Passa ai contenuti principali

Post

Visualizzazione dei post da Dicembre, 2015

Incipit - Il petalo cremisi e il bianco, di Michael Faber

Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo.Quando ho catturato il tuo sguardo la prima volta e tu hai deciso di seguirmi, probabilmente pensavi di arrivare qui e di sentirti a casa. Ma adesso ci sei davvero, in quest'aria fredda, tagliente, trascinato nell'oscurità più nera, e inciampi su un terreno accidentato, senza riconoscere nulla. Scrutando a destra e a sinistra, strizzando gli occhi contro il vento gelido, ti accorgi di aver imboccato una strada sconosciuta di case buie piene di gente sconosciuta.E tuttavia non mi hai scelto a caso.

Shakespeare and Company: un americano a Parigi e la storia della sua libreria

A Parigi, in uno degli angoli più caratteristici de” la rive gauche”, e precisamente in Rue de la Bucherie n.37, esiste un luogo che sembra uscito fuori dal tempo e dallo spazio. Un antico edificio situato in una delle vie più note, le cui finestre si affacciano nientemeno che sull' abbazia di Notre Dame, ospita dal 1951 la libreria più famosa e visitata d'Europa: la “Shakespear & Co.” Il suo proprietario, George Whitman ( come altro poteva chiamarsi?) l'ha sempre definita “un'utopia socialista mascherata da libreria”: l'originale signore infatti dentro il suo negozio non offriva soltanto buone letture da acquistare, ma anche libri da leggere senza nessun impegno e soprattutto metteva a disposizione, per tutti i viaggiatori che desideravano un alloggio temporaneo, alcuni giacigli tra gli scaffali. A patto però che fossero lettori veri, scrittori, poeti o aspiranti tali. Lui definiva queste persone “tumbleweed”, il termine con cui gli americani chiamano quelle …

Incipit - Canto di Natale, di Charles Dickens

IL FANTASMA DI MARLEY

Marley era morto. Tanto per cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio. Il certificato delle esequie era stato firmato dal pastore, dal segretario della parrocchia, dal becchino e da un parente. L’aveva firmato Scrooge. E in Borsa il nome Scrooge godeva gran credito, qualsiasi cosa decidesse di fare.
Il vecchi Marley era morto come un chiodo piantato in una porta.
Attenzione! Non intendo dire di sapere, per conoscenza personale, che cosa mai ci sia di particolarmente morto in un chiodo piantato in una porta. Per quanto mi riguarda, sarei stato propenso a credere che sia un chiodo piantato in una bara l’articolo di ferramenta più morto sul mercato. Ma la saggezza dei nostri antenati sta nella similitudine e le mie mani profane non debbono turbarla, o sarebbe la rovina del paese. Mi permetterete, dunque, di ripetere con enfasi che Merley era morto come un chiodo piantato in una porta.






Coffee break

“Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?”
   ******* “Perché poi i cosiddetti benpensanti diventino pazzi furiosi quando succede qualcosa in cui è implicato un nero, è una cosa che ho rinunciato a capire.”    ******* “Il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede.”  ******* “Noi sappiamo che non tutti gli uomini furono creati eguali, nel senso che molta gente vorrebbe farci credere: sappiamo che vi sono persone più intelligenti di altre, più capaci di altre per natura, uomini che riescono a guadagnare più denaro, donne che fanno dolci migliori, individui dotati di qualità negate invece alla maggioranza degli uomini. Ma c'è una cosa, n…

NATALE: I libri che non vorrei mai trovare sotto l'albero!

Andiamo un po' controcorrente. Il Natale si avvicina ogni giorno di più, e noi lettrici abbiamo già stilato da tempo una lista precisa con tutti i libri che vorremmo ricevere in regalo, o meglio ancora che vorremmo regalare a noi stesse e alle persone a cui vogliamo bene. Chi mi conosce sa bene quanto io ami leggere, e quanto ami riempire la mia già ingombrante libreria di nuovi tomi, ma nonostante questo quasi nessuno ormai mi regala più libri...perché sono perfettamente consapevoli che io vado un po' contro i richiami di massa e quindi spesso brancolano nel buio o toppano clamorosamente. Anche se  appartengo indiscutibilmente al genere femminile, non amo i libri  che solitamente si regalano alle donne. E questo manda in crisi chi bazzica in libreria solo quando è il momento di fare regali ad amiche lettrici accanite. Gli autori che la maggior parte delle donne leggono io li evito come la peste. I generi più amati dalle donne mi fanno scappare a gambe levate. Non sono facilme…

