domenica 22 gennaio 2017

Coffee break



"Sono un investigatore privato autorizzato e faccio questo mestiere da un pezzo. Sono un lupo solitario, non ho moglie, sto arrivando alla quarantina e non sono ricco. Mi hanno messo dentro più di una volta e non mi occupo di divorzi. Mi piacciono i liquori, le donne e il gioco degli scacchi e alcune altre cose. I poliziotti non mi hanno eccessivamente in simpatia, ma ne conosco un paio con i quali vado d'accordo. Sono di origine americana, nato a Santa Rosa; ho perduto entrambi i genitori, non ho fratelli né sorelle e quando, una volta o l'altra, mi faranno la pelle in qualche vicolo scuro, come potrebbe accadere a chiunque nel mio mestiere, e a moltissima gente che faccia altri mestieri o non ne abbia alcuno, di questi tempi, nessun uomo o nessuna donna se ne dispereranno."

                                                                         ***
                                                                
Alzò la bocca verso la mia per essere baciata. Tremava. Socchiuse le labbra, dischiuse i denti e la lingua dardeggiò. Poi abbassò le mani e strappò qualcosa, e la vestaglia che indossava si aprì, e sotto la vestaglia era nuda come una mattina si settembre, ma maledettamente meno pudica

                                                                           ***   

L'altra parte di me voleva andarsene e disinteressarsi della faccenda, ma era questa la parte alla quale non davo mai retta. Poiché, se l'avessi ascoltata, sarei rimasto nella mia città natale e avrei lavorato nel negozio di ferramenta e sposato la figlia del padrone. Avrei avuto cinque figli, avrei letto loro i giornaletti la domenica mattina, prendendoli a sberle quando avessero disubbidito, litigando con la moglie sulla sommetta settimanale da dare a ciascuno di loro per i divertimenti e sui programmi della televisione ai quali potevano assistere. Forse avrei anche conquistato la ricchezza, la ricchezza delle piccole cittadine di provincia... una casa di otto stanze, due automobili nel garage, la moglie con la permanente e io con un cervello tipo sacco-di-cemento. Sceglietelo voi questo genere di vita, amici. Io preferisco la grande, sordida, sporca, corrotta metropoli.

