non si poteva trovare qualcosa di diverso per Belle, che di mestiere fa l'attrice e non l'imprenditrice? Niente da fare, tocca rivivere le stesse scene di passione amorosa, di struggimento interiore e di sentimenti dilaniati, con questi occhi grigi che ogni tre per due saltano fuori a perseguitarci. Un altro appunto che sento di dover fare mio malgrado è l'inusitata lunghezza di alcune pagine nient'affatto funzionale alla storia, utili  solo ad allungare il brodo e a dilatare la tensione degli avvenimenti che ne fanno da sfondo. Con duecento pagine in meno avrebbe avuto un ritmo più incalzante, le melensaggini sarebbero state ridotte al minimo indispensabile ed i continui richiami alla felicità domestica di Lullin,  la splendida tenuta di famiglia  situata nella Prussia Orientale a cui Felicia e le sue figlie sono così legate, sarebbero stati decisamente più godibili e meno stucchevoli. I paesaggi della campagna prussiana sono descritti in modo impeccabile, ma la troppa insistenza fa perdere pathos ai ricordi felici  di Felicia e delle sue figlie. Lullin rappresenta la bellezza autentica, la spensieratezza, la pace e la quiete interiore a cui sempre si poteva fare ritorno, ma i tempi sono cambiati irrimediabilmente e  l'orrore della guerra travolgerà anche quell'ultimo baluardo di felicità, portandosi via la storia di una famiglia intera. Una storia che Felicia, tornata protagonista verso la fine del romanzo, proverà a ricostruire grazie al suo spirito battagliero ed indomito, fiaccato dagli eventi ma ancora animanto da una  fiammella di speranza.
La Link è un'autrice da dieci e lode e lo dimostra anche in questo romanzo, nonostante le evidenti falle e tutte le critiche che si possono fare. Il suo stile è sempre una garanzia,  sa creare vere e proprie magie letterarie e da vita a personaggi che, antipatia o simpatia a parte, sembrano donne e uomini in carne ed ossa, con la loro inconfondibile fisionomia, la loro accurata costruzione psicologica e il proprio vissuto. Non sono figure statiche, ma seguono una loro evoluzione e non tradiscono mai la loro natura: questo è un aspetto importante, perché è l'unico elemento che è in grado di conferire verosimiglianza ad una saga familiare e che permette al lettore di immedesimarsi in tutto e per tutto. Anche l'ambientazione è molto ben riuscita, con una  ricostruzione storica da applauso.  Senza dubbio è stato questo aspetto a farmi apprezzare un romanzo che tutto sommato non ha nulla di eccezionale, trasportata dalla tensione e dalla drammaticità degli eventi bellici. Sono diversi i personaggi che incontriamo proseguendo con la lettura, ed ognuno di loro ha un ruolo ed un approccio differente rispetto a quello che sta accandendo a Berlino: Felicia non prende mai posizioni ufficiali ma detesta Hitler e si rifiuta di eseguire il saluto nazista, nonostante il genero sia un importante membro del Reich. Segue la sua indole e fa quello che ritiene giusto, offrendo riparo ad ebrei fuggiaschi e tacendo su quello che sa. Il suo ex socio in affari si adopera per offire loro passaporti e lavoro oltre oceano, in modo che possano fuggire negli Stati Uniti, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Max, il marito di Belle, sarà costretto a partire per la campagna di Russia, assistendo con i propri occhi all'orrore dentro l'orrore, partecipe di una sconfitta di cui in Germania non si doveva parlare e che gli lascerà strascichi terribili. C'è poi Claire, una giovane e mite donna francese che, dilaniata per la morte del figlio ad opera dei tedeschi, diventerà una partigiana e troverà la sua ragione di vita nell'eccidio del suo nemico. Le voci narrative si elevano molteplici durante il racconto, dando risalto ad un aspetto della guerra di cui forse si parla poco nei libri di storia: per la prima volta infatti mi è capitato di ascoltare il punto di vista del popolo oppressore, di una germania vittima anch'essa della follia di Hitler nonostante fosse la culla dell'orrore nazista. Uomini costretti ad assecondare i deliri di onnipotenza di un pazzo, dati in pasto all'inverno russo senza nessuna concreta possibilità di vincere, una Berlino che da quartier generale del terzo Reich si trasforma in un ammasso di cenere, dilaniata dalle bombe, ferita a morte nell'anima. Questa è la parte migliore del romanzo, ed è quella per la quale vale la pena leggerlo, nonostante le continue digressioni sugli occhi grigi delle donne di Lullin e le primavere prussiane.



