venerdì 10 luglio 2015

Recensione: Furore, di John Steinbeck - Edizioni Bompiani



“Nella regione rossa e in parte della regione grigia dell’Oklahoma le ultime piogge erano state benigne, e non avevano lasciato profonde incisioni sulla faccia della terra, già tutta solcata di cicatrici. Gli aratri avevano cancellato le superficiali impronte dei rivoletti di scolo. Le ultime piogge avevano fatto rialzare la testa al granturco e stabilito colonie d’erbacce e d’ortiche sulle prode dei fossi, così che il grigio e il rosso cupo cominciavano a scomparire sotto una coltre verdeggiante. Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. “


Così comincia Furore, il libro simbolo della Depressione Americana che valse a Steinbeck (in assoluto uno dei miei scrittori preferiti) il Premio Pulitzer nel 1940, cui seguì il Nobel per la Letteratura nel 1962. Alla sua pubblicazione il romanzo fu aspramente criticato in patria, perché lo scrittore sembrava troppo di sinistra, in pieno appoggio al piano di risanamento economico e sociale proposto dal Presidente Roosvelt. Il cosiddetto “New Deal” di fatto risollevò l’America dal baratro in cui era sprofondata in seguito alla crisi del ’29, ma fino a che la sua politica economica non cominciò a dare i primi frutti l’intero Paese riversava in condizioni disastrose. In questo difficile momento della storia americana, Steinbeck si inserisce con un romanzo che ha come obiettivo quello di raccontare la vita reale di milioni di americani dell’epoca. Intere comunità contadine si trovarono costrette ad abbandonare le loro fattorie oramai improduttive per percorre le strade desolate del loro grande e sconfinato Paese, in cerca della Terra Promessa. Egli trasse spunto da un articolo di giornale, il San Francisco News, che pubblicava annunci di lavoro in California: oltre alla crisi economica che aveva investito indistintamente tutto il Paese, a peggiorare le condizioni di vita già difficili dei contadini vi furono eventi climatici disastrosi: terribili tempeste di polvere si abbatterono sullo stato dell’Oklahoma rendendo infertili i terreni di quelle zone. Sono moltissime le famiglie di contadini che si spostano come mandrie lungo la Route 66 inseguendo il sogno di un lavoro con cui ricominciare una vita dignitosa. Una di queste, la famiglia Joad, diventa la protagonista del romanzo e seguiremo così, attraverso pagine intense e memorabili, il loro penoso esodo. Steinbeck pone il suo sguardo crudo e realista sulla storia di questi braccianti costretti a prendere la più difficile delle decisioni: quella di lasciare tutta una vita (seppur misera) alle proprie spalle per gettarsi nell’ignoto, senza alcuna certezza, ma solo con il miraggio di una grande opportunità che pareva offrirsi aldilà dei loro confini. La California, con le sue dolci valli baciate dal sole e le sue distese immense di frutteti, aveva bisogno di uomini per la raccolta e garantiva un salario sicuro e una casa in cui alloggiare durante il periodo di lavoro. Una promessa di rinascita assolutamente effimera e vaga, eppure quell’idea conteneva in sè una forza trascinante che era in grado di smuovere le montagne. Disperazione, fame, voglia di riscattarsi, di pretendere di meglio per la propria famiglia….due righe lette accidentalmente su un pezzo di carta furono viste come l’avverarsi di un sogno.
Nonostante parli di povertà, sconfitte e amare disillusioni non si tratta affatto di un romanzo in cui domina il dolore: la bravura di Steinbeck sta proprio nel filtrare tutto attraverso uno stile che pone il suo accento sempre e comunque sulla forza vitale dell’essere umano, non sulla sua propensione ad abbandonarsi alla disperazione accettando passivamente la malasorte. I Joad sono un forza della natura, non si perdono mai d’animo, lottano ogni giorno contro la voglia di arrendersi. Non lo faranno mai, nemmeno quando la realtà si presenterà dura e spietata e il sogno della California si dipanerà davanti ai loro occhi come la nebbia al sorgere del sole. Un personaggio che resterà indimenticabile è quello della matriarca della famiglia, la Mamma: è sempre lei che da sostegno continuo a tutti i Joad, è lei che la mattina si alza prima di tutti per preparare il caffè ai suoi uomini perché potessero corroborarsi e caricarsi di energia quando dovevano partire all’alba per andare in cerca di un lavoro o quando qualche lavoretto c’era già e dovevano portarlo avanti fino a sera, anche se per pochi spiccioli. Ci sono i momenti di festa, di aggregazione, di solidarietà, di amore. Insomma, anche in mezzo alla disperazione più nera, la vita pulsa sempre nelle vene dei suoi personaggi. Se ci soffermiamo tra le righe, se andiamo oltre gli accadimenti che purtroppo sono tragici, è facile notare come questo filo conduttore non abbandona mai il romanzo. E’ vero, purtroppo per tutti i Joad del mondo l’America Dream è solo un’illusione. Però, nel mentre, bisogna pur vivere. E Steinbeck lo ribadisce in modo forte ed indimenticabile regalandoci un finale che nella sua drammaticità lascia comunque ai lettori un briciolo di speranza.
Come accennato all’inizio, quando il libro fu pubblicato divise in due l’opinione pubblica: c’era chi lo osannava perchè era in grado di risvegliare con forza le coscienze di un popolo allo sbando, ma fu anche aspramente criticato poiché eccessivamente propagandistico. Per i detrattori, “Furore” fotografava uno spaccato della società americana in una visione troppo sinistroide. Era una denuncia troppo forte quella che portava con sè, tanto che all’inizio tutto questo polverone impedì al lavoro di Steinbeck di essere giudicato non per quello che era realmente, ovvero un grande romanzo, ma solo come un documento di propaganda politica. Fu attaccato da grandi uomini politici, dalla chiesa protestante, dalle lobby dell’agricoltura che lo tacciarono di falsità e di immoralità. Fu messo al bando dalle scuole e dalle biblioteche. Adesso tutto questo pare esagerato e impossibile da capire, ma se inseriamo il romanzo nel contesto storico in cui nacque, uno dei più difficili e delicati della storia Americana, si può forse comprendere come un romanzo così arrabbiato, sanguigno e roccioso possa aver suscitato tanto clamore.
Questi appunti sparsi sono dedicati a tutti coloro che ancora oggi, nel 2017, fuggono dal loro paese, dalle loro case, dai loro affetti portandosi dietro un dolore che nessuno vede. Fuggono dalla fame e dalla disperazione di chi non ha più nulla, se non due braccia con cui poter lavorare, conservando nel cuore la speranza di poter ricominciare una vita dignitosa, da qualche parte, un giorno…. imboccando viaggi spesso senza ritorno, nell’ indifferenza generale.

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