Sfogliando "Il lungo addio", di Raymond Chandler

giovedì 19 gennaio 2017

Recensione: Fine Turno, di Stephen King - Edizioni Sperling & Kupfer


Questo thriller mozzafiato è il terzo volume di una triologia che Stephen King ha dedicato al detective - ex poliziotto in pensione Hodge e a Brady Hartsfield, lo spietato assassino dalla Mercedes. E' un po' difficile cercare di spiegare di cosa parla questo appassionante "hard - boiled" a puntate, dal momento che ormai siamo giunti al capolinea della storia, ma cercherò comunque di fare il mio dovere dando le informazioni essenziali senza spoilerare nulla, con buona pace di tutti coloro che non hanno ancora avuto il piacere di avventurarsi in questa triplice lettura. La triologia inizia con Mr Mercedes (trovate  QUI la mia recensione)  e prosegue con "Chi perde paga", a mio avviso il meno appasionante, ma  solo perché a  tratti sembra po' slegato dalle radici della storia iniziale: il detective Hogde entra in scena piuttosto tardi, ma i riferimenti con il passato non mancano ed il ritmo incalzante impedisce al lettore di mollare la presa. Sì perché Stephen King è geniale, inarrestabile e sempre generoso di sorprese verso i suoi devoti lettori: sono quarant'anni che quest'uomo sforna libri a ripetizione e, a parte qualche sosta forzata e un paio di libri senza troppo cuore, non mi ha mai delusa. Quando è al massimo della forma, leggere un suo libro è come fare un giro sulle giostre. Diverte,  emoziona, e nel mentre il tremito sottile di una paura dimenticata  si insidia  tra le pieghe del lenzuolo, che mentre leggiamo tiriamo sempre un po' più sù, fino a coprire il naso:  non è una paura che lui ha inventato apposta per noi, ma qualcosa di oscuro ed  ancestrale che noi riviviamo attraverso le sue parole...lui gioca con le nostre paure infantili, quelle irrisolte che ci portiamo dietro ancora da adulti e quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di guardare in faccia. Ed è questo che fa la differenza tra Stephen King ed il resto del mondo.
Questa volta King riprende esattamente da dove aveva lasciato con l'epilogo di Mr Mercedes: sono passati sei anni ormai da quando lo psicopatico Brady ha ammazzato otto persone servendosi di una vecchia Mercedes, tutti disoccupati in cerca di un lavoro, e tentato un'altra strage di ragazzine piazzando bombe all'interno di un Auditorium in cui si sarebbe dovuto tenere il concerto di una Boy Band. Non racconterò di cosa ne è stato di Brady, anche se trovate tutto nella sinossi. Non voglio togliervi il piacere di scoprire cosa è successo dopo. Quello che è certo, e che posso anticipare, è che si tratta di un incubo agghiacciante che prende forma poco alla volta. L'Assassino della Mercedes non ha terminato la sua opera, ma eravamo solo agli inizi del suo personalissimo show. I suoi deliri mentali non sono cessati, ma hanno assunto una nuova forma, ancora più inquietante e praticamente impossibile da arginare. I suoi istinti malati si sono amplificati e diffusi traendo forza da una sorta di ipnosi collettiva, la mente di Brady ora non è più solo sua, ma si sta propagando come se fosse  un virus infettivo....Le nuove tecnologie, i computer, gli aggeggi informatici di nuova e vecchia generazione, internet ed i social network: tutto contribuisce a potenziare la forza distruttiva di Brady.
Il detective Hodge ancora una volta si rimetterà a caccia, perché da anni non riesce a placare l'ossessione che nutre nei confronti dell'assassino della Mercedes. Tutto, ancora una volta, riconduce a lui. Non sembra possibile e nemmeno logico, ma è come se gli anni passati a dimenticare quello psicopatico non fossero serviti a nulla. Un tarlo invincibile, che scava nella sua mente e non gli da tregua. Insieme a lui ritroviamo ancora una volta i suoi improvvisati compagni di avventura, Jerome e Holly. Tra di loro ormai si è creato un forte legame, che va oltre il rapporto lavorativo in senso stretto: come le dita di una mano, sono sempre pronte ad aiutarsi l'un l'altro, parti integranti di una famiglia  costruita sui sentimenti e non sul sangue. Holly è ormai diventata socia a tutti gli effetti dalla "Finders Keepers", la microscopica agenzia di cacciatori di taglie nata all'epoca della strage, che non ha permesso ad Hodge di godersi la sua pensione. La Finders Keepers, che Holly cura con instancabile solerzia e meticolosità, ha ributtato a capofitto il Det.Rip. nel lavoro, anche se a dire il vero  non ha  mai avuto una reale intenzione di ritirarsi: l'idea della sua nuova vita da pensionato lo stava letteralmente uccidendo, esattamente come aveva intuito Brady.
Per entrambi è giunto il momento di porre fine a questo lungo inseguimento. Hodge e Brady rappresentano il bene ed il male che duellano fino all'ultimo decisivo scontro, simboli anomli di questo eterno conflitto, perchè non   rispecchiano affatto l'immaginario collettivo: Hodge non è un supereroe e Brady non ha le sembianze di uno spietato serial killer. La linea di confine non è mai così netta. Il male che si insinua nella normalità delle nostre vite, trasformandole in autentici incubi ad occhi aperti, è un tema  caro all'autore ed in questo romanzo lo ritroviamo con una sorprendente forza espressiva, anche se il thriller è un genere che non gli appartiene. Dietro i personaggi che King mette in scena c'è sempre un'accurata indagine psicologica, un'analisi delle fragilità umane lucida ed attenta che subito mette in sintonia il lettore con la storia. Se l'autore ha un dono, è proprio questo. Non sa creare solo storie perfette, che tengono incollati alle pagine con un misto di ansia e di bramosia, ma riesce a toccare attraverso le parole la parte più nascosta di noi, scivolandoci sopra con decisione e dolcezza, proprio come un pianista che sta componendo una melodia. Ho perso il conto delle volte che mi sono commossa, leggendo una delle sue storie. O che mi sono indignata, arrabbiata, divertita. Ho provato tutte le emozioni del mondo da quando lo conosco, e è successo anche con il detective Hodge e la sua strampalata squadra. Ancora una volta King ha compiuto questa specie di prodigio letterario, e se pensate che io stia esagerando, beh...allora provate a leggere Il Miglio Verde, Stand by me, oppure It...e poi ne riparliamo. Molti suoi estimatori lo hanno criticato per i suoi ultimi lavori perchè, probabilmente, i suoi pesonaggi hanno perso smalto. I "cattivi", così dice qualcuno, sono meno convincenti rispetto ai bei vecchi tempi, quando tutti noi (nessuno escluso) avevamo una paura folle dei pagliacci e degli hotel fatiscenti. Forse è vero, probabilmente Brady Hartsfield non ci fa tremare le viscere quando lo incontriamo leggendo, ma per quanto mi riguarda  io baso il mio giudizio su altri parametri: la  scrittura, signori. Le sue parole sono come  un vortice,  mi hanno  risucchiata e  gettata nell'anima di una storia stupefacente, eppure così dannatamente legata alla realtà.
Cosa c'è di più importante?