TITOLO: PROFUMI PERDUTI
AUTORE: CHARLOTTE LINK
CASA EDITRICE: TEA
PAGINE: 521

venerdì 3 novembre 2017

Recensione: La finestra dei Rouet, Georges Simenon - Gli Adelphi





Sono completamente soggiogata dal fascino dei romanzi di Georges Simenon. E’ come una droga, ne finisco uno e subito mi viene voglia di leggerne un altro, desiderosa di farmi trasportare ancora da quell’onda emotiva che solo la sua penna è in grado di creare. E’ difficile oramai aggiungere aggettivi per descrivere la bravura di Simenon, perché anche la parola “capolavoro” ha un suo limite, ed in questo romanzo secondo me l’ ha  ampiamente superato.  Non ci si deve aspettere una grande trama, ma questo i lettori affezionati di Simenon oramai l’hanno  capito; è un consiglio che mi sento di dare piuttosto ai novizi, a coloro che per la prima volta affrontano una lettura simile oppure a chi non ha ancora compreso l’intima natura di questo scrittore. La forza dei suoi romanzi non sta nelle vicende narrate, sempre ridotte all’osso, ma nell’accurata introspezione psicologica dei suoi protagonisti. Le descrizioni fisiche sono rarissime eppure quasi sempre abbiamo la netta percezione delle fisionomie dei suoi personaggi, ed una chiara visione del mondo che abitano: attraverso descrizioni affilate e precise come la lama di un bisturi, Simenon concentra l’attenzione sugli sguardi, sulla gestualità, su rituali quotidiani che rivelano molto più di quello che potrebbero fare le parole. Sembrano quasi schizzi a matita su un foglio bianco, linee pulite ed essenziali che racchiudono il significato di una vita intera, uomini e donne con il loro vissuto, il loro presente, schiavi di desideri irrealizzati e di pensieri incoffessabili. I protagonisti di Simenon sono sempre tormentati, malinconici ed irrisolti ma al tempo stesso fremono di vita e di passione, hanno l’urgenza fisica degli amanti ma potrebbero passare ore ad osservare la pioggia battente dall’interno di un bistrot, senza nemmeno guardarsi negli occhi. Ecco, non so se ho reso l’idea di chi andiamo ad incontrare leggendo Simenon. Sicuramente è facile immedesimarsi nelle sue storie, perchè parla di sentimenti universali che travalicano le mode, e per questo destinati a restare immortali. In fondo sono tutti romanzi risalenti agli anni quartanta, eppure non c’è nulla nella struttura narrativa che resti vincolato ad un’epoca e a quella soltanto. Sono pagine in movimento, si adattano alle nostre sensazioni, si insinuano nel nostro vissuto, empatizzano con i nostri pensieri e nessuno farà mai caso se si parla di telefoni a gettoni, di cappelli grigi e di soprabiti bagnati di pioggia in attesa dell’ultimo taxi notturno.  I dettagli resteranno di secondaria importanza, si trasformeranno in oggetti  più moderni, ma continueranno a trascinarci con la stessa forza narrativa dentro la storia. Questo romanzo parla di solitudine, uno stato d’animo che tutti conosciamo, il più universale dei sentimenti. La protagonista è Dominique, una donna di quarant’anni con un passato infelice ed un presente fatto di povertà e di abbandono. Si sente già vecchia, eppure il suo corpo ancora vergine trasuda di desiderio e di carezze, come quelle che osserva con un misto di invidia e repulsione spiando dal buco della serratura la giovane coppia di sposi ai quali è stata costretta ad affittare una camera del suo appartamento. Indossa da anni lo stesso vestito ormai logoro e trascorre le sue giornate tre le pareti della casa paterna, tra una faccenda domestica e l’altra  e rare uscite fugaci. Suo padre era un generale dell’esercito, un uomo coriaceo e severo che Dominique non ha mai amato ma che ha dovuto accudire per anni prima che morisse. Ha cominciato così a costruirsi la sua prigione, sacrificando la sua giovinezza alle cure di un moribondo, sgusciando fuori dalla vita reale giorno dopo giorno. Il lascito paterno l’ha sperperato al gioco, ed ormai da due anni versa in uno stato di indigenza che non le permetterebbe di godersi la vita nemmeno se lo volesse. Ma cosa vuole Dominique in realtà? Si sente morta dentro, sfiorita, vecchia, insignificante…eppure. Eppure qualcosa cova sotto la cenere, una fiamma debole, un analito di vita quasi impercettibile che però la mantiene a galla, incitandola  a compiere azioni riprovevoli. Come quella di spiare l’intimità dei suoi  affittuari, o dei suoi dirimpettai, i signori Rouet. La finestra del suo appartamento si affaccia su un palazzo signorile, abitato da famiglie benestanti. Di fronte a lei ci sono i giovani Rouet, Antoinette e Hubert, vent’anni di differenza e una vita matrimoniale infelice. Hubert ha solo quarant’anni ma è molto malato, e i vecchi Rouet, che abitano al piano di sopra, gestiscono la vita della coppia come se fosse qualcosa di loro proprietà. Un giorno, mentre come di consueto Dominique osserva indisturbata i suoi dirimpettai, vede qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Hubert muore in seguito ad una crisi respiratoria, e da quel giorno tutto cambia irrimediabilmente. Dominique comincia ad essere ossessionata dalla giovane vedova, spia ogni suo movimento, ogni suo spostamento, ogni espressione del suo viso. Quello che all’inizio era una specie di gioco, una curiosità innocente,  si è trasformato in qualcosa di perverso e morboso che le  implode dentro,  lo stesso miscuglio di sensazioni rabbiose ed eccitate che prova quando sente i mugolii degli amanti nella stanza accanto. Antoinette, così giovane ed esuberante, così innamorata della vita, così femmina e sensuale diventa per  Dominique quello che lei non ha mai avuto il coraggio di essere. Si immedesima in lei, vive la sua vita, la pedina senza preoccuparsi di essere notata, anzi: vorrebbe che lei la riconoscesse, che le si avvicinasse, che le rivolgesse almeno una volta parole complici…perchè Dominique sa cosa è successo in quella stanza, sa che la morte di suo marito non è stata casuale. Il finale sarà inevitabile, prevedibile forse fin dalla prive pagine, ma non privo di emozione. Un destino che si compie tragicamente, una vita vissuta e terminata nella solitudine più desolante, perché ancora più desolante di un uomo solo c’è una donna sola. Una storia che mi è entrata dentro come un pugno, perchè più volte mi sono rispecchiata nei suoi gesti, nei suoi pensieri intrisi di malinconia, in quel senso di vuoto interiore contro cui non si può combattere. Perchè ci si può ribellare al dolore, ma al nulla no. Ha risvegliato in me sensazioni che avevo dimenticato, ricordandomi quanto labile e sottile sia il filo che tiene insieme i cocci di ognuno di noi, pronti a frangersi come cristallo non appena cadiamo vittima di storie sbagliate.
Mentre la solitudine di Dominique  ci soffoca pagina dopo pagina, sullo sfondo si muove una Parigi che è lo specchio delle sue inquietudini, con l’alternarsi delle stagioni ora roventi ora bagnate da una pioggia battente, il rumore del traffico notturno, i bistrot affollati, una città che freme di vita in cui  smarrirsi è un battito di ciglia.


TITOLO: LA FINESTRA DEI ROUET
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE: GLI ADELPHI
PAGINE: 177

giovedì 26 ottobre 2017

Recensione: il passeggero del Polarlys, di Georges Simenon - Gli Adelphi



"Il passeggero del Polarlys" è uno dei primissimi romanzi di Simenon, pubblicato per la prima volta nel 1932, ovvero la bellezza di 85 anni fa. La datazione di un romanzo è spesso qualcosa di relativo, lo sappiamo bene, ma mai come in questo caso mi è parso evidente. La contemporaneità dello stile narrativo e delle vicende umane che intessono la trama rendono infatti questo noir un romanzo senza tempo, tanto perfetto e verosimile negli anni trenta quanto oggi. Nonostante rappresenti praticamente un esordio ritroviamo già tutti gli elementi cari all'autore,  quelli che lo contraddistingueranno negli anni a venire e che renderanno immortale la sua intera produzione: la profonda conoscenza delle umane passioni,  l'attenta analisi psicologica dei personaggi, la predilizione per ambienti chiusi al limite del claustrofobico a cui sempre fa da sfondo un paesaggio suggestivo. E poi, naturalmente, uno o più  delitti a completare il quadro.
Il Polarlys è una nave mercantile la cui rotta è da anni sempre la stessa: parte da Amburgo con un carico di carne salata, frutta e macchinari per raggiungere via via tutte le piccole cittadine portuali della costa norvegese scambiando la merce trasportata con merluzzo, olio di foca e pelli d'orso. Nonostante sia un'imbarcazione nient'affatto ospitale è solita trasportare anche qualche passeggero, che approfittano della rotta per raggiungere luoghi isolati tra i fiordi. Quella mattina, quando  il Polarlys è ancora ormeggiato in porto, il capitano Petersen avverte nell'aria glaciale ammantata di nebbia un presagio nefasto, quello che i lupi di mare come lui chiamano "Il malocchio".  Non sarà uno dei soliti viaggi, di questo è certo. Quello che non comprende è il perché. Potrebbe dipendere, riflette, dal fatto che l'equipaggio è cambiato per la prima volta dopo anni: la compagnia gli ha mandato infatti un terzo ufficiale, un ragazzo imberbe appena uscito dalla scuola navale, dall'aspetto smunto ma impeccabile che però non gradisce,  provando un'immediata diffidenza. Il suo capo macchinista ha poi letteralmente raccattato sul molo un vagabondo nulla facente per sostituire all'ultimo minuto un carbonaio malato, che gli piace ancora meno del suo terzo ufficiale. Infine, ci sono i passeggeri: dei cinque che si sono registrati all'imbarco uno è scomparso immediatamente dopo, lasciando solo il suo bagaglio a testimoniarne la presenza a bordo; un fatto quanto meno insolito, come ancora più insolito  è l'imbarco di Katia Storm, una giovane donna bionda, dai tratti infantili ma dalla bellezza conturbante. Una creatura misteriosa, ambigua, raffinata, in netto contrasto con lo stile semplice e rozzo della nave. Perché una donna così decide di imbarcarsi su un mercantile come il Polarlys, con la puzza di merluzzo che invade le cabine  ed il ponte costantemente ingombro di merci? Perchè quel viaggio tra i fiordi ghiacciati, con una temperatura polare che stringe le membra come in una morsa? 
Mano a mano che il mercantile prosegue il suo viaggio addentrandosi nel fitto di una tempesta di neve, l'oscuro presagio annusato nell'aria dal capitano Peterson sembra trovare conferma nel misterioso delitto che viene compiuto a bordo, a cui seguono strani ritrovamenti che sembrano indicare un colpevole ma che, invece, servono solo a deviare i sospetti. Un altro assassinio, avvenuto tempo prima a Parigi, pare essere collegato con l'omicidio compiuto a bordo: mano a mano che il Polarlys prosegue il suo viaggio il mistero si dipana, ma l'atmosfera cupa  e spettrale continuerà a gravare su quel disgraziato mercantile come una maledizione. Peterson, marinaio di lungo corso, è uno dei protagonisti più indovinati e meglio tratteggiati dalla penna di Simenon. Dalla corporatura tarchiata e robusta, energico e concreto, prende in mano la situazione cercando di capire cosa stia succedendo durante quella traversata, indaga, interroga il suo equipaggio, si pone mille dubbi e cerca risposte alle sue domande osservando, o meglio scrutando, la vita di bordo. In particolare si arrovella su una certa frase, buttata lì quasi per caso dal carbonaio improvvisato, della quale non riesce a comprendere il significato e che pure suona come un monito, un avvertimento. Anche Katia Storm  è una figura perfettamente delineata, una dark lady dall'aria innocente ma dalla personalità viziosa e disturbata fatta apposta per scombinare gli equilibri di passeggeri ed equipaggio.
Vicende nebulose  come il paesaggio spettrale in cui ci imbattiamo leggendo, passioni umane  che spinte al parossismo sfociano in qualcosa di sbagliato ed inevitabile, vizi nei quali basta un attimo per perdersi senza ritrovare più la strada, personaggi la cui natura si comprende completamente nello spazio di qualche pagina: qui c'è tutta l'essenza di Simenon. Anche questa volta  l'autore non delude di una virgola le mie aspettative, confezionando un noir superbo e di gran classe.
Chiudendo gli occhi pare anche a noi di scorgere  in lontananza la nave mercantile mentre cerca il suo spazio all'interno dei fiordi, con il suo scambio di averi e di uomini che avviene puntuale in ogni  minuscolo porticciolo della Norvegia, altrimenti isolato. La fitta nebbia, densa e ghiacciata come glassa, avviluppa il Polarlys trasformandolo in una macchia di luce evanescente nel buio della notte polare,  pulsante di solitudine, smarrimento ed inquetudine.



