venerdì 28 aprile 2017

Recensione: Il mondo di Belle, di Kathleen Grissom - Edizioni Neri Pozza



Desideravo leggere questo romanzo da diverso tempo, però anche questa volta la mia diffidenza iniziale ha giocato a suo sfavore, lasciandolo sospeso in quel limbo in cui finiscono le letture che continuo a rimandare. Il mio timore era che ricalcasse troppo le orme del celeberrimo Via col Vento di Margaret Mitchell, capolavoro letterario e cinematografico emblema di tutte le storie ambientate nel romantico sud. Mi sbagliavo di brutto, perchè Via col vento è ambientato durante la Guerra di Secessione americana mentre "Il mondo di Belle" racconta il periodo immediatamente precedente. Non esisteva ancora nessun conflitto tra nordisti e sudisti, tra Stati Uniti e Stati Confederati; la causa abolizionista non era ancora stata proclamata e Abramo Lincoln non era ancora nato. Ma soprattutto la storia si svolge in Virginia, una delle prime colonie britanniche  dell'America settentrionale: altro che romantico sud! Stavo prendendo una cantonata pazzesca. Quindi trattandosi di una storia nuova ho abbandonato  le idee che mi ero fatta e mi sono lanciata nella lettura, invogliata anche dalle numerose opinioni positive che accompagnano il romanzo da quando è stato pubblicato, nel 2013. La storia si sviluppa nell'arco di circa quindici anni, tra il 1792 e il 1807, ed affonda le sue radici in una delle  grandi piantagioni di tabacco che all'epoca prosperavano nelle ex colonie del nord america. La schiavitù faceva parte integrante dello stile di vita e della stratificazione sociale di tutti i paesi americani del tempo, era una realtà largamente diffusa ed accettata come un fatto naturale a cui era impossibile ribellarsi: i venti del cambiamento non soffiavano ancora, e nessuna idea di libertà era  in procinto di sbocciare. Le persone di colore, deportate dalle colonie africane, venivano sfruttate e fatte lavorare in terribili condizioni per far prosperare le immense piantagioni che davano ricchezza ai latifondisti; potevano essere oggetto di contrattazione al pari del bestiame e i loro padroni avevano diritto di vita e di morte su di loro. Esistevano leggi severe che impedivano i matrimoni tra bianchi e neri, e l'unica possibilità che aveva una persona di colore per poter vivere una vita dignitosa era ottenere l'affrancamento dal proprio padrone: inutile dire che erano eventi molto rari, dettati da circostanze uniche nel loro genere. Dunque è questo  il quadro storico e sociale in cui si collocano i personaggi della nostra storia, dando vita ad una saga familiare intensa e suggestiva, che mi ha letteralmente rapita. La scrittura in sè per sè non l'ho trovata niente di speciale, nel senso che l'autrice svolge bene il suo dovere ma non mi ha particolarmente colpita. L'elemento vincente è senza dubbio la storia narrata, interamente basata sulle vicende umane e sugli intricati legami affettivi che nascono all'interno della piantagione di Tall Oak e che si sviluppano in un crescendo di drammaticità e colpi di scena. Le protagoniste principali sono due: Belle e Lavinia. Lavinia è una bambina sparuta  di soli sette anni quando si ritrova catapultata in Virginia nella piantagione del Capitano Pike, dopo una lunga traversata dall'Irlanda di cui non ricorda nulla. I suoi genitori durante il viaggio contraggono alcuni debiti con il capitano Pike ma purtroppo muoiono entrambi prima che potessero ripagarlo: Lavinia diventa così oggetto di scambio ed il capitano se ne appropria  a titolo di risarcimento. Quando il capitano rientra alla piantagione da ordini alla servitù delle cucine di prendere sotto la loro ala protettrice la bambina, e la affida così a Belle. La cucina della casa padronale era un edificio distaccato da quello principale, perché all'epoca capitava spesso che si verificassero incendi al loro interno e quindi per sicurezza venivano dislocate. Belle è la schiava mulatta che si occupa dei pasti della casa padronale, abile cuoca e grande lavoratice, dotata di una bellezza intrigante e fuori dal comune. E' la figlia illegittima del capitano, frutto dell'amore clandestino con una sua serva. L'uomo nutre un amore tenero e sincero nei confronti della ragazza  e riesce a nascondere malamente questo sentimento, instillando negli altri membri della famiglia il dubbio che Belle  fosse in realtà la sua amante. Questo è quello che pensa Martha, la sua giovane moglie, ed il primogenito Marshall, che da sempre nutre un odio profondo nei confronti della ragazza. Lavinia si lega a Belle in modo viscerale, e cominciano a considerarsi entrambe come madre e figlia. Le pagine del libro sono un alternarsi tra i racconti di Lavinia, in cui domina la disarmante ingenuità della ragazzina, e quelli di Belle, sempre molto stringati, ridotti all'essenziale ed estremamente lucidi. Lavinia vive con il disincanto del suo animo fanciullesco e pulito i rapporti affettivi che via via  instaura all'interno della famiglia di schiavi che l'ha di fatto adottata, mentre Belle è consapevole della sua condizione disgraziata e nonostante sia la figlia del padrone è costretta a vivere come una schiava qualsiasi, senza diritti ed esposta a soprusi di ogni tipo. Belle, per amore di Lavinia, tace alla bambina le brutture della casa padronale, i maltrattamenti che subiscono i lavoratori dei campi da parte del loro supervisore, un alcolizzato violento, e la paura costante che avevano le donne di essere abusate. La condizione delle donne schiave era forse ancora peggiore di quella degli uomini, perchè oltre alle frustate del guardiano subivano spesso anche violenza sessuale, diventando giumente da monta per i signorotti bianchi. Spesso in seguito a queste unioni selvatiche venivano concepiti bambini di sangue misto, ma per le donne della piantagione non faceva nessuna differenza. Ogni bambino che nasceva a Tall Oak veniva ugualmente amato, nutrito ed accudito a prescindere dai legami di sangue. E' questo ciò che Mamma Mae insegna a Lavinia, che non è importante il colore di un bambino, perchè l'unica cosa che conta è l'amore che ha diritto di ricevere. Mamma Mae è uno dei personaggi che più mi ha conquistata, perché nonostante l'ignoranza e la povertà in cui è costretta a vivere porta in sè una straordinaria saggezza, derivata dalla fede in Dio e dalle lezioni che la vita le ha impartito. Ma, più di qualsiasi cosa, mi ha colpita la sua dignità, che nessuno riesce a scalfire, ed il suo coraggio di mamma generosa, la mamma di tutti i bambini della piantagione che ha sfamato e vestito. Mamma Mae, papà George, Ben, le gemelle Fanny e Beatty, Dory, e poi naturalmente Belle: sono loro la  famiglia di Lavinia, persone che si amano nonostante le differenze e che si sostengono l'un l'altro nel momento del bisogno. Poco altro importa, a Lavinia come a tutti loro.
Purtroppo gli avvenimenti che si susseguono quando Lavinia da bambina si trasforma in una giovane ed affascinante ragazza sono tragici, una catena funesta che sembra non spezzarsi mai. I tempi dopo la morte del capitano Pike sono radicalmente cambiati, il figlio Marshall assume il controllo delle proprietà portando con sè un'ombra nera di odio che si sparge in tutta la piantagione, con conseguenze devastanti. Non solo la famiglia di colore di Belle subirà le conseguenze di questo cambiamento, ma la stessa discendenza Pike giungerà al capolinea. Nonostante questi picchi drammatici la storia non perde niente della sua bellezza originaria, anzi se possibile ne trae beneficio. I momenti di gioia e di condivisione, di amore e di fratellanza diventano ancora più intensi e commoventi, facendoci allargare il cuore. Alla fine di questa appassionante saga si intravede un barlume di speranza e di pace, quella speranza che anche nelle situazioni più buie persone splendide come Mamma Mae e papà George hanno sempre tenuto acceso, accolgiendo tutti tra le loro grandi braccia.
Un romanzo storico davvero buono si riconosce quando, leggendo, non abbiamo più la percezione della finzione narrativa. E' un artificio che qualche volta non riesce, ma Kathleen Grissom è stata molto brava in questo e si intuisce  chiaramente quanta preparazione e quanto studio ci sia stato  dietro l'imbastitura di questa storia di donne straordinarie, che difficilmente dimenticherò.