Titolo: Fine Turno
Autore: Stephen King
Casa Editrice: Sperling & Kupfer
Traduttore: G. Arduino
Pagine: 477
Anno di pubblicazione: 2016

lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Volevo solo andare a letto presto, di Chiara Moscardelli - Giunti Editore


Premetto che "Volevo solo andare a letto presto" è uno di quei romanzi che non rientrano nelle mie preferenze, ma ho partecipato ad un gioco e questo è quello che mi è capitato in sorte. Queste storie che ricalcano sempre e per sempre le orme dell'ormai mitica "Bridget Jones", senza però essere in grado di reggerne il peso nè tantomeno di distaccarsi quel minimo per conservare un po' di originalità, mi hanno stancata da...sì, praticamente da subito. Non ho nulla contro il genere, ma personalmente le trovo letture vuote, inconsistenti, che non riescono a strapparmi nemmeno un piccolo sorriso: una leggera increspatura delle labbra è tutto quello che ho ottenuto. Trovo che sia questo il difetto più grande del romanzo, quello di aver voluto a tutti i costi spingere troppo l'acceleratore sull'aspetto tragicomico della protagonista, con il risultato di creare un personaggio che è talmente improbabile nelle sue peripezie da risultare addirittura fastidioso. Purtroppo è così: dopo sole 30 pagine, non sopportavo già più Agata Trambusti. Ma chi è costei?
Agata è una 35 enne che lavora in una galleria d'arte nella Capitale, ed è una donna piena zeppa di frustrazioni, fisime, manie ed ansie di ogni tipo. E' ipocondriaca ad un livello da ricovero, si veste con tailleur incolori quanto lei e non va dal parrucchiere da mille anni, considerando che la sua unica pettinatura consiste in uno chignon da anziana gattara. Porta gli occhiali, è formosa, pratica un'arte marziale dal nome impronunciabile ed ama le telenovelas sudamericane, in compagnia delle quali passa interi week end. Tutto questo potrebbe bastare come bagaglio di sfiga da gettare addosso ad un personaggio romanzesco, ma invece no! La nostra autrice insiste, ed è così che scopriamo quale  rocambolesca combinazione di eventi ha portato Agata  ad essere quello che è, ovvero una giovane sociopatica intrappolata nel suo guscio di certezze, che erge barricate contro il mondo pur di non correre il rischio di vivere la sua vita.
La madre di Agata è un'ex sessantottina sostenitrice del libero amore, che fuma spinelli, fa sesso molto più di lei e si occupa di crisalloterapia. Agata è stata cresciuta come una figlia dei fiori, ragion per cui in casa sua giravano spesso uomini e donne completamente nudi, da piccola non ha mai visto i cartoni animati perché in casa sua la televisone era vietata, e cose così. Dal momento che la madre Rosa riteneva diseducativa la televisione, leggeva alla bambina i suoi libri: per farla addormentare si rivelava efficacissimo, ad esempio, leggerle una pagina de Il Deserto dei Tartari. Niente Jane Austen o Charlotte Bronte, perché le protagoniste erano giudicate da Rosa svenevoli imbecilli interessate solo a trovare marito. (ma porca miseria Signora Moscardelli: io una cosa così non posso proprio leggerla, nemmeno se serve a farmi capire quanto sia idiota la madre di Agata). Essendo una vera sessantonttina, fedele al suo credo nonostante i figli dei fiori ormai siano diventati nonni come tutti gli altri, ha cresciuto la figlia senza padre, perchè per l'appunto non si sa chi egli sia. O meglio, Agata non l'ha mai saputo, e questo è uno dei tanti nodi che non riesce a sciogliere, e che la condanna ad essere così severamente inchiodata al suo piccolo mondo, incapace di stabilire una relazione duratura con un uomo. La nostra eroina infatti non si fida di nessun abitante del Pianeta Maschio, o meglio, è terrorizzata dall'amore: è un sentimento che implica un sincero abbandono all'altro, ma lei non sa vivere senza avere un totale controllo su qualunque cosa la riguardi. E quindi niente, per lei l'amore esiste solo sottoforma di telenovela. I suoi amici del cuore, tuttavia, le vogliono bene per come è, e solo per questo a parer mio meriterebbero un nobel. Anche gli amici ovviamente sono tutti sopra le righe, che tanto qui normale non c'è nessuno, ma confronto ad Agata paiono tutti noiosissimi ragionieri in doppio petto. Tutta questa allegra brigata da vita ad una sit com fatta di accadimenti assurdi che si susseguono uno dopo l'altro alla velocità della luce, tanto da far venire il mal di testa. Avete presente quei telefilm comici di una volta, quando per enfatizzare una gag partiva in sottofondo un coro di risate registrate? Ecco, più o meno l'autrice fa la stessa cosa: per far ridere il lettore, butta la sua protagonista in mezzo all'impossibile, per poi far partire le risate finte. Perchè quelle reali sono proprio un'altra cosa.