TITOLO: IL PASSEGGERO DEL POLARLYS
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE: GLI ADELPHI
PAGINE: 155









 

martedì 24 ottobre 2017

Recensione: il piccolo Naviglio, di Antonio Tabucchi - Feltrinelli



L'autore di questo romanzo non ha certo bisogno di presentazioni, trattandosi di Antonio Tabucchi. Uno dei più grandi scrittori italiani dell'epoca moderna, appassionato studioso della poetica di Fernando Pessoa e docente universitario. Nel 1994 pubblica il suo romanzo più famoso, quello che gli fa ottenere la fama definitiva e popolare: Sostiene Pereira. Ambientato a Lisbona, diventerà  un simbolo per gli oppositori politici dei regimi anti democratici, emblema della libertà di cronaca, espressione ed informazione. "Il piccolo Naviglio" è il secondo romanzo scritto da Tabucchi, pubblicato dalla Mondadori nel 1978 e riedato dalla Feltrinelli nel 2013: non serve essere profondi conoscitori della sua opera per apprezzarlo, ma se vogliamo affrontare questa lettura dobbiamo sapere che si tratterà di un viaggio particolare, intriso di poesia e di favola. All'epoca Tabucchi era un autore ancora acerbo in cerca della sua identità, ma già possiamo intravedere i germogli della sua prosa, così simile a quella dei grandi autori sudamericani e portoghesi come Garcìa Marquez e l'amato Pessoa, una prosa carica di relazioni umane fatte di sogni e di tragedia, di solitudine interiore e di struggimento. Le metafore sono il motore della narrazione, che non scorre fluida e che spesso fa perdere a noi lettori il senso dell'orientamento, per poi farcelo ritrovare un attimo dopo. Per questo motivo il parallelismo con Cent'anni di solitudine appare così naturale ed evidente, perchè anche qui ritroviamo quei personaggi così fuori dagli schemi, quasi surreali, che hanno contraddistinto l'opera di Garcia Marquez: uomini in cerca della libertà, sognatori solitari, anime tormentate che  non si chiamano Aureliano bensì Sesto, e che non vivono nell'immaginaria Macondo ma in un piccolo paesino fatto di sassi ai piedi di una cava di marmo in Toscana, che all'inizio di questa storia era ancora un Granducato. Siamo infatti nella metà del XIX secolo quando fa la sua comparsa il capostipite della dinastia dei Sesto,  un giovane ossuto dai grandi baffi rossicci chiamato Leonida (o Leonido). Capitano Sesto, l'ultimo della dinastia, cerca di rimettere ordine tra i ricordi di sè stesso bambino e quello che grazie alle testimonianze più disparate riesce ad apprendere sulla storia della sua famiglia. Ripercorrerà a ritroso tutta la sua rotta, navigando al contrario lungo un immaginario naviglio, che è ben poca cosa ma appartiene solo a lui. E' un canale popolato  da strani oggetti che testimoniano l'esistenza di antichi legami, che raccontano avventure improbabili che pure gli appartengono, perchè fanno parte di lui. C'è, per esempio, un quaderno di ricette e rimedi scritto a mano e tenuto insieme da un fiocco rosso, come rossi furono i capelli di Sesto, di primo Sesto ed infine i suoi. Erosa dal tempo c'è anche una vecchia tromba per auto, rubata per scommessa e nascosta in un luogo segreto dover rimmarrà a giacere fino a quando Capitano Sesto non attraccherà con la sua nave carica di ricordi recuperati in quel paese fatto di sassi, nei pressi di una casa a cui fa da guardia un cane giallo. C'è un temperino con sopra inciso in nome di un hotel, in cui due sorelle gemelle identiche e bellissime diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, che non conobbe mai suo padre perché quell'uomo, capostipite di una dinastia di affaristi, per timore di non riconoscere chi fosse la vera madre preferì sparire nel nulla. Mentre Capitano Sesto compie il suo viaggio alla ricerca della proprie origini, sullo sfondo osserviamo impotenti la macchina del progresso che compie il suo inarrestabile percorso, così come fecero a suo tempo tutti i Sesti di questo collettivo di storie. Capitano Sesto e tutti i suoi ascendenti sono consapevoli di essere minuscoli granelli all'interno di un ingranaggio molto più ampio, ma nonostante questo sembrano essere estranei ai cambiamenti perché la loro natura di sognatori non ha mai permesso a nessuno di loro di aderire alla realtà così come la intendiamo noi.
L'intreccio narrativo è complesso ma Tabucchi non eccede mai e ci regala una prosa semplice,  fortemente poetica ma "terrena", con la quale riesce a raccontare insieme alle vicende dei Sesto anche la storia di un paese intero. Sullo sfondo di questa saga familiare scorgiamo il ritratto dei primi settantanni d'Italia: l'unità nazionale, il socialismo, l'avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione post bellica, le elezioni del 1948, la corsa al mattone e le lotte comuniste dei primi anni settanta. Tutto passa attraverso questa famiglia toscana, capitolo dopo capitolo, generazione dopo generazione.
 "C'è la Storia con la maiuscola, scriteriata fanciulla che reca festosa lutti e iatture; la storia senza maiuscole del nostro paese, per il quale continuo a nutrire la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è, mischiata a un senso di colpa per una colpa che non mi appartiene; la nostra lingua, che ho cercato di difendere scrivendola. E soprattutto c'è il fenotipo di molti miei personaggi a venire: un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Fedele, come ha detto un poeta, "alla parola data all'idea avuta". L'idea che noi siamo perché ci raccontiamo e che lui potrà esistere soltanto se riuscirà a raccontare la propria storia. ". Così scrive Tabucchi nella prefazione del romanzo, per spiegarci come mai, giunto ad un certo punto della sua vita, l'ultimo Sesto decide di autoproclamarsi Capitano di sè stesso e di ripercorre a ritroso il suo piccolo Naviglio, per scrivere quello che è stato, per ricordarlo, per farne parte. Poi, finalmente, quando di fronte alla casa paterna riuscirà a sciogliere tutti i nodi della sua esistenza, potrà  spiegare le vele e continuare il suo cammino.