Titolo: Il mondo di Belle
Autore: Kathleen Grissom
Traduttore: C. Brovelli
Editore: Neri Pozza
Collana: I narratori delle tavole
Anno edizione: 2013
Pagine: 413 p. , Brossura

giovedì 27 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Terza parte


Dovevo fare qualcosa. Non avevo scelta, si trattava di una lotta contro il tempo, prima che potessi essere risucchiata in un vortice dal quale non sarei più uscita. Camminai lungo la stanza cercando di trovare un’ idea, una soluzione. In mente mi apparve l’ immagine di Michele, un mio collega del giornale. Lui al contrario di me faceva sul serio il giornalista e si occupava di cronaca nera, di sicuro sapeva qualcosa circa l’ omicidio di Eva Ranieri. E poi di lui mi fidavo. Lo contattati e mi diede appuntamento dopo un paio d’ore ad un bar del centro. Arrivai in anticipo e mi sedetti ad un tavolino in veranda. Ordinai un aperitivo alcolico, nonostante non fossi abituata a bere, ma in quel momento ne avevo estremamente bisogno. Quando lo vidi davanti ai miei occhi, con i suoi occhiali da intellettuale e l’impermeabile nero, mi prese l’ansia. Un conto era stato programmare nella mia mente quello che avrei detto ed il modo e un altro sarebbe stato dirlo sul serio. Mille domande mi assalivano ma dovevo anche pensare a come giustificarle. Così mi limitai a raccontargli quello che avevo detto alla polizia, ovviamente chiedendogli di non farne parola al giornale. “ Quello che mi stai raccontando è incredibile” disse sorseggiando un caffè lungo. “sai che se non me lo avessi raccontato tu ne avrei parlato in un mio pezzo vero?” Certo che lo sapevo, ma se non fossi stata certa della sua amicizia non lo avrei coinvolto. Michele ed io eravamo amici fin dai tempi dell’ università. Poi le nostre strade si erano separate, per poi riunirsi una mattina nell’ascensore della redazione. Io stavo portando la mia pila di carte e lui si stava avviando ad un colloquio di lavoro e da allora ci riunimmo. “ Capisci che vorrei sapere di più sulla sua morte, immagino tu te ne stia occupando” dissi con voce che sfiorava il tono supplichevole, più che interessato “Immagini bene. Il cadavere è stato trovato in un vicolo, accanto a lei tutti i suoi effetti personali, quindi la rapina è stata esclusa subito. Inoltre sembrerebbe che la donna sia stata uccisa con un coltello. Più colpi all' addome. Non sembrava essere una mano sicura”. Ascoltavo con attenzione ma la mia testa non riusciva a restare concentrata. Tornavo alle mail, a quello che stava accadendo. Una parte di me avrebbe voluto dirgli tutto, ma avevo paura. Ogni cosa avessi raccontato sarebbe potuta essere usata contro di me. Il cellulare che mi vibrava nella tasca della giacca mi fece sobbalzare. Era un numero fisso. Il commissariato, mi stavano convocando per parlarmi. “Se vuoi ti accompagno” mi disse col suo tono dolce. Accettai, dopotutto non me la sentivo di andare a piedi e volevo sapere al più presto quello che volevano da me. Non lo feci entrare, preferii essere lasciata fuori al commissariato ed affrontare tutto da sola. Dopo aver avvertito il piantone della mia presenza, andai a sedermi. Intorno a me il vuoto completo. Solo un uomo sedeva a due poltroncine di distanza dalla mia. Era sulla quarantina, in completo elegante, e sfogliava dei documenti, che custodiva in una cartellina trasparente. I nostri occhi si incrociarono per un secondo e ci sorridemmo. Quando il mio nome venne pronunciato dal piantone sobbalzai, e andai verso l’ufficio, lo stesso della volta precedente. Ad accogliermi fu solo il commissario Allegri, che dopo i primi convenevoli andò subito al sodo, mostrandomi una foto che aveva davanti a sé. “ Da quanto ci ha detto lei, Eva Ranieri non la conosceva ma a quanto pare non è proprio così. Questa foto ci è stata inviata da un mittente anonimo”. Me la porse e io la afferrai con avidità. Raffigurava me ed Eva Ranieri all’uscita dalla palestra che ero solita frequentare, e dalle nostre movenze sembrava ci conoscessimo. “Commissario io non so cosa dirle, effettivamente frequentavo la palestra ma non sapevo che anche lei fosse iscritta lì”. “ Invece è proprio così, e da quello che abbiamo sentito in giro, sembra che vi foste incontrate altre volte. Insomma agli occhi degli altri iscritti, ovviamente chi si ricordava di voi, sembravate conoscervi”. Il tono era cambiato dalla prima volta che ero stata lì, era accusatorio. “ Senta io in palestra ho conosciuto molte persone ma mi creda non ricordavo di averla mai vista prima, questa foto per me rappresenta una novità, e non voglio dire che lei non abbia ragione ma probabilmente, avremmo parlato dei corsi o di altro, io non so cosa dire”. La mia voce cominciava a tremare, stavo male ed era evidente, così dopo la mia dichiarazione fui accompagnata verso la porta. La tortura per ora era finita. Uscii e mi sedetti su una panchina poco distante dal commissariato. Ero sconvolta, non mi credevano ed era evidente che presto mi avrebbero arrestata, ne ero convinta. Mentre le lacrime scendevano copiose dai miei occhi, vidi un fazzoletto bianco accanto al mio viso e seguendo la mano notai che a porgermelo era lo stesso uomo che avevo visto in sala di attesa.
"Piacere sono l’avvocato Marco Matera” quelle parole mi fecero sorridere senza pensarci. Parlai con lui come non avevo ancora fatto con nessuno fino a quel momento. Avevo proprio bisogno di sfogarmi. “ La sua storia è molto strana, ma mi piace”. A quelle parole restai sconvolta, come poteva piacergli la mia storia? “ Mi spiego meglio” continuò “come le ho detto sono un avvocato e il suo caso mi interessa, se le va potrei seguirla io, questi sono i miei recapiti, ci pensi”. Io asserii e mi alzai, incamminandomi verso casa, non sapevo cosa fare, ma non avevo nemmeno molta scelta e forse quell’ incontro lo aveva voluto il destino e a me non restava che accettarlo.
 