Ma veniamo al dunque. Quali sono queste fantomatiche avventure in cui la nostra autrice getta senza pietà Agata Trambusti, come se fosse un calzino spaiato dentro l'oblò di una lavatrice?
E' un giorno di lavoro come tanti per la nostra eroina: sta per far visita ad un ricco collezionista, le cui opere verranno esposte nella galleria d'arte per cui lavora. Il tempo di un tacco rotto e di un acquazzone improvviso e  l'innoquo sopralluogo si trasforma nell'ultimo episodio di "Er Monnezza":  pedinamenti, inseguimenti, crisi isteriche a ripetizione, tentativi di rapimento, notti in ospedale e in prigione, fughe in mutande nel bel mezzo di Barcellona, frequentazioni di locali ambigui, incontri ravvicinati con la malavita  di Tor Pignattara...ed infine, l'amore! La ciliegina sulla torta. Volevamo farcela mancare? Come nelle migliori telenovelas sudamericane, Agata perde la testa per un uomo gentile ed affascinante ma dal passato ambiguo - Sono un pirata, sono un signore - che l'aiuterà a sciogliere tutti i suoi nodi, facendola soffrire e gioire come una quindicenne alle prese con la prima cotta. Insomma, fino alla fine ci troviamo dentro ad un calderone di situazioni incredibili, talmente inverosimili e ridicole  che la mia antipatia verso questo romanzo è peggiorata, ahimè, pagina dopo pagina. Nessuna risata, nemmeno mezza. L'irritazione e la voglia di prendere a schiaffoni Agata Trambusti e tutta la sua compagnia invece è  continuata a salire vorticosamente, raggiuggendo livelli altissimi, come poche altre volte mi è capitato. In altre circostanze avrei abbandonato il libro senza indugio, perché odio perdere tempo con libri che non mi piacciono quando ce ne sono tanti altri che mi attendono nella mia libreria. Ma sono nel bel mezzo di un gioco, quindi mi sono sforzata di andare avanti. Ed ho cercato, per quanto possibile, di prendere il buono che poteva esserci in una lettura così, sforzandomi di andare oltre le mie personali antipatie e le ridicolaggini di Agata. E l'ho trovato, anche se debole  come la luce di un lumino. Alla fine, nessun libro è una perdita di tempo, di questo mi devo sempre ricordare. Verso la sua conclusione, Agata e tutti gli altri sembrano ritrovare una dimensione più vera, più umana, più simile a quella che è la vita di tutti noi. Abbassando i toni, l'autrice ha fatto emergere un personaggio più credibile, verso il quale si poteva anche  entrare in sintonia, volendo. Ho provato un piccolo moto di tenerezza verso di lei quando si lascia finalmente andare, abbassando le sue difese e gettandosi finalmente in quel gran casino che è la vita. Mi ha ricordato di quanto sia diffiicile e doloroso compiere questo passo, ma anche bello da morire. E liberatorio, come se si respirasse per la prima volta dopo un'apnea infinita. Come Agata, anche io ero una donna irrisolta. Ed anche io ho aspettato  35 anni per liberarmi delle mie catene invisibili. Ma questa è un'altra storia, e non appartiene alla Moscardelli. Nonostante tutti gli sforzi che ho fatto il libro si è rivelato comunque una delusione, ed Agata Trambusti è e rimarrà  uno dei peggiori personaggi femminili che abbia mai avuto modo di incontrare leggendo.
Sarebbe stato un romanzo gradevole se l'autrice avesse cercato di mantenere tutto su un livello accettabile di ironia, senza strafare. Sarebbe stato piacevole e divertente accompagnare Agata durante il suo percorso, e probabilmente mi sarei emozionata un po' guardandola mentre  spiccava il grande salto nel vuoto, con le sue nuove ali. Mi sarebbe piaciuto ammirarla mentre volava lontano, ma proprio tanto lontano, dal Pirata/Signore. Orgogliosa, forte e volitiva come una donna vera.
Come direbbe il grande archistar Van der Rohe: Less is More!