TITOLO: IL PICCOLO NAVIGLIO
AUTORE: ANTONIO TABUCCHI
EDITORE: FELTRINELLI
PAGINE: 202


venerdì 13 ottobre 2017

Recensione: Cujo, di Stephen King - Edizioni Sperling & Kupfer




"Cujo" è un romanzo che Stephen King diede alle stampe nel 1981, edito in Italia nello stesso anno. Essendo all'epoca solo seienne non mi preoccupavo ancora di chi fosse quest'uomo che sentivo nominare solo di tanto in tanto da mio fratello e mio cugino, e soprattutto cosa facesse per essere così famoso. Siamo in pieni anni 80 e King è all'apice del suo successo, con all'attivo libri fenomenali come Shining  e "Le notti di Salem": è, in poche parole, l'idolo della cultura popolare di quel periodo. Ed ora io, che l'ho scoperto solo con la maturità, sto cercando di leggere tutte le sue opere più datate, tra le quali non poteva mancare questo agghiacciante romanzo in cui l'orrore è rappresentato dal migliore amico dell'uomo: un cane domestico. E  questo lo rende ancora più terrificante. Ma procediamo con ordine: Cujo è il bizzarro nome del cane San Bernardo che da anni è il compagno fedele della famiglia Camber, un gigante buono con una stazza di quasi cento chili conosciuto da tutti gli abitanti dell'immaginaria cittadina di Castle Rock, nel Maine. Ha una natura docile e giocosa, e passa  tranquillamente le sue giornate  tra il capanno degli attrezzi di Joe Camber e la casa in cui la famiglia vive. Un giorno, rincorrendo un coniglio che  per sfuggirgli si intrufola in una tana di pipistrelli, viene morso sul muso da uno di questi. Purtroppo l'animale trasmette la rabbia a Cujo, che da placido cagnone dagli occhi buoni si trasforma poco alla volta in una belva feroce. La terribile malattia gli distrugge ora dopo ora il sistema nervoso centrale, rendendolo idrofobo ma al contempo terribilmente assetato, iper sensibile ai suoni acuti e ottenebrato da pensieri omicidi. Mentre Cujo avverte impotente questi cambiamenti verificarsi nel suo cervello, una diversa vicenda  sconvolge le mura domestiche apparentemente tranquille di un'altra famiglia, quella dei Tranton. Donna e Vic, marito e moglie, sono nel pieno di una crisi coniugale, che raggiunge l'apice nel momento in cui noi lettori iniziamo ad addentrarci nella storia. Vic scopre infatti che Donna l'ha tradito con un poco di buono del paese, un omuncolo da nulla che però scardina completamente un rapporto già traballante. Il loro bimbo di appena 4 anni percepisce il disagio dei genitori, nonostante essi cerchino in tutti i modi di rassicurarlo e proteggerlo. La sua mente infantile trasforma il dolore e la tensione che tutti stanno vivendo in incubi notturni ricorrenti, in cui crede di scorgere dentro al suo armadio un terribile mostro dagli occhi rossi. Pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione come solo King sa dispensare, i tragici destini dei Camber e dei Trenton convergeranno sotto l'impietosa violenza del San Bernardo. Entrambe le storie raggiugono il loro culmine  quando Vic  si trova fuori città per lavoro mentre Donna, insieme  al piccolo Tad, decide di portare la loro vecchia auto  all'officina di Joe Camber per farla riparare. Siccome gli incubi in cui ci getta King  sono sempre una reazione a catena di follia, l'autore deciderà di far fermare la macchina dei Trenton proprio lì davanti, oramai con il motore completamente in panne. Dove, completamente impazzito, si aggira Cujo con i suoi istinti sanguinari. Da questo momento in poi è come se la storia si congelasse in un unico, lentissimo fotogramma che ha come sfondo l'abitacolo di un'auto scassata. Le ore, addirittura i minuti vengono scanditi da un ritmo sempre più dilatato che tende l'angoscia come un elastico e risucchia in una voragine di terrore i protagonisti, istante dopo istante. Due sono gli elementi che mi hanno particolarmente colpito in questo romanzo: uno è il fatto che questa volta l'autore non ricorre ad elementi sovrannaturali per eviscerare le nostre paure (ricordiamolo sempre: King non insinua la paura in noi, ma sono le nostre paure a prendere forma leggendo quello che scrive) ma punta tutta la storia su qualcosa di molto semplice e naturale, ovvero una malattia diffusa e conosciuta come la rabbia. Qualcosa quindi di plausibile, di estremamente reale, che dimostra quanto la finzione narrativa sia spesso meno orrorifica della vita quotidiana.Stiamo parlando di un autore che riesce sempre e comunque  a disseminare nei suoi romanzi qualche colpo da maestro, quel guizzo geniale che lo contraddistingue e che non ci fa mai pentire dei soldi spesi per rincorrere la sua prolifica produzione: solo lui saprebbe dare forma ai pensieri di un cane il cui cervello si sta ottenebrando, rendendo quelle sensazioni talmente veritiere da far provare in chi legge una stretta al cuore. E' questo il secondo elemento che mi ha notevolmente impressionata, perché non solo chi scrive riesce a non scivolare nel ridicolo (se ci pensiamo bene, sarebbe bastata una parola di troppo) ma sono fermamente convinta che se un cane ammalato di rabbia avesse dei pensieri, e avesse potuto esprimerli, l'avrebbe fatto esattamente in quel modo. Noi lettori vediamo Cujo come un mostro ma al contempo, quando attraverso i suoi occhi un tempo così buoni assistiamo agli sforzi che inizialmente  compie per non attaccare nessuno della sua famiglia, proviamo compassione e tenerezza. Un prodigio tutto kinghiano, che ci dimostra ancora una volta quanto il confine tra il bene ed il male non sia mai così netto, anzi: è talmente labile e sottile che spesso non ci rendiamo conto di attraversarlo.
Un tradimento tra coniugi, un bambino in preda a brutti sogni, una famiglia piena di conflitti, una vincita alla lotteria, un'auto che ha bisogno di riparazione: sono tutti accadimenti comuni, sono storie di persone normali che ad un certo punto si trasformano nel peggiore degli incubi: l'orrore non si nasconde solo in crudeli assassini, in creature border line, zombie o anime possedute dal Male, ma 
può celarsi anche nella più banale tranquillità domestica. E' questo il messaggio, ed è quello su cui fa riflettere King. La paura del piccolo Tad, quel mostro che credeva di vedere nell'armadio con gli occhi infuocati, forse non è solo una innocua fantasia infantile quando è il proprio cane, un gigante dall'indole pacifica e adatto a salvare vite umane, a trasformarsi nel più crudele degli assassini. 
Ma è qualcosa di dannatamente reale.