RACCONTO A PUNTATE DI ROSARIA RUSSO

lunedì 24 aprile 2017

Incipit: L'eleganza del riccio, di Muriel Barbery





"Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante. Vivo sola con il mio gatto, un micione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né lui né io facciamo molti forzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo sempre educata, raramente ono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi he permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un sen-o facile da decifrare. E se da qualche parte sta scritto che le portinaie sono vecchie, brutte e bisbetiche, così, sullo stesso firmamento imbecille, è solennemente inciso a lettere di fuoco che le uddette portinaie hanno gattoni accidiosi che sonnecchiano tutto il giorno su cuscini rivestiti di federe fatte all’uncinetto. "

 

Recensione: l'eleganza del riccio, di Muriel Barnaby - Edizioni E/O

La mia opinione su questo famoso romanzo è cambiata almeno tre volte nol corso della lettura. Mi ha continuamente sorpreso, suscitando un turbinìo di senzazioni ogni volta diverse. Sono partita con grandi aspettative perché  ha avuto uno straordinario successo al suo esordio, avvenuto nel 2006, e da quel giorno la sua fama è cresciuta senza sosta. L'autrice, Muriel Burbery, ha ottenuto una grande notorietà a livello internazionale, al punto che oramai tutta la sua produzione (non molta a dire il vero) viene identificata con “l'Eleganza del riccio”. Non so se sia una cosa positiva per lei, ma ora che il libro l'ho letto anche io comprendo bene come mai si è messa in moto una tale macchina da guerra, con i suoi molteplici risvolti. Il motivo per cui io invece mi sono decisa a leggerlo dieci anni dopo la sua pubblicazione è uno di quei misteri da lettrice che non sono in grado di spiegare. Non mi ero mai presa la briga nemmeno di buttare un occhio alla trama, niente di niente. I bestsellers scatenano in me una specie di allergia, per cui ci giro alla larga fino a quando l'entusiasmo non si placa almeno un po'. Alla fine comunque ho iniziato a leggerlo. Con un certo dispiacere mi ero quasi convinta ad abbandonarlo, cosa che detesto fare e che riservo solamente ai libri che mi procurano più fastidio che gioia. Il motivo è presto detto: la prima parte è tanto, troppo infarcita di filosofia, e chi come me non ha mai avuto un buon rapporto con la materia è facile che trovi i pensieri riportati un po' ostici e faticosamente assimilabili.
Le protagoniste del romanzo sono due donne, una appena dodicenne e l'altra nel pieno della sua maturità. Sono estremamente diverse tra loro, non solo per un fattore anagrafico ma anche e soprattutto per la loro estrazione sociale e per il ruolo che loro malgrado rivestono nella comunità. Paloma è una ragazzina molto matura per la sua età, che abita con la famiglia in un lussuoso palazzo della “parigi bene”; Renèè invece è la portinaia. Nonostante la palese diversità, esiste qualcosa di insospettabile che accumuna le due donne: sono entrambe dotate di una spiccata intelligenza, molto superiore alla media, e possiedono una profonda cultura che per motivi diversi si ostinano a nascondere al prossimo. Paloma ha un rapporto difficile con la propria famiglia. La osserva con gli occhi di un'aliena, assolutamente incapace di adattarsi alla loro mediocrità: il padre è un parlamentare perennemente assente, la madre è superficiale e schiava di antidepressivi e sonniferi, mentre la sorella maggiore, Colombe, è una studentessa di filosofia della Sorbona che di intellettuale ha solo il titolo. E' proprio lei quella che Paloma maggiormente disprezza, perché non riesce ad accettare il suo vuoto interiore e trova assurdo che una materia tanto nobile come la filosofia sia utilizzata da Colombe sono per darsi un tono, senza capirne l'immenso valore. Paloma cerca di nascondersi ai loro occhi e si sforza di apparire un'adolescente come le altre, infarcita di sottocultura come la maggior parte dei suoi coetanei. Abbassa il suo rendimento scolastico, legge fumetti a tavola e sostanzialmente non interagisce mai con i familiari, i quali non sospettano minimamente la verità. E' convinta che la sua straordinarietà, se costretta a doverla condividere con i suoi familiari, le farebbe viviere un vero e proprio incubo. Paloma purtroppo pensa che la sua famiglia non sia altro che lo specchio della società in cui è costretta a vivere: sono gli esponenti a lei più prossimi, ma in generale non nutre una grande fiducia nell'essere umano. Condannata dalla sua profonda ed acuta sensibilità ad isolarsi dal marciume di cui è circondata, prende una decisione lucida e cruda, con la quale si apre il romanzo. Prima di portare a compimento la sua opera decide però di scrivere un diario in cui annotare i suoi pensieri, le sue riflessioni più profonde riguardo l'animo umano e riguardo le cose tangibili, appartenenti al corpo, che sono in grado di instillare in lei la percezione della bellezza. E' l'ultimo tentativo che è disposta a compiere per capire se dopo tutto la vita ha un senso che ancora le sfugge, qualcosa che la allontani da tutta quella mediocrità.
Al piano terra del lussoso palazzo abita invece la portinaria Reneè, altra anima solitaria e custode di un tesoro prezioso, costruito con anni di silenzioso apprendistato. Reneè è vedova da diversi anni, ma nonostante una vita umile fatta di onesto lavoro e privazioni non ha mai vissuto la sua condizione piangendosi addosso, affliggendosi per il suo magro destino. Al contrario, ha fatto di tutto questo il suo scrigno. Ha cullato la sua solitudine arricchendola di conoscenza, imparando da autodidatta tutto quello che di meraviglioso ha creato l'uomo attraveso i secoli: filosofia, arte, letteratura, musica, cinema. Figlia di contadini della campagna francese, Reneè ha dovuto abbandonare presto gli studi per affrancarsi dalla famiglia, nonostante avesse ricevuto in dono un'intelligenza fuori dal comune. Questa sua predisposizione per lo studio, unita ad un amore per l'arte in tutte le sue forme, l'hanno portata nel corso degli anni a costruirsi una solida ed ampia cultura, che si è sempre preoccupata di nascondere al prossimo. Anche per Reneè infatti la superiorità del suo intelletto è vista come un qualcosa da proteggere, che se svelata porterebbe soltanto problemi. Un pensiero distorto che affonda le sue radici in un dolore antico, che ci verrà rivelato soltanto alla fine del romanzo. Reneè cerca di impersonare fino in fondo il ruolo della portinaia, adattando persino il suo aspetto all'immaginario collettivo: si trascura, è sciatta, veste male e non va dal parrucchiere da anni. Nascosta sotto uno strato di vecchi indumenti e celata dietro uno sguardo allenato a mantersi inespressivo, la sua anima si nutre di quella bellezza che Paloma non sa più trovare. Per Renèè tutto è bellezza, perché la sua anima ne è intrisa.
Il romanzo è un alternarsi tra i diari di Paloma e i pensieri di Renèè, che nella prima parte mi hanno quasi mandato fuori strada. Come dicevo all'inizio ero sul punto di mollare, perché ho trovato quel continuo filosofeggiare di Reneè eccessivo e senza uno scopo narrativo. Mi sembrava di girare in tondo, persa nei ragionamenti complicati che la portinaia esterna anche quando compie i gesti più semplici. Ogni considerazione, anche la più banale, è ridondante di pensiero filosofico. Ho pensato che se il libro era davvero un continuo rimbalzare tra il rimuginare di Paloma e il filosofeggiare spinto di Renèè, non ce l'avrei fatta a proseguire e mi sarei arenata su una pagina a caso. Poi improvvisamente tutto cambia ed acquista un senso, cambia il ritmo del romanzo e cambia anche la mia opinione sulla faccenda. Nella vita delle due donne irrompe un ricco signore giapponese, Monsieur Ozu, nuovo inquilino del lussoso palazzo. E' colto, affascinante, e come Reneè ha una passione per Anna Karenina. E' proprio una citazione del romanzo, buttata lì per caso da Monsieur Ozu, ad innescare la miccia del cambiamento: sentendo quella frase così nota Reneè ha un lieve sussulto, che le illumina gli occhi. Nessun condomino se ne sarebbe mai accorto, tranne Monsieur Ozu. Lui è diverso, perché sa guardare oltre le apparenze e perché i preconcetti non fanno parte della sua natura. Ha riconosciuto in Reneè una persona a lui affine, e per questo desidera approfondire la sua conoscenza: la inviterà a pranzo nel suo appartamento, e poi ad un tè pomeridiano per godersi insieme uno di quei film giapponesi che Reneè ama tanto. E' proprio vero che quando si innesca la miccia del cambiamento gli avvenimenti cominciano a susseguirsi con una rapidità sconcertante, come se il tempo prima fosse stato immobile, congelato nelle vecchie abitudini. Dopo aver fatto amicizia con Monsieru Ozu Reneè farà la conoscenza anche di Paloma, che riconoscerà come spirito affine: due anime solitarie costrette a nascondere la loro cultura al mondo, paradossi viventi in una società in cui l'apparenza conta molto di più della sostanza.
Il romanzo si conclude in modo inaspettato, almeno per quanto riguarda Reneè, che ho finalmente imparato ad amare e a comprendere nella sua stravaganza e nel suo chiudersi al mondo. Per quanto riguarda Paloma invece ho tirato un sospiro di sollievo: quello che cercava, quello su cui ha provato a riflettere per mesi attraverso le pagine del suo diaro, l'ha trovato infine nella guardiola di una portinaia sciatta ed invisibile agli occhi dei ricchi condomini. In lei ha trovato l'autentica bellezza, quella che non arriva dagli abiti assurdamente costosi di sua madre o dai lineamenti perfetti di sua sorella, ma quella che arriva dall'amore e dal rispetto per la vita. L'esistenza di tutti è pregna di dolore e sofferenza, ma se nel pieno delle nostre tragedie siamo in grado di scorgere anche un solo istante di pura bellezza, allora forse saremo padroni del vero significato della vita. Quell'istante diventerà eterno: un sempre nel mai.