Titolo: Volevo solo andare a letto presto
Autore: Chiara Moscardelli
Casa Editrice: Giunti
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2016

Incipit: Fine Turno, di Stephen King


"E' SEMPRE più buio appena prima dell'alba.
Rob Martin si ritrovò in mente questa vecchia perla di saggezza mentre uidava lento l'ambulanza  lungo Upper Marlborough Street in direzione della bas, la caserma dei pompieri numero 3. Si disse che chiunque avesse tirato fuori una pensta simile in fondo ci aveva preso, perché quel mattino  faceva più buio che dentro il culo di una marmotta e l'alba non era lontana.
Il sorgere del sole non sarebbe stato granché nemmeno al suo culmine: una specie di aurora con il doposbronza. La nebbia era fitta e puzzava del vicino Grande Lago, che non era poi così grandioso. Una pioggerelle gelida e sottile cadeva tra la foschia, giusto per aggiungere ulteriore divertimento allo spasso. Rob fece scattare i tergicristalli da intermmittenti a lenti. Poco oltre, due inconfondibili archi gialli emersero dall'oscurità."

mercoledì 11 gennaio 2017

Incipit: Il viaggio della strega bambina, di Celia Rees




Il manoscritto che segue è stato ricostruito in base a una raccolta di documenti denominati "le carte di Mary". Trovate all'interno di una trapunta di epoca coloniale, le crte sembrano una sorta di diario tenuto in modo irregolare. Tutte le date  sono ipotetiche e basate sui riferimenti nel testo. Le prime pagine sono orientativamente datate marzo 1659. Ho modificato l'originale il meno possibile; la punteggiatura e l'ortografia sono state riportate agli standard contemporanei.
Allison Ellman
Boston, Mass.

ANNOTAZIONE 1 (primi di marzo?1659)

"Mi chiamo Mary. 
Sono una strega. O meglio, qualcuno mi chiama così. "Figlia del diavolo", "strega bambina" mi sibilano per strada, anche se non conosco nè mio padre nè mia madre. Conosco solo mia nonna, Alice Nuttall: Mamma Nuttall per i vicini. Mi ha tirata su quando ero piccola. Se per caso sapeva chi erano i miei genitori, non me l'ha mai detto.
"Figlia del re degli elfi e della regina delle fate, ecco chi sei tu".
Viviamo in una casetta al limitare della foresta, nonna, io, il suo gatto e il mio coniglio. Vivevamo, cioè. Ora non ci viviamo più.
Sono venuti alcuni uomini a trascinarla via. Uomini con giacche nere e cappelli alti come campanili. Hanno infilzato il gatto su una picca, hanno spaccato la testa al coniglio  sbattendolo contro il muro. Hanno detto che quelle non erano creature di Dio ma demoni, il diavolo stesso cammuffato. Hanno gettato quella massa di carne e pelo nel letame, e hanno minacciato di fare la stessa cosa a me e a lei, se non confessava i suoi peccati.
Poi l'hanno portata via."