TITOLO: CUJO
AUTORE: STEPHEN KING
CASA EDITRICE: SPERLING & KUPFLER
COLLANA: PICKWICK
PAGINE: 384



lunedì 9 ottobre 2017

Recensione: il mio amico Maigret, di Georges Simenon - Edizioni Gli Adelphi



Il mio amico Maigret. Così recita il titolo, ovvio richiamo alla trama, che però sembra parlare anche di me. Chiunque sia un affezionato lettore del commissario più amato di sempre può ritrovarsi nella citazione, perchè oramai abbiamo imparato a conoscere Maigret così bene che prendere tra le mani un suo romanzo è come darsi appuntamento con  un vecchio amico. Una persona che ci piace nonostante tutto, che ci fa stare bene, con cui non vediamo l’ora di trascorrere qualche ora spensierata: è per questo che, ogni tanto, ho bisogno di tornare al Quai des Orfèvres, nell‘Ile de la Cité, nel cuore  della vita parigina degli anni quaranta. Questa volta però Simenon abbandona le atmosfere parigine e ci regala un’ambientazione inaspettata, trasportando le indagini nell’incantevole isola di Porquerolles, nel profondo sud della Francia.
La forza dei romanzi dedicati al Commissario Maigret risiede in due punti fondamentali: l’ambientazione, sempre particolarmente suggestiva, e lo spessore psicologico dei protagonisti. La trama e l’intreccio giallistico passano in secondo piano, perchè l’attenzione si sposta sempre verso l’aspetto umano più che su quello metodologico delle indagini. Simenon è stato l’autore che, negli anni trenta, ha rivoluzionato il genere del romanzo poliziesco: lo schema del giallo classico, tutto improntato sulla ricerca meticolosa del colpevole e sull’analisi minuziosa della scena del crimine,  viene abbandonato in favore di ambientazioni popolari e piccolo borhgesi, microcosmi proletari in cui sono gli esseri umani con i loro turbamenti ad essere scandagliati ed osservati, per arrivare infine a comprendre le motivazioni del delitto più che il movente in sè. Anche questa volta ritroviamo gli stessi elementi, amalgamati però in modo differente dal solito: il vero protagonista diventa il paesaggio isolano, che cattura i suoi avventori in un vortice di emozioni a cui nemmeno Maigret può sottrarsi. L’intreccio psicologico quasi non esiste, la trama è lineare e semplice, al punto che spesso durante la lettura non ci accorgiamo nemmeno che il commissario stia in realtà svolgendo un’indagine per omicidio: i colloqui sono scarni, rari, gli interrogatori rapidi e sembrano non portare a nulla, ancora più  del solito. I personaggi che incontriamo, seppur variegati, li abbiamo tutti più o meno già incontrati nella galleria umana di Simenon, ma questa volta anzichè sfuggire tra dimenticati bistrot della periferia parigina o lungo le strade della campagna francese sono tutti prigionieri della malìa dell’isola, che avvinghia e fa ammalare di “porquerollite”, come affermano gli abitanti stessi.
Maigret viene chiamato nel cuore del mediterraneo perché è stato assassinato un uomo, tale Marcelline, un malvivente da quattro soldi che la sera prima del delitto aveva dichiarato di essere amico del famoso commissario parigino. Maigret è ormai diventato un personaggio di spicco, uno che compare sui giornali nazionali e che fa molto parlare di sè per la brillante risoluzione di casi difficili. Addirittura la sua notorietà ha attravesato La Manica, destando curiosità persino tra i colleghi di Scotland Yard, che proprio nei giorni dell’assassinio decidono di spedire in visita al  Quai des Orfèvres il pari- grado commissario Pyke. Pyke viene accolto con sollecitudine dai colleghi francesi e messo alle costole di Maigret, affinché possa vedere con i suoi occhi in cosa consiste il suo tanto decantato metodo, che poi metodo non è.
Una volta approdato sull’isola Maigret si lascia completamente trasportare, vittima incosapevole di quella strana malattia che gli abitanti del posto conoscono così bene. Il porticciolo con le sue imbarcazioni turistiche, le barche tirate in secca dai pescatori che quando c’è il Mistral stanno tutto il giorno a cucire le reti, la piazzetta su cui si affaccia l’unico ritrovo del posto, “L’Arche de Noe”: con poche sapienti pennellate Simenon descrive un paesaggio che sembra sbucato fuori da un quadro impressionista, regalando al lettore intense suggestioni. Il Mistral se n’è andato lo stesso giorno in cui Maigret è sbarcato in quel luogo incantato, in cui il tempo  sembra avere  un respiro differente rispetto a quello che scorre a Parigi. Il tempo qui si dilata fino a farti dimenticare di vestirti per uscire dalla tua stanza d’albergo, ritrovandoti in ciabatte e veste da camera ad osservare il via vai del porto. E poi l’odore della domenica, un profumo di caffè e nostalgia che Maigret riconoscerebbe ovunque e che qui sull’isola è così amplificato da sconfiggerlo inesorabilmente, un sentimento languido a cui vorrebbe potersi abbandonare. Eppure,  tra quelle viuzze bianche rivestite di profumi mediterranei, è stato commesso un efferato omicidio. Ed il colpevole non se ne è mai andao. Si  aggira noncurante insieme agli altri abitanti dell’isola, trascorrendo oziose giornate al sole caldo della primavera provenzale, tra un bianchino consumato all’Arche de Noè ed una partita a petanque. Tocca quindi investigare, e quel che è peggio è che lo deve fare in presenza di Pyke, il quale forse si aspettava qualcosa di più da quel viaggio e invece gli tocca fare il turista. Perchè quando Maigret si mette all’opera non prende penna e taccuino e non scandaglia la scena del crimine come un radar, ma comincia ad osservare: scruta la varietà umana che per un motivo o per l’altro popola l’isola – ognuno con un buon motivo per restare ed altrettanti per andarsene – si immerge nelle atmosfere che lo circondano e si lascia guidare dalle sensazioni che gli arrivano fino a quando, finalmente, tutto gli sarà chiaro. Come si può spiegare all’inglese Pyke cosa è l’intuizione, e come arriva? ” Questo è il mio metodo”, gli spiega Maigret.  E noi, una volta di più, abbiamo la certezza che nulla come l’empatia verso i nostri simili sia la chiave per comprendere la complessità delle vicende umane.


TITOLO: IL MIO AMICO MAIGRET
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE:  GLI ADELPHI
PAGINE: 154

mercoledì 27 settembre 2017

Recensione: Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi - Edizioni Mondadori



