venerdì 3 luglio 2015

Recensione: Philipp Meyer, Il figlio - Edizioni Einaudi



Questa è la storia di una famiglia americana del Texas: i McCollough, una saga lunga sei generazioni raccontata attraverso i diari di tre narratori che rappresentano ognuno un momento temporale differente, così come molto differente sarà la loro voce narrativa. Con l’alternarsi dei racconti di Eli, il capostipite ormai centenario chiamato da tutti “colonnello”, di suo figlio Peter e della pronipote Jeanne Anne percorriamo due secoli di storia di questo paese. Dai primi coloni allevatori di bestiame fino ad arrivare agli eredi di un grande impero petrolifero, i McCollough incarnano la sete di potere e la mancanza di scrupoli morali che in duecento anni di storia hanno distrutto il cuore del Texas. Quella terra un tempo magnifica, popolata da immense mandrie di bisonti, poco alla volta si è trasformata in un paesaggio brullo e lunare, depredato di tutto, anche del suo midollo. Quello che resta delle sterminate praterie in cui i nativi americani cacciavano liberi e fieri non è altro che una terra punteggiata ovunque di torri petrolifere. Un paese costruito con il sangue, conquistato più volte attraverso terribili massacri.
Eli giunse in Texas con la sua famiglia quando ancora quelle terre erano uno spazio vuoto sulle cartine geografiche e rappresentavano l’idea di una agognata ricchezza , di una promessa di conquista come un tempo lo fu tutto il West. Viene rapito dalla tribù indiana dei Comanche quando era ancora un bambino: nonostante i principi assunti di una vita integra e pura, spesa nel rispetto della natura e nel senso di appartenenza nei confronti della propria tribù, una volta tornato tra i bianchi non riuscirà a fare altro che adattarsi ai tempi nuovi. Diventerà uno schiavista rigido e un implacabile sterminatore di messicani e di nativi anche in cuor suo continuerà a sognare la libertà perduta. Approfittando del caos generatosi con la Guerra civile e delle sua abilità con le armi riuscirà ad arricchirsi in modi non proprio leciti, diventando così il potente e ricchissimo capostipite della dinastia. Le pagine in cui Eli racconta la sua vita tra gli indiani Comanche sono secondo me tra le più belle del romanzo, molto suggestive e ricche di fascino. L’educazione indiana si radica così profondamente nel giovane Eli al punto che fino alla fine egli si considererà un comanche. Ha cacciato con loro, condiviso il loro cibo, ha amato le loro donne, ha vissuto nelle loro terre e lì ha conosciuto gli unici esseri umani di cui gli importerà realmente qualcosa in tutta la sua lunga vita.
L’altro narratore è uno dei figli del colonnello, Peter. Peter suo malgrado appartiene alla nuova generazione di petrolieri ma è molto diverso da tutti gli altri: ha una spiccata integrità morale, mostra insofferenza verso le azioni distruttive e violente della sua famiglia e rinnega ogni forma di ingiustizia . Considera immondo il petrolio, un elemento che a suo avviso ha insudiciato la purezza di un tempo ormai perduto portando con se avidità e brama di potere. Per questi motivi viene considerato un inetto e un debole dalla sua famiglia, viene disprezzato dal padre e dalla moglie che con ogni mezzo ostacoleranno le sue propensioni altruistiche. La famiglia messicana a cui i McCollough hanno sottratto le terre, commettendo un terribile genocidio, sarà fonte di autentico struggimento per lui, che finirà addirittura per innamorarsi dell'unica giovane sopravvissuta al massacro.
L’ultima voce narrante è quella della pronipote di Eli, J.Anne, erede di un impero petrolifero ormai in declino. Il mondo ancora una volta sta cambiando, è finita l’epoca delle grandi dinastie e la modernità ha preso strade in cui non c’è più posto per l’oligarchia dei magnati. L’oro nero del Kuwait fa una concorrenza spietata al paese e l’impero per cui Jeanne Anne ha sacrificato tutta la sua vita si sta sgretolando. E’ consapevole che con la sua morte finirà la dinastia dei Mc Collough, una fine che simboleggia anche quello che sarà il destino di tutto il Texas . Quella terra, reputata un tempo come una fortezza contro i selvaggi e un baluardo di civiltà in mezzo a lande deserte regno di scorribande indiane ora viene percepita come un ostacolo al progresso perché custode di un ordine vecchio stampo ormai sorpassato e giudicato negativo.
In questa epopea western Meyer punta il dito contro chi “ha fatto l’America” e condanna profondamente i suoi antenati. Non c’è nessuna benevolenza nei confronti di chi ha costruito dal nulla il Texas: vengono raccontate senza filtri tutte le oscenità commesse in nome della brama di conquista. Omicidi, stupri, violenze di ogni genere, ogni cosa si ottiene strappandola ad altri in una spirale infinita di sangue e odio. Probabilmente la natura selvaggia che i primi coloni dovettero plasmare per poter sopravvivere ha creato una generazione di uomini in cui la necessità di difendersi è degenerata in una propensione al sopruso:
“ Gli americani rubavano una cosa e poi pensavano che nessuno avesse il diritto di rubarla a loro. Ma in fondo era quello che pensavano tutti: se prendevi una cosa, avevi il diritto di tenerla per sempre”.
Philipp Meyer, giudicato in patria tra i migliori scrittori emergenti, è senza dubbio uno straordinario narratore, e “IL FIGLIO” è considerato un capolavoro: il miglior romanzo americano di questo secolo. Non posso che essere d’accordo.

Titolo: Il figlio
Autore: Philipp Meyer
Edizione: Einaudi
Pagine: 553
Traduttore: Mennella C.

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