domenica 8 gennaio 2017

Recensione: Il viaggio della strega bambina, di Celia Rees - Salani Editore


Mi chiamo Mary.
Sono una strega. O meglio, qualcuno mi chiama così. "Figlia del diavolo", "strega bambina" mi sibilano per strada, anche se nono conosco nè mio padre nè mia madre.
Comincia così questo romanzo, rimasto a lungo a giacere nella mia infinita wish list, che si smaltisce e si rigenera talmente in fretta che spesso ne perdo totalmente il controllo. Sono contenta di averla tirata fuori dal sacco, è stata una lettura molto affascinante e coinvolgente, ad opera di un'autrice che possiede un talento indiscutibile nella narrazione. Uno stile minimale ma profondo, in grado di ricreare attraverso poche pennellate storie particolari e, in un certo senso, dimenticate. La sua scrittura prevede rari dialoghi, ma descrizioni di forte impatto visivo, quasi cinematografiche, che scorrono rapide come se noi lettori stessimo osservando la bobina di un film. Mary Newbury è appena una ragazzina quando sua nonna, l'unica persona che l'ha cresciuta e con cui vive, viene accusata di stregoneria e messa al patibolo. Siamo nell'Inghilterra del XVII secolo, la guerra e l'instabilità socio politica del paese hanno permesso il diffondersi a macchia d'olio della paura e dell'ignoranza. In tutta ll'Europa di quel periodo attecchirono e misero profonde radici, come erbe infestanti. Tutto viene avvolto da una coltre di buio che soffoca il raziocinio, e  le menti  così ottenebrate  diventano  facilmente pilotabili da chiunque indichi una direzione. Si cerca sempre un colpevole per il destino avverso, quando non si ha la capacità di capire: nel 1600, questa prerogativa era riservata alle streghe. 
Mary sta per assistere all'impiccagione della nonna quando un amorevole abbraccio le copre la visuale, trascinandola lontano dalla folla affamata di sangue. E' una donna misteriosa, ben vestita e colta, che la conduce al sicuro presso una locanda in cui riceve cure e nutrimento. Poche righe dopo scopriamo insieme a Mary l'identità della donna, che ha molto a cuore la salvezza della ragazzina: il giorno dopo l' affida ad una piccola comunità di puritani in partenza per l'America, perché solo scappando avrebbe salva la vita. Sono tempi bui, estremamente instabili, e parte del popolo inglese non si sente più rappresentato dai chi sta al potere: sono i puritani, i separatisti. Coloro che seguono alla lettera la parola del Signore data attraverso la Bibbia, non si sentono più accettati in patria nel nuovo ordine delle cose. Alcuni di loro sono partiti anni prima, dando vita ad una comunità puritana nei pressi della città di Salem; ora un altro piccolo gruppo sta per raggiungere quelle terre lontane, in cerca di propsperità e di libertà per il loro credo: Mary si unirà a loro. La donna che l'ha tratta in salvo dalle grinfie dei cacciatori di streghe le ha preparato una storia plausibile da raccontare, che avrebbe dovuto recitare a memoria una volta raggiunto il gruppo. Per il resto, non c'era nulla da aggiungere o da sapere: Mary è intelligente e comprende subito che fingersi una puritana era tutto quello che poteva fare nella sua condizione. Durante la traversata  conosce alcune persone speciali che le si stringeranno attorno come se fosse sempre stata parte della loro famiglia, donandole conforto e calore umano. Stringe un forte legame affettivo soprattutto con Martha, una donna rimasta vedova e senza figli a causa delle guerra.
Una volta raggiunta la città di Salem i coloni appena sbarcati dovranno affrontare un nuovo viaggio prima di potersi insediare, questa volta attraverso la foresta oscura di quel paese ancora vergine, abitato un tempo dagli indigeni locali. Durante queste continue peregrinazioni Mary si distingue dal resto del gruppo per la sua viva intelligenza, per la sua forte personalità e perché nonostante abbia cercato di comportarsi sempre in modo irreprensibile, i più attenti e sospettosi della comunità cominciano ad intuire che in lei c'è qualcosa di diverso,  che alimenta diffidenza e maligni pettegolezzi. Non ci verrà mai rivelato se Mary è realmente una strega, o come diremo oggi una sensitiva, oppure se questa sua diversità è solo un'invenzione della gente, che  l'ha sempre chiamata così fin da quando era piccola, a causa di una nonna anticonformista. Non riusciamo a comprendere se quell' affermazione iniziale "sono una strega" le arriva da una profonda consapevolezza di sè o se il suo pensiero è stato in qualche modo distorto da ciò che gli altri hanno sempre visto in lei. Quello che certamente comprendiamo è che questo suo essere così "speciale" desta una curiosità morbosa e crudele nell'animo stolto dei coloni.
Le ragazze del villaggio la isolano, ma lei non da importanza alla cosa perché le ritiene sciocche e frivole, ed inoltre intuisce perfettamente la loro vera essenza: dietro a quella parvenza di perfette puritane  si nascondono ragazze stupidamente ammiccanti, che giocano con la loro femminilità in modo proibito, sempre in bilico tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Mary da fastidio, è troppo intelligente, ed  ha una bellezza che le appartiene e che non deve forzatamente ricercare...inoltre nessuno sa da dove arrivi. La sua storia non ha appigli e non trova conferme.
Saranno proprio le ragazze del villaggio ad infliggere il colpo finale alla reputazione di Mary, già messa alla prova durante i mesi di permanenza al villaggio. La sua passione per la natura e l'insofferenza alle dure leggi della congregazione la spingono ad inoltrarsi nella fitta boscaglia che circonda il villaggio in cerca di piante medicali (che ben conosceva grazie a quello che aveva appreso dalla nonna) travestita da ragazzo, per poter essere più libera nei movimenti e per assaporare quel fremito di libertà che tanto le ricordava la sua infanzia inglese. Ben presto la ricerca delle erbe diventa una scusa, sia per gli altri della comunità ma anche per se stessa: la verità è che solo in quei momenti Mary riesce a sentirsi davvero sè stessa. L'amicizia che stringe con una delle loro guide indiane, un giovane pellerossa che vive insieme al nonno ai margini del bosco, diventa presto una delle sue gioie più grandi ed un appuntamento che ricerca sempre con grande emozione e divertimento.
Non voglio svelare di più, perché questa è una storia che merita di essere letta. Perché, oltre alla bellezza della narrazione, all'ambientazione suggestiva e alla rievocazione storica accurata, Mary è un simbolo. E' l'emblema dell'emancipazione femminile, perennemente osteggiata, e della paura del diverso. E' una storia che si ripete da secoli, anche se con modalità differenti, la cui matrice però è sempre la stessa: la paura, l'ignoranza e l'infinita stupidità umana.