Fabio Genovesi è uno di quegli autori che osservo da lontano da un po' di tempo, da quando diede alle stampe " Versilia Rock City". Se come lettrice ho un difetto, è quello di snobbare un po' gli autori italiani, innamorata come sono della cultura anglosassone: ed è così che Genovesi, non certo per colpa sua, è finito nel limbo di quelli che prima o poi sarebbero atterrati sul mio comodino. Questa volta però mi si è presentata l'occasione giusta per leggere il suo ultimo lavoro, e per fortuna, perchè le mie perplessità iniziali sono state spazzate via da un entusiasmo sempre crescente, un misto di tenerezza e simpatia che mi ha letteralmente  travolto fin dalle primissime pagine. Quanto ho amato Fabio Mancini, non ve lo so descrivere. Però almeno ci devo provare, perchè questo libro merita di essere letto e consigliato agli amici, di essere regalato e custodito teneramente in un angolo di noi stessi. Il motivo è molto semplice: il protagonista del romanzo è un bambino seienne, Fabio Mancini per l'appunto, che incontriamo poco prima che inizi le elementari e lasciamo oramai alle prese con le scuole medie. L'immedesimazione di noi lettori in Fabio è immediata, semplice, inevitabile e naturale ed è per questo motivo che la tenerezza e la nostalgia ci avvolgono fin da subito così intensamente, come una coperta morbida.  Anche l'ambientazione gioca un ruolo importante, perché la vita di Fabio si svolge in quell'epoca magica che per noi quarantenni è rappresentata dagli anni 80. Un periodo che è sconfinato nella leggenda grazie alla vittoria dell'Italia ai Mondiali di Spagna nel 1982, che ha portato nelle nostre case il Personal Computer e che ha visto nascere una nuova classe sociale: quella degli yuppies, i giovani manager di successo diventati in breve tempo simboli di una ricchezza nuova che veniva ostentata ed invidiata. Il mondo di Fabio però sembra   essere ancora impermeabile a questa modernità che viene osservata con  distacco, guardata come qualcosa di cui avere paura e che non gli apparterrà mai veramente. Perchè lui ha una famiglia sui generis, anacronistica, strampalata, in cui il suo essere figlio unico è ampiamente compensato dall'invadente onnipresenza dei  numerosi prozii, fratelli del nonno paterno Arolando, morto qualche anno prima. Aldo, Arno, Athos, Aramis, Adelmo  sono un po' tutti i nonni di Fabio, un po' padri, un po' zii..dipende dalle circostanze. Fabio trascorre con loro la maggior parte del suo tempo libero, imparando tutto su come si caccia nei boschi, come si pesca o come si raccolgono funghi, ma non sa nulla di come trascorrono le giornate i suoi coetanei. Non conosce il mondo dei bambini, non sa il nome dei loro giochi, e  si stupisce del fatto che i nonni sono al massimo quattro per ogni nipote, mai di più. Tranne che al Villaggio Mancini. Sì, perchè da quella parte del paese i Mancini sono così numerosi che si sono addirittura appropriati di una fetta di strada, intitolandola al loro nome. I Mancini sono tutti maschi, portano tutti nomi che cominciano per "A", sono tutti scapoli, bevono come spugne, fumano come turchi, parlano male ma, soprattutto, sono tutti un po' svitati. In paese si dice che un maschio Mancini, se supera i quarant'anni senza essersi mai sposato, diventa matto. E questo Fabio lo sa, l'ha sentito una volta origliando una conversazione della mamma e della nonna, ma non ce ne sarebbe stato bisogno in effetti perchè la verità stava proprio lì, sotto il naso di tutti. Bastava osservare uno a caso dei suoi zii per sfatare ogni dubbio. E' così che Fabio avanza passo a passo nella vita, con quella maledizione che gli grava sulla testa e che lo preoccupa non poco, piccolo bambino gettato in quel casino che è la vita degli adulti, investito di amore ma incapace di instaurare un legame con i suoi coetanei, che lo considerano strano e lo evitano volentieri. Gli occhi di Fabio sono fari che illuminano ogni sfumatura buia e riescono a cogliere la magia e l'incanto ovunque, anche quando il dolore travolgerà la sua famiglia. E' un bambino cresciuto con gli adulti, ma  per fortuna non è riuscito ad assimilare i loro pensieri complicati, le mille preoccupazioni, la tristezza dei rimpianti, l'angoscia per il futuro. Anzi: è lui ad insegnare ai suoi genitori ed ai suoi tanti nonni che la vita in fondo non è altro che meraviglia e  stupore continuo, se solo riuscissimo ad abbandonarci ciecamente alla fiducia, e se cominciassimo di nuovo a credere che non c'è niente di veramente impossibile, anche quando tutto sembra andare nella direzione contraria. Fabio è  il simbolo di una purezza che tutti ormai abbiamo smarrito tra le pieghe dell'ansia e della paura di vivere , è una ventata di aria fresca che fa respirare il cuore, strappa sorrisi a più riprese e allontana l'amarezza con un soffio leggero. Racconta di un mondo che non c'è più ma che ci appartiene più di ogni altra cosa al mondo, è un storia che sa di buono, sa di giornate trascorse a scorazzare  in bicicletta su e giù per il paese, sa di sole, di mare, di estati lunghissime e spensierate, fatte per imparare a pescare e a nuotare. Anche laggiù, dove la profondità del mare colora l'acqua di un blu inteso, che a volte fa paura. Eppure bisogna tuffarcisi, perchè è solo dove non si tocca che si impara a nuotare veramente.
Questo romanzo ha il pregio di alleggerirci il cuore ed invitarci a ricordare, riesce a toccare i punti più nascosti della nostra memoria, quella a cui dovremmo attingere quando la vita ci prende a schiaffi, imprevedibile e violenta. Il vero capolavoro sta però nella scrittura di Genovesi, un piccolo prodigio linguistico: affida la narrazione ad un bambino, e come tale si esprime. I suoi pensieri hanno l'ingenuità  propria dell'infanzia e al contempo un cuore profondo,  una sensibilità speciale in grado di farci sorridere e commuovere allo stesso tempo.  Lo stile, la grammatica, la stintassi non perdono di una virgola il loro spessore, anzi se possibile risultano arricchite dal vocabolario infantile di Fabio. E' difficile da descrivere, perché è un artificio letterario, e come tale va preso. Sarebbe bastato pochissimo a far precipitare Genovesi e tutti i suoi personaggi in una inverosimile parodia familiare, dove un bambino di sei anni è costretto a fare l'adulto da un manipolo di anziani,  talmente matti da non sembrare reali. Invece tutta la costruzione narrativa  è talmente ben riuscita che spesso mi sono ritrovata a pensare a quanto l'autore  abbia messo di sè e della propria vita in questo romanzo: non solo perchè il bimbo protagonista si chiama proprio Fabio, ma perché ogni pagina è intrisa di ricordi che non possono essere trascritti con tale intensità se non si sono vissuti. Traspare tutta l'anima di un ragazzino, un altro Fabio, cresciuto con amore da una famiglia numerosa, con un migliore amico emarginato da tutti perché molto più strano di lui, innamorato di una ragazzina ancora più sola di lui, che un giorno come tanti scopre per caso il potere delle parole e si perde nella magia dei libri. Ma che, soprattutto,  ha imparato a nuotare nel mare dove non si tocca grazie ad un papà straordinario, quel mare nero che a volte fa paura, proprio come la vita.


TITOLO: IL MARE DOVE NON SI TOCCA
AUTORE: FABIO GENOVESI
CASA EDITRICE: MONDANDORI
PAGINE: 320
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017