TITOLO: L'eleganza del riccio
AUTORE: Muriel Barbery
PAGINE: 384
TRADUZIONE: E.Caillat, C.Poli
CASA EDITRICE: E/O

sabato 15 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Seconda parte





Controllai la borsa da cima a fondo ma nulla, quello che stavo cercando non c’era più. Forse lo avevo perso o magari era caduto durante il tragitto in mezzo a quella folla. Cercai di riprendere la calma, provare a riordinare le idee e pensare a cosa fare. Andare dalla polizia e raccontare tutto, fu il mio primo pensiero. Chiamai in ufficio e mi presi qualche giorno di ferie. Ne avevo accumulate tante, soprattutto da quando ero tornata single. Non sarei riuscita a connettere in quello stato di tensione nel quale mi trovavo. Quella donna mi aveva chiesto aiuto e io non ero stata in grado di aiutarla e per giunta avevo perso anche l’ unico elemento che provava la mia versione dei fatti. Avevo chiamato quel numero e risultava sicuramente nei tabulati telefonici. Probabilmente ero stata l’ultima a telefonare. Mi stavo cacciando in un grosso guaio inconsapevolmente. Quando entrai in commissariato e dissi al piantone di avere notizie sulla morte di Eva Ranieri, quel ragazzo sulla ventina, con occhi azzurri e grandi e uno sguardo impaurito, fece un balzo e mi chiese di aspettare solo un attimo. Nemmeno il tempo di sedermi che vidi arrivare due uomini dalla corporatura massiccia. “Commissario Allegri” disse uno. “ Ispettore Cassino” continuò l’altro. Mii accompagnarono in un ufficio, dove sedetti tesa come una corda di violino su una poltroncina girevole un po’ sbilenca. “Allora, ha detto di avere notizie su Eva Ranieri, prego” cominciò il commissario. Il tono era gentile ma anche freddo. Probabilmente non si fidava di una sconosciuta piombata senza una ragione precisa a raccontare di sapere chissà cosa su una indagine che stava appena cominciando. Raccontai quello che mi era capitato, tutto di un fiato, quasi per evitare domande, che mi avrebbero potuto confondere e far sbagliare. La storia del plico scomparso probabilmente sembrò una bugia, considerata l’espressione titubante dei miei ascoltatori. “ Quindi lei ha chiamato al cellulare che compariva sul plico, e ha ricevuto risposta?” “No, squillava ma nessuno ha risposto, così ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto e non ho più riprovato, poi mi sono addormentata e stamattina ho ascoltato la notizia in tv”. “D’accordo signora Alessi, terremo conto di quello che ci ha raccontato e si tenga a disposizione per eventuali altri chiarimenti, arrivederci” disse l’ispettore, portandomi la mano in segno di saluto. Andai via da quel posto sollevata e preoccupata allo stesso tempo. Non mi sembrava che avessero creduto alla mia versione dei fatti. Forse mi consideravano una mitomane pronta a tutto pur di avere attenzione. Certo il numero sul telefono di quella donna lo avrebbero trovato. Ma non sapevo in che modo lo avrebbero collegato alla spiegazione che avevo dato loro. Quando entrai in casa andai al pc e cominciai a fare delle ricerche su quella donna. Non c’era molto. Non aveva nemmeno un profilo social, sembrava non essere mai esistita. Mentre cercavo nel nulla, mi arrivò una mail; si trattava della solita pubblicità ma cancellandola mi accorsi che la casella dello spam era piena. Aprendolo notai mail che provenivano dallo stesso indirizzo, e leggendolo rimasi sconvolta nel vedere ben chiaro il nome di Eva Ranieri. La prima era esplicita: “ smettila di perseguitarmi”, poi la successiva e tutte le altre. Erano uguali, indicavano un odio nei miei confronti, o meglio verso colei che le stava rovinando la vita. Guardai le date. Cominciavano qualche mese prima fino all’ ultima, risalente alla vigilia della sua morte. Le cancellai di getto, come se quel gesto istintivo bastasse a non lasciarne traccia ma sapevo perfettamente che non era così. Ero allibita e scioccata. Non avevo mai visto prima quella donna, e nemmeno le avevo mandato qualche messaggio, ma allora tutto quello che stava succedendo cosa significava?