Titolo: il viaggo della strega bambina
Autore: Celia Rees
Casa Editrice: Salani
Traduzione: V.Daniele
Pagine: 197



giovedì 5 gennaio 2017

Recensione: Morte a Pemberley, di P.D. James - Edizioni Mondadori


La recensione di questo libro ha scavalcato tutte le altre in ordine di priorità perchè è stata una lettura che mi sono aggiudicata partecipando ad una Challenge piuttosto in voga qui nella blogosfera, ad opera di due blogger molto seguite,  ed il cui banner "pubblicitario" trovate in calce alla home page del mio blog .Ero contenta all'inizio di ciò che mi era capitato in sorte perché avevo adocchiato questo libro in biblioteca, l'aveva letto mia madre a suo tempo (con poco entusiasmo, a ben pensarci) ma io all'epoca predilessi altre letture. Il mio entusiasmo iniziale era dovuto al fatto che  io amo molto i gialli, su questo tipo di romanzi ho imbastito la mia carriera di lettrice e sarò sempre grata alla Signora Christie e al Signor Simenon per aver alimentato in me una passione autentica per la meticolosità e la sagacia di Poirot e per le indagini psicologiche del burbero Maigret. Jane Austen poi, è un altro amore di vecchia data: Orgoglio e Pregiudizio era nella biblioteca dei miei genitori dagli anni sessanta, e fu una delle mie prime letture da adulta: ho adorato Elizabeth Bennet, così come Mr Darcy. Insomma, questi ingredienti amalgamati insieme ad opera di una acclamata signora del giallo avrebbero dovuto investirmi di pura gioia durante la lettura. E invece no, per niente. Mi sono annoiata a morte! L'acclamata P. D. James secondo me avrebbe fatto meglio a non cimentarsi in un'opera così, perché si sente ad ogni riga che la sua penna di giallista era come frenata, obbligata a seguire il ritmo lento dello stile ottocentesco di zia Jane, per la quale anche solo la descrizione di un soggiorno addobbato per l'ora del the diventa un elaborato esercizio stilistico e grammaticale, attraverso fioriture letterarie perfette e squisite che però levano inevitabilmente tempo all'azione. Un giallo deve avere alcune caratteristiche di base, altrimenti annoia: il ritmo deve essere serrato, i colpi di scena dietro l'angolo, la suspance deve essere un filo conduttore invisibile e continuo, che non molla mai la presa. I protagonisti sono gli stessi di Orgoglio e Pregiudizio, ed essendo passati diversi anni da quando lo lessi  ho dovuto fare un notevole sforzo di memoria (che non ho) per incastrare debitamente i nomi e le parentele, che non sono affatto pochi. E già questo mi ha infastidita, perché sarebbe bastato qualche dettaglio aggiuntivo per aiutarci ad entrare nel fitto della storia. Troviamo Elizabeth e Mr Darcy felicemente spostati, residenti nella splendida dimora di Pemberly, intenti a dare il loro primo ballo in qualità di padroni della tenuta. Elizabeth è presa dai preparativi e la sorella di Darcy, Georgiana, le è accanto in questa impresa. Delle cinque famose sorelle Bennet quattro si sono sposate, mentre Kitty è rimasta nella tenuta di famiglia ad occuparsi degli anziani genitori: la madre, sempre insulsa e petulante, ed il padre, sempre arguto ed appassionato lettore, e sempre desideroso di essere lasciato in pace dalla moglie e dalle figlie, fatta eccezione per la favorita Elizabeth. Insomma, nulla è cambiato nei rapporti familiari: ora, ad allargare le vanterie della signora Bennet  e l'insofferenza del signor Bennet, ci sono anche i nipoti. Ma in questa storia i familiari di Elizabeth vengono toccati solo in parte, perché tutto ruota intorno alle antiche conoscenze di Mr Darcy che sopraggiungono a Pemberley per motivi diversi. Non posso svelare molto della trama, perché si tratta pur sempre di un giallo e quindi ogni parola che scrivo potrebbe farvi arrivare alla soluzione. La notte prima del ballo, un terribile fatto di sangue sconvolge Pemberley e tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, si trovavano lì quella notte. Da quel momento in poi, srotolando una bobina che si muove con estrema lentezza, arriveremo alla verità. Non prima di aver sbadigliato ennemila volte, domandandoci continuamente cosa stessimo leggendo in realtà: una prosecuzione di Orgoglio e Pregiudizio di cui non si sentiva affatto il bisogno, o un giallo  sbiadito in cui le indagini sono pedanti e inconcludenti, i personaggi spenti come un candelabro nel cuore della notte e l'attesa ridotta a un unico, grande sbuffo? L'intento dell'autrice era anche nobile, credo, ma io sono una di quelle puriste che pensano sia meglio lasciare in pace  zia Jane e tutto ciò che la sua penna ha creato, perché il rischio è quello di creare forzature che risultano finte e sgradite. La signora James scrive molto bene, e su questo non ci piove, ma il tentativo di dare continuità alla storia l'ha obbligata ad utilizzare uno stile innaturale, "austiniano" solo per il dilungamento nel descrivere stati d'animo e ambientazioni, ma per nulla riuscite. E questa scelta, che non trovo attraente per un lettore come me, è stata penalizzata ulteriormente dall'idea, veramente malsana, di imbastire un giallo in mezzo a galantuomini e donne svenevoli. In conclusione devo ammettere, ancora una volta, che mia madre aveva ragione!