lunedì 25 settembre 2017

Recensione; La scelta decisiva, di Charlotte Link - Edizioni Corbaccio




La nostra vita è fatta di scelte continue. Un incessante susseguirsi di bivi quotidiani traccia il percorso della nostra esistenza, ma nella maggior parte dei casi non ce ne rendiamo conto.  Persi nella frenesia del quotidiano compiamo continuamente azioni inconsapevoli: scegliamo come e quando alzarci, se fare colazione in pigiama nella comodità di casa nostra oppure trangugiare un caffè al volo nel bar di fianco all’ufficio…gesti all’apparenza banali e ripetitivi  che comunque determinano l’andazzo di ogni nostro singolo giorno. Cosa succede però quando una delle tante decisioni che prendiamo quotidianamente, per una rocambolesca casualità del destino, diventa  fondamentale al punto da invertire drasticamente la rotta della nostra esistenza? E’ come se ci trovassimo all’interno di un’immensa cartina geografica in cui punti e linee si congiungono e si intersecano tra loro, mano a mano che decidiamo di fare o non fare qualcosa: è così che avvengono gli incontri, gli incidenti, i colpi di fortuna. Ed è così che possiamo fatalmente ritrovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato,  come capita a Simon, il protagonista di questo nuovo, entusiasmante thriller psicologico firmato Charlotte Link.
Charlotte Link, aturice tedesca di fama internazionale, è  la regina indiscussa dei gialli psicologici, una fuori classe che da anni sforna romanzi di successo senza praticamente avere mai messo il piede in fallo. L’ho conosciuta diversi anni fa leggendo “La casa delle sorelle”, e me ne sono innamorata. Ogni suo libro è puro godimento narrativo perchè cattura, diverte, emoziona ed induce alla riflessione. Il vero mistero su cui ci fa indagare la Link attraverso i suoi romanzi non sono gli avvenimenti inspiegabili, i delitti irrosolti e manipoli di assassini a cui ridare un’identità, ma l’animo umano con tutte le sue mille sfaccettature. L’introspezione psicologica dei protagonisti è il vero traino della storia, e la complessa psiche dei colpevoli è l’unico vero movente che accumuna tutti i suoi mistery. Straordinaria  è l’abilità con cui riesce a dosare pathos, ansia, adrenalina e sentimenti senza mai eccedere,  scegliendo le parole con una precisione quasi chirurgica. Questo consente a noi lettori di immedesimarci facilmente nelle storie raccontate e di entrare subito in sintonia con i personaggi, talmente verosimili che sembrano usciti dalla porta di casa nostra anzichè dalla fantasia di una scrittrice.  Questa volta abbiamo di fronte un surplus di protagonisti, tra i quali ne spiccano essenzialmente due: Simon,   che  come accennavo all’inizio a causa di una scelta sbagliata resta imbrigliato in una terribile vicenda, e Nathalie, una giovane ragazza in fuga che suo malgrado lo trascinerà in un incubo ad occhi aperti. Simon vive ad Amburgo, ha quarant’anni e si guadagna da vivere come traduttore free lance; ha una compagna, Kristina, una ex moglie che pare si diverta a mettergli continuamente il bastone tra le ruote e due figli con i quali, dopo il divorzio, non riesce più a relazionarsi. Proprio con loro avrebbe dovuto trascorrere le settimane antecedenti il Natale nella casa di famgilia in Provenza, un programma a cui Simon teneva molto anche se – come sempre – la vacanza non avrebbe previsto la compagnia di Kristina, che i figli ancora non conoscono.   Poco prima della partenza, quando ormai Simon si trova già in Francia, i ragazzi cambiano idea e decidono di trascorrere il Natale con la madre ed il nuovo compagno, lasciandolo solo. Ormai è troppo tardi per ripiegare su Kristina, la quale non sta vivendo affatto bene la situazione di fidanzata part time, e nemmeno ha il coraggio di tornare ad Amburgo perchè significherebbe ammettere  l’ennesimo fallimento.  Abbattuto e in crisi profonda Simon si aggira sul lungomare quando si imbatte in Nathalie: la ragazza sta avendo un alterco con altri due uomini e Simon, istintivamente, cerca di aiutarla. Nathalie ha vent’anni, è spaventosamente magra ed infreddolita, non ha un posto in cui ripararsi dalla pioggia battente e soprattutto appare tremendamente spaventata. E’ così che Simon lancia la sua monetina, e prende la decisione che gli stravolgerà completamente la vita: decide di aiutarla.  Da questo momento in avanti Simon verrà trascinato in una spirale di orrore e violenza, in cui tutti coloro che hanno a che fare con la ragazza vengono uccisi barbaramente da killer spietati. Anche Nathalie è il pezzo di un domino, l’anello di una catena rosso sangue che unisce Parigi a Metz, Amburgo alla Provenza, per finire in Bulgaria, dove tutto ha inizio. A Sofia, nonostante l’ingresso in Europa, il progresso economico è ancora un miraggio per la maggior parte della popolazione. L’indigenza per alcune famiglie è tale che molti genitori sono costretti a vendere letteralmente le proprie figlie adolescenti (anche bambine, nel peggiore dei casi)  al mercato del sesso, illudendosi di dare loro un futuro migliore. Potenti organizzazioni criminali gestiscono un traffico spaventoso di esseri umani, facendo leva sulla disperazione di chi non ha più nulla, nemmeno gli occhi per vedere cosa si cela in realtà dietro fantomatiche agenzie di modelle: un subdolo  specchietto per allodole che fa presa sui più miserabili.
Lo spettro dei recenti attentati terroristici aleggia su tutta l’Europa, rendendo l’angoscia ancora più palpabile, più pressante, più dannatamente reale. Non c’è un attimo di respiro mentre seguiamo la corsa  di Nathalie e Simon, che poco alla volta riescono ad apprendere la verità.  Forse la Link, a livello di trama, ha scritto cose migliori e più originali, ma questo thriller ha molti punti di forza che lo rendono una validissima lettura. L’intreccio che l’autrice ha saputo creare è da dieci e lode: i capitoli si alternano di volta in volta seguendo due diversi centri di narrazione, uno che fa capo agli avvenimenti francesi ed un altro che segue le vicende di Selina e Ninka, due ragazze di Sofia cadute nella rete della prostituzione. Questo incedere così incalzante, che all’inizio lascia disorientati per l’apparente mancanza di collegamenti tra le due vicende, viene di tanto in tanto inframmezzato da alcune pagine  del diario di Nathalie. Questo si rivelerà fondamentale per capire come mai, ad un certo punto, la ragazza si ritrova  in una piccola località della costa francese completamente sola, senza un soldo in tasca e così terribilmente magra e spaventata. Ammaliante, come sempre, la descrizione dei paesaggi da cui trapela la desolazione dei sobborghi di Sofia e la solitudine del mare d’inverno, quando la pioggia ed il vento sferzano la costa. Infine l’autrice ci fa riflettere come sempre sulle fragilità umane, che mai come in questo romanzo appaiono la vera causa di ogni male, di ogni sbaglio, di ogni sofferenza inflitta o subita.


TITOLO: La scelta decisiva
AUTORE: Charlotte Link
CASA EDITRICE: Corbaccio
TRADUZIONE: A. Petrelli
PAGINE: 432
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017

venerdì 15 settembre 2017

Recensione: La Loggia degli Assassini, di Lorena Tessaro - Edizioni Epsil



Ho avuto modo di conoscere Lorena Tessaro l'anno scorso, quando tramite la blogosfera siamo venute in contatto, come spesso accade tra lettori ed autori emergenti. Allora aveva appena pubblicato un thriller che mi era piaciuto molto, "ES" (trovate QUI la mia recensione); con piacere mi ero offerta di leggerne una copia ed esprimere in seguito la mia opinione.
Qualche mese fa Lorena si è cimentata con un nuovo romanzo ed un nuovo genere, completamente differente dal precedente: "La loggia degli Assassini". Anche questa volta mi sono prestata volentieri alla lettura, ma purtroppo per una serie di ragioni la mia recensione arriva solo ora. Ogni volta che mi appresto a scrivere la recensione di un romanzo parto sempre dagli aspetti positivi e da quello che mi ha colpito favorevolmente, per arrivare via via ai difetti ed a ciò che invece non mi ha convinta.
Questa volta siamo di fronte ad un fantasy di stampo medievale, con intrighi che si intersecano l'uno con l'altro e che conferiscono al romanzo il sapore di un thriller. Mi piace lo stile di Lorena perché è fluido e lineare, accompagnato da una struttura narrativa semplice ma - attenzione - non elementare. L'uso della lingua italiana e la sintassi sono molto curate, e questo a mio avviso è un fattore molto importante quando parliamo di autori emergenti perchè spesso la loro più grave lacuna è proprio la grammatica. I personaggi sono molteplici, al punto che ho fatto una gran fatica leggendo a ricordarmeli tutti e a dare loro la giusta collocazione, anche perché la geografia in questo caso non aiuta. Comunque sia, la loro caratterizzazione è ben riuscita: le descrizioni sono rare ma precise e viene raccontato solo lo stretto necessario per farci comprendere meglio la personalità dei protagonisti.
La storia si muove all'interno di tre nazioni immaginarie: il regno del Nirac, la Repubblica di Remaning e il ducato di Libeg. I rispettivi governanti stanno per incontrarsi nel territorio neutro del Libeg al fine di stipulare un accordo di pace, dopo una guerra lunga trent'anni. La tensione è palpabile perchè gli intenti delle alte sfere destano più di un sospetto ed appaiono poco chiari. Parallelamente l'ordine de "La Loggia degli Assassini", antica e potente organizzazione segreta che desidera ardentemente la pace (non per bontà, ma per proprio tornaconto) si muove nel sottobosco cercando di reperire informazioni sul tanto atteso incontro. Essa avrà un ruolo fondamentale nel romanzo perché muove le fila  all'insaputa di tutti, anche se il non sarà immune da complotti e da rovesciamenti di ruoli. 
Come possiamo facilmente intuire la carne al fuoco è davvero molta, ed a mio avviso 180 pagine sono davvero troppo poche per sviluppare al meglio tutte le linee della narrazione. Non so se la colpa è da attribuire alla mia scarsa memoria o alla difficoltà oggettiva che ho avuto a seguire lo sviluppo dell'intreccio, resta il fatto che ho trovato il cuore del romanzo un po' confusionario e poco articolato. L'idea di fondo è buona, è una storia ricca di spunti che sicuramente potevano essere un'ottima base, ma purtroppo è come se Lorena fosse rimasta ferma ai blocchi di partenza. Poi improvvisamente si arriva al traguardo, e questa subitaneità mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta. In ogni caso per tutti gli amanti del genere può rivelarsi una lettura interessante, per cui mi auguro di cuore che "La loggia degli Assassini" trovi lo spazio che in fondo merita.  Per quanto mi riguarda continuerò a leggere i romanzi di Lorena Tessaro, perché ha ottime potenzialità e sono sicura che presto troverà la sua strada.