RACCONTO A PUNTATE DI ROSARIA RUSSO

giovedì 13 aprile 2017

Recensione: Il rumore della pioggia, di Gigi Paoli - Giunti Editore




E' da diversi mesi che questo giallo tutto italiano rimbalza tra i vari blog sparsi per la rete, raccogliendo consensi unanimi e ottime recensioni. Sono molto contenta della cosa, perché i gialli/thirller non fanno parte della nostra tradizione letteraria e solo ultimamente si stanno ritagliando uno spazio sempre più importante all'interno del mercato editoriale. I gialli classici come ben sappiamo sono appannaggio esclusivo di inglesi e francesi, che con Agatha Christie, Georges Simenon ed Arthur Conan Doyle hanno tracciato l'impostazione di un genere che sopravvive ai tempi ed alle mode. I polizieschi e gli hard-boiled invece li abbiamo dovuti importare dagli USA, autentica fucina di thrilleristi eccezionali che da anni invadono piacevolmente le nostre librerie. In italia  quest'insieme di generi e sottogeneri dormiva sonni profondi fino a quando Donato Carrisi si è lanciato nell'impresa ed è riuscito a confezionare ottimi thriller che di italiano hanno tutto: protagonisti, ambientazione, fascino. Grazie al suo imprinting si è mosso qualcosa di importante, ed io che amo questo tipo di romanzi oggi sono alla continua ricerca del meglio che il panorama nazionale  possa offrire. Qualche delusione l'ho avuta, ma in generale mi ritengo soddisfatta e ad oggi quando mi trovo di fronte ad un thriller ambientato nel nostro Bel Paese non resisto: lo devo leggere. Questa volta è toccato a “IL RUMORE DELLA PIOGGIA” di Gigi Paoli, un giornalista toscano che da anni lavora nell'ambiente giudiziario come cronista. Ho dato ascolto ai pareri altrui ma soprattutto mi sono fidata del mio istinto di giallista, che questa volta ha funzionato alla perfezione regalandomi una lettura coinvolgente da cui non sono riuscita a staccarmi quasi mai. Tre giorni et voilà, l'ho spazzolato via e già riposto sui miei scaffali, pronta a contribuire con il mio parere scritto.
Il protagonista del giallo è l'alter ego del suo autore: Carlo Alberto Marchi è un giornalista che si occupa di cronaca giudiziaria nella redazione del “Nuovo” di Firenze: sulla quarantina, divorziato, vive con la figlia pre-adolescente ed una gatta nera in un piccolo appartamento da scapolo, ed ha un rapporto difficile con le donne. Per la prima volta da quando leggo gialli italiani mi sono trovata di fronte ad un protagonista che non è afflitto, non è tormentato, non è dolente. Alleluja. Il nostro Carlo ha solo una vita complicata ed una marea di casini da gestire, in quanto padre single con lo spirito da giornalista d'assalto. Questo significa che incastrare le esigenze di una figlia undicenne con la sua perenne “caccia all'articolo” è un problema piuttosto ostico che spesso non riesce a risolvere. Risultato? La figlia si incazza, lui si sente in colpa e le notizie buone sono da rincorrere, letteralmente. Il nostro giornalista è quindi un uomo problematico ma positivo e concreto, che ama la sua vita, adora la figlia ma soprattutto ha una vera e propria dedizione per il proprio lavoro.
E' uno di quei giornalisti che che svolge ancora la sua professione con quello spirito così particolare che oggi molti suoi colleghi hanno perso. Non si è mai adagiato su una scrivania per  redigere articoli a comando, buttando l'occhio di tanto in tanto all'orario  impaziente ed annoiato come un dipendente qualsiasi: lui ha ancora una passione bruciante che lo anima, mette il cuore in quello che scrive, ha il fiuto da segugio e quando gli si presenta tra le mani una buona storia da raccontare va  in fibrillazione. Per lui il giornalismo è una missione per la quale è disposto a macinare orari impossibili, sacrificando giornate libere e week end interi. La  sua toscanità poi è la ciliegina sulla torta, perché dona al tutto un' ironia irresistibile e dissacrante che strappa sorrisi e buonumore, rendendo l'empatia  facile ed immediata. Un protagonista azzeccatissimo insomma, come altrettanto azzeccati sono gli altri personaggi che gli gravitano attorno: l'amico giornalista, quelli del palazzo di giustizia (simpaticamente ribattezzato Gotham perché la sua particolare struttura ricorda la città di Batman) e poi la figlia Donata, che sta combattendo le sue prime battaglie di indipendenza verso l'unico genitore che le è rimasto.  L'ambientazione scelta non poteva che essere la città toscana per eccellenza, ovvero Firenze. Questa volta però non siamo di fronte alla capitale dell'arte  per antonomasia, con i suoi monumenti e la sua opulenta bellezza, che richiama frotte di turisti provenienti da ogni parte del mondo e ad ogni pagina del calendario. Questa volta l'autore ci mette in contatto con la parte più intima e riservata della città, quella che solo i fiorentini conoscono, ma non per questo meno suggestiva e affascinante, anzi. Posso tranquillamente affermare che gli angoli nascosti in cui Carlo ci conduce sono ancora più attraenti di quelli che conosco così bene, perché Firenze è una città che mi ha rapita il cuore e ci torno ogni volta che posso. I personaggi che Gigi Paoli mette in scena si muovono all'interno di questi angoli sconosciuti alla maggior parte di noi, rendendoci curiosi e complici di una storia buia ed opprimente come il clima di novembre, in cui tutto ha inizio. Una pioggia battente sta tormentando la città da diversi giorni, Carlo è alle prese con un pezzo che dovrà scrivere sull'arrivo imminente  del Presidente israeliano quando un collega del Nuovo lo informa di un terribile delitto accaduto poco prima nella via degli antiquari. Inizia così una  caccia all'uomo (e all'articolo) che Carlo conduce da vero segugio, guidato da un istinto giornalistico che lo tiene costantemente in allerta, con le antenne ben drizzate e pronte a captare il minimo segnale. L'omicidio è efferato e le piste che si aprono indagando sull'accaduto sembrano tante - troppe a dire il vero - per essere valide. Dietro all'uccisione di un anziano commesso di un negozio di antichità religiose paiono annidarsi segreti incoffesabili, mentre le ombre dell'omossessualità, della Chiesa e della Massoneria si allungano come tentacoli. Ad ogni nuovo approfondimento di questa indagine a triplo binario si aprono nuovi scenari, in un susseguirsi di verità svelate e di colpi di scena che tengono avvinghiati alle pagine, come nella migliore tradizione giallista. La triplice pista è però seguita solo da Marchi, perchè per la procura di Firenze il caso è già stato praticamente risolto. Ovviamente il nostro cronista d'assalto  non ha nessun titolo per condurre l'inchiesta, perchè come gli ricordano spesso a Gotham lui è un giornalista, ed è meglio che smetta di giocare a fare l'investigatore. Marchi però non molla l'osso e continua ad indagare, aiutato da  amicizie e vecchie conoscenze coltivate in anni di appostamenti tra le stanze del palazzo di Giustizia, oltre ad una buona dose di sfrontatezza. Come nelle migliori report-story.
I segreti che ogni vita porta con sè sono molteplici, spesso sono pesanti fardelli, altrettanto spesso sono circondati da sensi di colpa e da sentimenti disgraziati che ci preoccupiamo di nascondere con cura. La verità invece è sempre a senso unico, e il più delle volte è  semplice e disarmante.