Titolo: Morte a Pemberley
Autore: P.D. James
Casa Editrice: Mondadori collana gli Oscar
Traduttore: G.M. Griffini
Pagine: 345

lunedì 2 gennaio 2017

Incipit: Memorie del sottosuolo, di Fedor Dostoevskij


"Sono un uomo malato...Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato. Del resto, non me ne intendo un'acca della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male. Non mi curo e non mi sono curato mai, sebbene la medicina e i dottori li rispetti. Inoltre, sono anche superstizioso all'estremo; beh, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono sufficientemente istruito per non essere superstizioso, ma sono superstizioso.) Nossignori, non mi voglio curare per la malignità. Voi altri questo, di sicuro, non lo vorrete capire. Ebbene, io lo capisco. S'intende che non saprei spiegarvi a chi precisamente io faccia dispetto in questo caso con la mia malignità; so benissimo che anche ai dottori non posso in nessuna maniera "fargliela" col non curarmi da loro; so meglio di ogni altro che con tutto questo danneggio unicamente e solo me stesso e nessun altro. Ma tuttavia, se non mi curo, non è per malignità! Se mi fa male il fegato, ebbene, mi faccia pure ancora più male!"

venerdì 30 dicembre 2016

Explicit: Festa mobile, di Ernest Hemingway


"Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. Non tornammo mai più nel Vorarlberg e nemmeno i ricchi vi tornarono più. 
Per Parigi non ci sarà mai una fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto felici."

lunedì 26 dicembre 2016

Incipit: Festa mobile, di Ernest Hemingway



Un buon caffè in place St Michel

"Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell'autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo. Di notte dovevamo chiudere le finestre perché non entrasse la pioggia e il vento freddo strappava le foglie dagli alberi di place de la Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice nella pioggia e il vento spingeva la pioggia contro il grosso autobus verde al capolinea e il Cafè des Amateurs era gremito e le vetrine appannate dal caldo e dal fumo dell'interno. Era un caffè triste, mal gestito, dove si radunavano gli ubriaconi del quartiere,  io gli giravo al largo perché non potevo soffrire l'odore dei corpi sudici e il tanfo acido dell'ubriachezza. Gli uomini e le donne che frequentavano il Cafè des Amateurs erano ubriachi sempre, o per tutto il tempo che se lo potevano permettere; per  lo più di vino, che compravano a litri o mezzi litri. C'era la pubblicità di molti aperitivi dagli strani nomi, ma pochi clienti se li potevano permettere se non come base per costruirci le loro sbornie di vino. Le donne che si ubriacavano erano chiamate poivrottes, che voleva dire sbronzone (....)
Tutta la tristezza della città giungeva all'improvviso con le prime fredde piogge invernali, mentre camminavi sparivano gli ultimi piani delle alte case bianche e non restavano che l'umida oscurità della strada e le porte chiuse delle bottegucce - gli erbivendoli, le cartolerie e le edicole, la levatrice (seconda categoria) - e l'albergo dove era morto Verlaine dove all'ultimo piano avevo una stanza dove lavoravo."