martedì 7 luglio 2015

Recensione: Il Conte di Montecristo, di Alexander Dumas - Edizioni BUR (Bilblioteca Universale Rizzoli)




“…E non dimenticare mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà riposta in queste due parole: aspettare e sperare”.
Così si è conclusa, circa due settimane fa, la mia avventura con il Conte di Montecristo. Tutti noi, chi più chi meno, conosciamo la storia della più grande vendetta mai concepita dalla mente umana. Film, vecchi sceneggiati a puntate…sulla storia inventata da Alexander Dumas è già stato prodotto di tutto. Il romanzo però, nemmeno a dirlo, è tutt’altra cosa. Perché si sa: niente può contro la potenza evocativa delle parole. Si possono scegliere come attori figuranti perfetti, ma non ci sarà mai nessuno all’altezza delle descrizioni di Dumas quando parla dello sguardo del Conte. Uno sguardo che più volte viene ricordato ai lettori, unica traccia di un passato di disperazione e di solitudine inimmaginabile. Dumas ha ucciso Edmond Dantes e l’ha fatto rivivere nella straordinaria figura del Conte di Montecristo, ma non smette mai di ricordarci come dietro l’incredibile ricchezza, la cultura, l’eleganza e l’irreale compostezza di quest’uomo uscito dal nulla ci sia sempre l’ombra di quel semplice marinaio la cui vita fu distrutta proprio all’apice della felicità, a causa dei peggiori tra i sentimenti umani: invidia, brama di potere, codardia.
Quando mi chiedono qual è il mio romanzo preferito (in realtà non me lo chiede quasi nessuno, perché ai più non interessa ) ho sempre risposto “Delitto e Castigo” di Dostoevskij. Poi è stata la volta del mio incontro con Dickens, e il David Copperfield ha preso il suo posto. Da ora in poi, non c’è più gara: ha vinto il Conte di Montecristo, chiusa la questione.
Questo tomo di 1.200 pagine, che con la sua impressionante mole mi aveva sempre tenuto a distanza, (stupida me) è un viaggio straordinario tra le coste di Marsiglia, Parigi, Roma, che vale assolutamente la pena compiere. E’ uno di quei libri che non si possono leggere con superficialità, quando qualcos’altro ci distrae con immagini e rumori di sottofondo, perché ha bisogno di silenzio e di devozione totale: capiterà anche a voi, come è capitato a me, di volersi ritagliare sempre più spesso momenti di totale isolamento per potersene gustare fino in fondo la lettura. Dumas non lascia scampo. Ogni frase, ogni parola, ogni dettaglio sono importanti e ne sarete avidi. Leggerlo è stato un terremoto emotivo, ed è molto complicato cercare di rendere nero su bianco quello che mi ha trasmesso e soprattutto quello che mi ha lasciato. E non sto esagerando: chi ama leggere sa di cosa parlo.
La storia, come dicevo prima, la conoscono più o meno tutti: Edmond Dantes è un giovane marinaio che sta per essere promosso capitano di una nave mercantile, è innamorato della bella Mercedes che sposerà di lì a qualche giorno ed è un figlio premuroso e devoto. Ma il destino, che fino ad un attimo prima pareva così carico di promesse, si abbatterà su di lui impietosamente. Viene arrestato con l’infamante accusa di bonapartismo proprio il giorno del suo fidanzamento, davanti a suo padre e alla donna che ama. Condotto il giorno stesso di fronte al procuratore del Re, non riuscirà a districarsi dal complotto ordito alle sue spalle, anzi: al brutto scherzo giocato dai suoi nemici, si aggiungerà anche l’opportunismo e la brama di potere di colui che dovrebbe garantire l’applicazione della Legge e della Giustizia . Nonostante le finte rassicurazioni del Procuratore del Re, viene condotto nottetempo nelle prigioni del Castello d’If, al largo della costa marsigliese. In questo luogo terribile trascorrerà quattordici anni, quattordici anni senza sapere perché e per colpa di chi è stato privato così a lungo della sua vita onesta, dimenticato dalla giustizia di Dio e degli uomini. Proprio quando ormai, stremato dalla solitudine e dalla disperazione, tenta il suicidio lasciandosi morire di fame, un barlume di speranza si riaccende in lui. Un rumore, dapprima impercettibile, poi sempre più insistente, arriva fino alla sua cella. E poi una voce, che dopo un tempo infinito rompe quel silenzio