TITOLO: Il rumore della pioggia
AUTORE: Gigi Paoli
CASA EDITRICE: Giunti
PAGINE: 280
ANNO DI PUBBLICAZIONE : 2016


lunedì 10 aprile 2017

Recensione: Black Out, di Marc Elsberg - Casa Editrice Nord




Come questo romanzo sia finito tra le mie letture è una strana storia.  
Marc Elsberg è uno scrittore autstriaco che in patria, in seguito alla pubblicazione di questo romanzo post apocalittico (che forse proprio post apocalittico non è), ha riscosso un enorme successo, scalando le classifiche di Germania, Svizzera ed ovviamente Austria. Un signore svizzero, un musicista di grande cultura e appassionato lettore, ha regalato per Natale questo volume al mio compagno, sostendo che fosse uno dei migliori libri che avesse letto negli ultimi anni. Il mio compagno non essendo un grande lettore si è lasciato  spaventatare dalla mole del romanzo, cedendomi volentieri il passo. Appena ho appreso la tematica intorno alla quale è stata costruita la storia mi sono gettata a capofitto nella lettura, uscendone con le ossa rotte e con un opprimente senso di angoscia. E' realtistico, porca miseria. Realistico al punto che più volte mi sono domandata se in casa avessimo abbastanza scorte di candele, acqua in bottiglia e derrate alimentari non deteriorabili, tanto per fronteggiare le necessità primarie in caso di blackout prolungato. E la risposta è stata una sola: NO.
La teoria a cui si rifà l'autore gira da diversi anni negli ambienti scientifici, e si è propagata a macchia d'olio dagli Stati Uniti all'Italia grazie ad un articolo di giornale apparso nel 2009 che metteva in guardia da un possibile "attacco magnetico" ad opera del nostro Sole da lì a breve. Addirittura si parlava di un anno specifico in cui tutto ciò sarebbe accaduto, mi sembra il 2013 o giù di lì, esattamente non ricordo. Ho un paio di amici ( un ingegnere ed un geologo) che ritengono l'ipotesi assolutamente plausbile, ancora oggi che lo spauracchio atmosferico si è verificato senza creare problemi (un po' come quando, con l'approssimarsi dell'anno 2000, il Mellenium Bug aveva creato un isterismo ingiustificato). La comunità scientifica parlava della possibilità che si potesse verificare un blackout di lunga durata dovuto alle cosiddette "tempeste solari", che sarebbero state di un'intensità tale da essere in grado di bruciare tutti i generatori di corrente elettrica. La previsione era stata elaborata dalla NASA  e riportata in Italia da un articolo de La Repubblica, contribuendo a diffondere la notizia tra le masse. Fino a qui le ragioni della scienza. Il problema è che, sucessivamente, questa idea è stata ripresa e distorta dalle menti di alcuni  complottisti, i quali diverso tempo sostengono  che questo scenario catastrofico  si verificherà non a causa di un fenomeno atmosferico particolarmente intenso, bensì ad opera dell'uomo, e quindi deliberatamente, per creare il caos e riprortare l'umanità indietro di secoli, con conseguenze apocalittiche. Un attacco terroristico senza l'impiego di armi di massa, elaborato da un esercito invisibile che agisce nel sottobosco informatico e che utilizza le più grandi invenzioni della civiltà per distruggerla. Un suicidio indotto insomma.
L'umanità oggi dipende totalmente dall'energia elettrica: se ci soffermiamo un attimo a riflettere su questa incontrovertibile verità possiamo facilmente comprendere quali sarebbero le conseguenze di un blackout a livello mondiale. Sarebbe, in poche parole, la fine della nostra civiltà così come la conosciamo. Per prima cosa si verificherebbero una serie di incidenti a catena, perché i semafori smetterebbero di funzionare; poi si verificherebbe un blocco totale della circolazione a causa dell'impossibilità di rifornirsi di carburante (le pompe delle stazioni di servizio infatti necessitano di energia elettrica per funzionare, ma chi ci ha mai pensato?). Le derrate alimentari deperirebbero in pochi giorni nei reparti dei supermercati e nei loro magazzini, che sprovvisti di corrente elettrica non sarebbero più in grado di conservare il cibo. Il denaro non sarebbe più erogabile tramite bancomat nè tanto meno sarebbe possibile prelevarlo recandosi direttamente allo sportello della propria banca, perché quello bancario è un sistema completamente automatizzato. Le medicine, così come il cibo, non sarebbero più a disposizione di nessuno, e questo creerebbe i primi decessi per i cardiopatici o per chiunque necessiti di farmaci salva vita. Quanti malati cronici hanno graosse scorte di farmaci nell'armadietto del bagno? Ve lo dico io: nessuno. Perché il medico fa la ricetta di volta in volta per certi medicinali e quindi l'idea di potersi fare una bella abbuffata di betabloccanti o insulina è da escludersi a priori. Le telecomunicazioni sarebbero tranciate di netto, il traffico ferroviario ed aereo sospeso, i rifornimenti di qualsiasi natura bloccati. Questo tanto per cominciare, perché le conseguenze sul lungo periodo coinvolgerebbero anche altri aspetti non solo pratici, andando a toccare la sfera politica, economica e militare di paesi interi.  Insomma, una teoria affascinante ed inquietante, che da anni alimenta i complottisti e l'immaginazione delle menti più fervide. Come quella del nostro autore.
Mark Elsberg ha congegnato una storia pescando da questa teoria e spostando poi l'attenzione sulla possibilità di manomettere i contatori di nuova generazione, cosiddetti "intelligenti", che si basano su un sistema di controllo e raccolta dati chiamato SCADA. Se non sapete di cosa si tratta, poveri voi. L'autore non ve lo spiegherà, le pagine voleranno via senza che voi capiate un accidente, infarcite  di un trilione di termini incomprensibili ai più. I dettagli tecnici sono davvero troppi, e rendono la lettura molto ostica. Per chi non mastica i tecnicismi dell'ambiente informatico, così strettamente connesso a quello della distribuzione dell'energia elettrica su larga scala, è difficile raccapezzarsi. Ammetto di non aver compreso assolutamente come i terroristi siano riusciti ad infiltrarsi nella rete elettrica mondiale mandando in tilt un paese dopo l'altro, quanto meno non nel dettaglio. Diciamo che l'ho compreso a grandi linee, ma penso che se l'autore avesse reso questi passaggi un po' più semplici saremmo stati tutti padroni della storia, anche io che sono bionda. Invece ho  brancolato nel buio per diversi capitoli, tirando il fiato solo quando l'attenzione veniva spostata sulle vicende umane, sempre troppo poche e troppo brevi. Si tratta pur sempre di un romanzo, non di un saggio, che diamine!
Oltre ai dettagli tecnici, ci sono altri appunti da fare: quanti nomi sono stati buttati nel mezzo? Quante città diverse, quanti centri di narrazione? Un'infinità, da perderci la testa. Considerando che in tutto il romanzo conta ben 630 pagine, capite bene che smarrirsi durante la lettura è un attimo. Ed io ammetto di averlo fatto più volte. Per fortuna perdersi nei dettagli tecnici non è grave, nel senso che il filo del discorso si riprende agevolmente, però avrei preferito che l'autore avesse dato decisamente più spessore all'aspetto umano ed ai tratti caratteriali dei personaggi, che si muovono quasi sempre in funzione degli accadimenti e sembra che non abbiano una vita intima ed  una propria natura, qualcosa insomma che esista anche aldilà della catastrofe imminente. Un passato, un presente, un futuro: è tutto abbozzato e tratteggiato a grandi linee, cosa che  non permette di empatizzare molto con i protagonisti. Lo consiglierei? Forse no. Però l'abilità dell'autore è indubbia e la sua preparazione eccellente, per cui spero che ci riprovi con qualcosa di meno voluminoso, meno "saggistico" e più umanizzato.
Allora sì che sarebbe stato un romanzo perfetto, uno di quei libri che consiglierei a chi è in cerca di divertimento allo stato puro.