TITOLO: La Loggia degli Assassini
AUTORE: Lorena Tessaro
CASA EDITRICE: Epsil
PAGINE: 179

lunedì 11 settembre 2017

Recensione: La casa di tutte le guerre, di Simonetta Tassinari - Edizioni Corbaccio






"La casa di tutte le guerre" è una lettura leggera e delicata, che fa breccia nei ricordi della nostra infanzia e, proprio per questo, si fa benvolere. Non sono questi i romanzi che prediligo, di sicuro è un genere che resta molto al di fuori della mia "zona di comfort", ma ho comunque apprezzato lo sforzo dell'autrice nel ricostruire attraverso il racconto un'epoca ormai lontanta, che custodisce la memoria di molti di noi. La protagonista è Silvia, una bambina quasi undicenne che trascorre tutte le estati nella  casa dei nonni paterni in Romagna, nel paesino di Rocca San Casciano. Siamo nel 1967, l'Italia nei piccoli paesi è ancora saldamente aggrappata alle proprie  tradizioni e la modernità di quegli anni favolosi non riesce a penetrare nella mentalità chiusa della gente del posto. Silvia, nata e cresciuta a Bologna, è invece completamente affascinata dalla moda beat, dalla musica di Patty Pravo, dalla mini gonna di Mary Quant e dal caschetto di Caterina Caselli. Tra le altre cose è ingenuamente convinta che questo suo essere così al passo coi tempi le farà guadagnare l'ammirazione di tutti i suoi amici di Rocca ma, soprattutto, quella dell'adorata nonna inglese Mary Frances Higgins. La famiglia paterna della bambina ha discendenze importanti e vive il riflesso di un periodo d'oro, in cui essere un Frassineti significava appartenere alla buona borghesia, e garantiva uno stile di vita agiato e ricco di privilegi. Nella grande dimora di famiglia è rimasta solo la nonna, che in paese tutti chiamano "la Signora": una donna elegante ed austera, conservatrice e fiera delle sue origini inglesi che non si è mai realmente  conformata alla vita di paese. Mary Frances ha ricevuto un'educazione solida e rigorosa ed è sempre stata convinta che la buona reputazione all'interno della società fosse una cosa di fondamentale importanza, da preservare sempre e comunque. Silvia ha un'autentica venerazione per la nonna, adora le sue buone maniere, i suoi vestiti così chic, i capelli color platino con la piega sempre ordinata, la sua pelle diafana profumata di lavanda e la vita riservata che conduce  insieme alla fedele goverante Beatrice. I suoi occhi infantili non possono vedere cosa si cela dietro l'apparente quiete di quella perfezione domestica, e quali siano i segreti che da tanti anni si nascondono nelle  stanze disabitate della residenza dei Frassineti. Nulla è come sembra, perchè  Mary Frances non ha mai permesso ai ricordi di travolgerla.  Dieci anni prima una terribile vicenda ruppe l'incantesimo che sembrava aleggiare su quella famiglia così per bene ed invidiata da tutti, lasciando dietro di sè un cumulo di macerie: è come se i Frassineti fossero stati un grande albero, che con la sua chioma rigogliosa e le sue robuste radici riuscì sempre ad offrire riparo e sostegno a tutti i suoi frutti. Fino a quando, imprevedibile e devastante, un fulmine non spezza in due il tronco maestoso, riducendolo in un inutile  mucchietto di cenere. Dopo anni di silenzi e di lacrime celate toccherà proprio a Silvia sciogliere le corazze granitiche della famiglia, permettendo al dolore di scorrere via, finalmente libero di andare. Tutto ha inizio quando la bambina, dopo un'iniziale baruffa, stringe amicizia con Lisa, una sua coetanea. Lisa è figlia del "poveraccio" del paese, un uomo imbruttito dalla vita che a causa dei suoi problemi con l'alcol conduce un'esistenza misera e precaria, incapace di tenersi stretto un lavoro. E' una ragazzina bionda dalla bellezza acerba, con un'eleganza innata che la povertà ha solo offuscato, è molto intelligente ed è abilissima a disegnare. Come per la famiglia Frassineti, anche per Lisa e suo padre le apparenze sono  ingannevoli: solo in pochi a Rocca sanno cosa si nasconde realmente dietro la condizione di indigenza e  l'atteggiamento scontroso di Tito e di Lisa, da sempre derisa ed evitaata da tutti i bambini del paese. 
Come da copione ci  sarà il lieto fine, perchè questa è in fondo una favola moderna,  quindi è  giusto che sia così. L’autrice racconta, attraverso i miti ed i giochi di allora, un tempo genuino in cui l’infanzia era davvero tale, facendo leva su ricordi che molti lettori, me compresa, conservano di quel periodo. Questo contorno così ricco di “amarcord” mi è piaciuto molto, l’ho trovato ben costruito e ben intervallato dalla storia di fondo, che invece mi ha delusa sotto tutti i punti di vista.  L’ho trovata molto banale, con uno sviluppo ed una conclusione a mio avviso inverosimili: un amore tra due giovani contrastato dalla famiglia non mi sembra infatti il massimo dell’originalità, e cosa vogliamo dire riguardo all’atteggiamento di tutta la famiglia Frassineti di fronte alla tragedia che li ha investiti? Inverosimile a dir poco, è una roba che proprio non sta in piedi! I personaggi nel complesso li ho trovati abbastanza stereotipati, in linea con tutto il resto: i ricchi da una parte, i poveri dall’altra, una realtà piccola e chiusa in cui nulla è come sembra. Silvia è vanitosa e saccente ed incarna perfettamente la tipica bambina viziata della medio borghesia, la governante è la caricatura di Mary Poppins , mentre la nonna  è una specie di Crudelia Demon sotto mentite spoglie. Salvo solo Maggie, la sorella eccentrica ed anticonformista di Mary Frances, l’unica adulta che conserva ancora un barlume di lucidità e che sarà fondamentale per riportare alla vita quel mausoleo adagiato sulle colline romagnole. Un altro appunto che mi sento di fare riguarda la struttura narrativa piuttosto semplice, quasi elementare, ed uno stile che ho trovato impersonale e piatto, poco riconoscibile. Insomma, per scrivere un romanzo non basta infarcire una storia di avvenimenti che sappiano fare presa sui lettori, ma bisogna soprattutto saperli raccontare: è questa la differenza che passa tra un libro e un buon libro, tra uno scrittore professionista ed uno improvvisato.
Uscire dalla mia zona di comfort è come praticare uno sport estremo: non me la sento!



TITOLO: La casa di tutte le guerre
AUTORE: Simonetta Tassinari
CASA EDITRICE: Corbaccio
PAGINE: 240