immobile. E’ l’Abate Faria, incarcerato anche lui da molteplici anni e creduto pazzo: incontro che cambierà per sempre la vita di Edmond. Le pagine in cui Edmond e Faria stringono amicizia sono tra le più belle del romanzo, quelle in cui a mio avviso emerge tutta la straordinaria bravura di Dumas. La descrizione di come la vita in cella diventa improvvisamente un momento felice di conoscenza e di affetto, di studio, di insegnamenti preziosi, è avvincente come un moderno tv movie. L’Abate Faria infatti è un uomo dotato di un ingegno fuori dal comune e di una immensa cultura, da cui Edmond apprenderà moltissimo. Ma soprattutto, ormai legati indissolubilmente come padre e figlio, pianificheranno insieme la fuga dal Castello. Grazie alla sagacità di Faria, Edmond riuscirà a vedere sempre più chiaramente cosa si cela dietro il suo arresto, e comincerà così a tessere le trame di una vendetta che si abbatterà implacabile sui suoi nemici.
Quello che più mi ha colpito, a parte l’intrigo della trama e la costruzione lenta, metodica e geniale della vendetta, è stata la trasformazione psicologica del protagonista. Quando viene condotto nelle segrete del Castello D’ If Edmond è solo un ragazzo semplice che crede nella vita e negli uomini, con l’ingenuità tipica dei vent’anni. Quattordici anni di prigionia, per mano di esseri meschini e vigliacchi che invidiavano il suo piccolo mondo felice, cambieranno per sempre il suo animo puro. Quando finalmente si ritroverà libero ed infinitamente ricco, quel ragazzo morirà definitivamente. Il corpo invecchiato dalla prigionia è l’unica cosa che rimarrà intatta di Edmond Dantes, oltre ad una indicibile sofferenza che solo lo sguardo, a volte, tradirà.
Il corpo di Edmond sarà la dimora del Conte di Montecristo, un uomo totalmente diverso: ricco, colto, affascinante, enigmatico. Con i suoi modi raffinati, il linguaggio ricercato e uno straordinario carisma riuscirà ad insinuarsi nell’alta società parigina, soggiogando con la sua aurea di mistero tutti coloro che un tempo l’avevano tradito e ricoperto d’infamia. Abile calcolatore, muove le sue ignare pedine verso il compimento di una vendetta che sente di dover infliggere a questi uomini come se non fossero solamente suoi nemici, ma come se punisse per mano di Dio un esempio di umanità empia e codarda. In preda ad un delirio di onnipotenza, più volte si sentirà un tramite della giustizia Divina, un emissario della Divina Provvidenza che lo ha salvato dalla morte affinché portasse a termine la sua volontà suprema, quella di premiare i giusti e condannare gli infami. E’ con queste deliranti convinzioni che la sua vendetta si alimenterà di orrore in orrore, fino a quando Il Conte capirà che nemmeno lui, così duramente colpito dalla vita, può arrogarsi il diritto di distruggere senza alcuna pietà quelle altrui. Ricorderà di essere ancora Edmond Dantes grazie a colei che un tempo amava profondamente, Mercedes. Solo lei, con il suo esempio di sconfinato amore materno, riuscirà ad aprire una breccia nell’impenetrabile corazza del Conte. Poco alla volta, e non senza tormento, nel suo animo troverà posto il perdono e arriverà finalmente a conoscere la pace ed una nuova, insperata felicità.
Un elemento di grande attrattiva è anche l’ambientazione, un vero e proprio viaggio nel tempo: la società ottocentesca dell’ultimo Impero di Bonaparte e della successiva Restaurazione, di cui Parigi costituiva il fulcro vitale, scorre davanti a noi lettori come un film e ci regala bellissime immagini: scorci della vita marinara di Marsiglia, il Carnevale di Roma, i banditi che infestavano le campagne dell’Italia, le serate nei teatri parigini, le passeggiate in carrozza nei grandi boulevards della Ville Lumiere, i duelli con cui si dovevano risolvere le questioni tra galantuomini, e poi ancora amori clandestini, figli nati dal peccato, “dark lady” esperte in micidiali veleni….
Insomma, buttatevi in quest’avventura. Ne uscirete prima di quanto pensiate, ed immensamente soddisfatti.


Titolo: Il Conte di Monte Cristo
Autore: Alexander Dumas
Casa Editrice: BUR
Pagine: 1249
Traduttore: Paduano G.


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