TITOLO: Blackout
AUTORE: Marc Elsberg
CASA EDITRICE: Nord
PAGINE: 630
TRADUZIONE: R. Zuppet





venerdì 7 aprile 2017

Explicit: la zona morta, Stephen King




...e quella fu la nostra notte più bella. anche se a volte mi è difficile credere che vi sia mai stato un anno 1970 e le dimostrazioni nei campus e Nixon presidente. Senza calcolatori tascabili, senza videocassette, senza orchestre punk e rock. E altre volte mi sembrea che quel tempo sia tutt'ora vicinissimo, da poterlo quasi toccare. Mi sembra che se potessi tenerti tra le braccia, o toccare la tua guancia, o la tua nuca, potrei portarti via con me in un futuro diverso zenza dolore o tenebre o scelte amare.
Bene, tutti facciamo quel che possiamo e dobbiamo accontentarci...e se non ci basta, dobbiamo rassegnarci. Spero soltanto che tu mi penserai nel modo migliore che ti riesce, Sarah cara. Con tutto il cuore 
e tutto il mio amore

Johnny

giovedì 6 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Prima parte





Ero entrata in quel parco quel pomeriggio per rilassarmi, per scrollarmi di dosso le otto ore trascorsa china sulla scrivania, ma mai avrei immaginato quello che sarebbe successo dopo… Erano le diciotto, e come ogni giorno arrivai alla mia solita panchina, quella appartata sotto il grande albero. Si respirava quell’aria fresca e quasi incontaminata dalle auto e dai loro gas tossici. Era tutto perfetto, o quasi, di certo non la mia vita. Trentadue anni, una storia di dieci finita male a causa di un tradimento di lui con la sua segretaria, un progetto di matrimonio imminente e quindi futuri figli, infranto. Anche il lavoro non era un granché, nulla a che vedere con i miei progetti di ragazza quando sognavo di scrivere come giornalista per un giornale importante, e invece mi ero ritrovata in una redazione ma solo a fare lavoro di ufficio, a smistare posta, insomma nulla che valesse la pena raccontare. Come facevo sempre, cominciai a guardarmi intorno, a osservare quello che mi circondava. Quando li vidi rimasi affascinata, erano un uomo e una donna, di spalle, eleganti, mano nella mano. Si sedettero su una panchina un po’ più avanti della mia. Sembrava parlassero ma senza mai guardarsi, infatti non riuscii nemmeno a scorgere i loro profili. Poi ad un certo punto lui si alzò, prese il telefono e andò via dalla mia visuale. Lei prese qualcosa dalla borsa, sembrava essere un libro, lo appoggiò al suo fianco. Dopo qualche minuto lui tornò, le ridiede la mano e andarono via, insieme. Il libro, o qualunque cosa fosse invece era ancora lì, su quella panchina. Avrei potuto urlare, chiamarli a gran voce per dirglielo ma non lo feci, un po’ per timidezza e anche per una specie di voce interiore che mi diceva di non farlo. Quando vidi le loro sagome uscire dal cancello mi avvicinai e mi sedetti. Feci l’indifferente, provai a non dare nell’occhio. Presi il telefono, fingendo di mandare qualche messaggio e poi afferrai quel libro. Lo guardai bene e mi accorsi che era un plico rilegato in tipografia, tascabile. Sulla copertina trasparente, un titolo in grassetto, “ Condanna a morte”. Orrendo, pensai, e poi sotto il nome dell’autrice, Eva Ranieri. Cominciai a sfogliarlo e lessi una dedica: “ a mio padre, che mi conosceva meglio di chiunque altro” Alla pagina seguente il primo capitolo: “Se hai tra le mani questo libro vorrà dire che ciò che ho fatto è servito, questo non è un racconto o una storia fantastica, è la mia vita, quella di una donna che per amore ha fatto solo sbagli ma che ora si trova in pericolo, e questo è il mio solo modo per comunicarlo”. E poi il nulla. Non era scritto più niente, pagine vuote, ma nell’ ultima un numero di telefono, un cellulare. Istintivamente lo segnai, misi il plico in borsa e andai via. Salii sulla metropolitana che prendevo di solito, una delle linee più affollate dove è difficile trovare posto, e non appena arrivata scesi di fretta e furia e mi incamminai verso casa. Il mio appartamento era in una zona periferica ma tranquilla, piccolo e accogliente, mi ci ero trasferita dopo essermi lasciata con il mio ex. Mi spogliai, accesi la televisione, preparai un toast e mi sedetti sul divano. Ovviamente quello che era successo non mi aveva lasciato indifferente. Presi il telefono e chiamai quel numero. Squillava ma nessuno rispose. Una parte di me pensò ad uno scherzo, architettato per ridere e fare qualcosa di diverso, dopotutto quello che mi stava succedendo era assurdo e difficile anche da raccontare. Smisi di pensarci e vedendo la tv mi addormentai sul divano. Il mio sonno fu talmente profondo che mi risvegliò soltanto un raggio di sole che proveniva dalla finestra e mi finiva dritto nell’occhio. Guardai l’ orologio ed erano le sei. Mi avviai verso il fornello per preparare il caffè, mentre in sottofondo ascoltavo il tg, e proprio tra le notizie di cronaca ne ascoltai una che mai avrei pensato di sentire. “Questa mattina è stato trovato il cadavere di una ragazza. La donna aveva con sé i documenti, e gli effetti personali, attraverso i quali le forze dell’ordine sono risaliti alla sua identità: si tratta di Eva Ranieri”. A quel punto la macchinetta mi scappò dalle mani e il mio primo pensiero fu quello di scovare nella borsa il plico ma purtroppo non trovai nulla. Sembrava essere scomparso.

RACCONTO A PUNTATE di ROSARIA RUSSO

martedì 4 aprile 2017

Un martedì da scrittori: Manuela Caracciolo presenta Quella notte a Merciful Street - TRENTA EDITORE



Dopo diverse settimane torna la rubrica dedicata agli scrittori esordienti, con mio grande  piacere. Sono sempre disponibile a pubblicizzare le opere prime di talenti in erba, perchè sono fermamente convinta che questo dovrebbe essere uno dei "doveri" principali di un blog che ha fatto dei libri e della letteratura il suo centro nevralgico. L'unica discriminante è il genere di  romanzo che mi si chiede reclamizzare, perché deve essere  attinente con le tematiche del blog: erotici, horror, young adult e romance qui non trovano posto. Si tratta certamente di gusti personali, ma anche di una scelta concettuale di fondo che detta le file di tutto il blog e che è la ragione principale per cui è stato aperto: se qualcuno si stesse chiedendo quale sarebbe questa tematica trovate spiegato tutto QUI  . Ed ora veniamo al sodo!
CHI E' L'AUTRICE?
Manuela Caracciolo è nata ad Asti nel 1980, mostra da subito la sua predilezione per il disegno e la moda. Dopo aver frequentato l’Istituto Europeo di Design a Torino, si diploma al Corso di Fashion & Textile Design e inizia a lavorare come stilista e graphic designer.
Dal 2007 diventa giornalista e comincia a collaborare come reporter per giornali locali come Gazzetta d’Asti ed alcune testate on line americane: La Voce di New York e America24 del Gruppo Il Sole 24 Ore.
Si occupa anche di comunicazione per varie realtà nell’ambito della cultura e dell’enogastronomia svolgendo attività di addetto stampa. Autrice di racconti e poesie, ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari oltre ad aver pubblicato nel 2011 la raccolta di racconti Storie sole.


SINOSSI:

Ambientato in una Manhattan intrappolata da neve e ghiaccio , in cui si narrano le vicende di cinque personaggi costretti, loro malgrado, a condividere l’isolamento causato dalla tempesta.
All’apparenza, l’unico filo rosso che li lega è il domicilio in Merciful street, nel cuore dell’East village: C’è la signora Audrey con le sue nostalgie, le sue ricette “magiche” e l’amore per i suoi gatti, perno magnetico intorno al quale ruotano strane forze ancestrali, c’è l’ affascinante Kate, ragazza madre e avvocatessa di grido con il suo bambino ed i coniugi Woodsen, una stravagante coppia di artisti, e c’è l’attempato Arthur, rimasto vedovo ed in cerca di una nuova dimensione per uscire dal proprio dolore.
Ciascuno con le proprie manie ed i propri rimorsi ma anche la voglia di sentirsi meno soli, convive in serenità con gli altri fino all’arrivo del nuovo inquilino Edward Dunkan, broker viziato e irascibile, che non sopporta i gatti e sconvolge le vite degli inquilini.
Intanto, fuori dalle finestre dell’abitazione aleggia una figura dalle ali nere, funesta e soprannaturale, accompagnata da una ragazzina misteriosa. La coppia di strani personaggi andrà a sovvertire, con poteri ancestrali, la sorte degli abitanti di Merciful Street.
Una metropoli spettrale flagellata da vento e ghiaccio farà da cupo sfondo agli incontri notturni dei personaggi, ognuno alle prese con i propri fantasmi in una dimensione al limite dell’immaginazione.
Nell’arco temporale di una sola notte, tutti dovranno fare i conti con la parte più nascosta di se stessi, con i segreti più profondi, rispolvereranno i ricordi, riapriranno ferite mai cicatrizzate, nel tentativo di saldare in qualche modo i propri debiti con il fato.
Tra ricette segrete, biscotti magici ed effluvi aromatici e formule ancestrali, si snoda una storia a metà tra realtà e fantasia, ci si addentra tra le stanze della mente umana, tra pensieri e ossessioni, illuminando gli angoli bui, attraverso le fragilità personali e le paure, cercando di vincere la lotta continua contro un destino già stato deciso da leggi non conosciute, che sfidano l’umana comprensione.


DOVE ACQUISTARLO:

"Quella notte a Merciful Street" è distribuito da Trenta Editore http://www.trentaeditore.it/ed è disponibile sui canali
 IBS
TITOLO: Quella notte a Merciful Street
AUTORE: Manuela Caracciolo
CASA EDITRICE: Trenta Editore 
PAGINE:224
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017