Incipit - I pilastri della terra, di Ken Follett

1142

I bambini vennero presto per assistere all'impiccagione.
Era ancora buio quando i primi tre o quattro uscirono furtivamente dai casolari, silenziosi come gatti nei loro stivali di feltro.
Uno strato di neve fresca copriva il paese come una nuova mano di colore e le loro ombre furono le prime a intaccarne la superficie immacolata. Passarono tra le casupole di legno camminando sul fango ghiacciato delle viuzze e raggiunsero la piazza del mercato dove attendeva la forca.
I bambini disprezzavano tutto ciò che gli adulti tenevano in considerazione. Spregiavano la bellezza e schernivano la bontà. Ridevano fragorosamente alla vista di uno storpio e se vedevano un animale sofferente lo uccidevano a sassate. Si vantavano delle loro ferite e ostentavano le cicatrici con orgoglio, e riservavano il massimo rispetto alle mutilazioni: un ragazzetto privo di un dito poteva essere il loro re. Amavano la violenza; erano capaci di percorrere miglia e miglia per vedere il sangue, e non mancavano m…

La favola di Santa Lucia

Liberamente tratta dal "Favolario" della mia bisnonna Cristina, detta "Cristola", contadina della bassa padana, analfabeta che sapeva raccontare fiabe meravigliose che aveva appreso solo udendole a sua volta, madre di 11 figli,  profondamente devota alla Madonna. 


C’era una volta una piccola e bella fanciulla siciliana di nome Lucia, figlia di un ricco nobile di Siracusa. La bimba sin da subito si sentì profondamente legata al Cristianesimo, tanto da voler dedicare la sua vita al Signore. I genitori non concordavano con questa sua decisione e vollero sposarla con un giovane pagano, ma lei si rifiutò. Da quel momento iniziò una vera e propria persecuzione per farle cambiare idea, ma Lucia non volle saperne, così per punizione le vennero strappati gli occhi e infine fu uccisa, oggi infatti è considerata la protettrice della vista. Una volta defunta, Lucia salì in cielo e conquistò con i suoi modi affabili tutti i santi, compreso lo scontroso S. Pietro. I giorni trascor…

Recensione: Strade Blu, di William Least Heat Moon - Einaudi Editori

Poi gli dissero: tutto quello che hai visto, ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento”
CANTO NAVAJO
Esiste un momento particolare nella vita di tutti noi, un momento in cui tutte le nostre certezze vengono meno, lasciandoci feriti e disorientati. Inutile pensare di essere dei privilegiati immuni a questi stravolgimenti: prima o poi arriva, statene certi. Si può presentare come uno stato d'animo amaro che comincia ad avvolgerci lentamente, giorno dopo giorno, come una pesante cappa. Oppure arriva diretto ed acuto come una fitta di dolore improvvisa, mentre cerchiamo di tenere sotto controllo i nervi messi a dura prova. Quando attraversiamo certe tempeste ne usciamo sempre un po' ammaccati, chi più chi meno. Nel mentre, di solito, proseguiamo con la nostra vita seguendo gli alti e i bassi del nostro dolore, facendo del nostro meglio per andare avanti.Continuiamo ad alzarci per andare al lavoro, parliamo, respiriamo, ci comportiamo come bravi soldat…

Coffee break

Prima di partire verso casa, sono tornata alla vetrina del bar e, schermandomi gli occhi, ho gettato uno sguardo all’interno. Ciaran sedeva al bancone, le braccia incrociate e il mento sui polsi, parlava con il barista. Ha sollevato lo sguardo verso di me e mi sono sentita gelare. Mi sono voltata velocemente. Ci sono rocce conficcate tanto in profondità nella terra che, per quanto si scavi, non vedranno mai la superficie. Credo sia paura.
Paura dell’amore.                                              ****

C'è chi pensa che l'amore sia la fine della strada, e che se si è abbastanza fortunati da trovarlo ci si ferma lì. Altri dicono che è come un burrone nel quale si precipita. Ma chiunque abbia vissuto almeno un po’ sa che muta con il passare dei giorni, e secondo l'energia che gli si dedica, lo si conserva o ci si aggrappa, oppure lo si perde, ma a volte capita che non sia nemmeno mai stato lì, sin dall'inizio.

Sfogliando "Questo bacio vada al mondo intero", di C…

Dedicato a...Louisa May Alcott

Il giorno in cui Lou May Alcott si accorse di non essere più una Piccola Donna

Tratto da un articolo pubblicato sull' Huffington Post (www.huffingtonpost.it), di Cesare Catà




Guardandola sciogliersi dolcemente nel lago Lemano, Louisa May Alcott prova invidia per la neve che cade. Palpita, senza piangere, con gli occhi appena lucidi sotto le ciglia scurissime, e vorrebbe che anche per lei fosse così semplice risolversi, trovare quiete profondendosi in un destino che la abbracci. Il sentiero lungolago che collega Vevey al Castello di Chillon, nella Svizzera romanda, è un incantesimo d'argento. Le palme bianche, le fioriere simili a letti in cui gladioli e gigli si sono rinserrati come ragazzi in anfratti d'amore, bordano il percorso della passeggiata di Lou May. Benché lei non voglia, benché in parte non ci creda, Lou, che cammina sola in quel bellissimo angolo d'Europa, è una donna.


Oggi è il suo compleanno, e trentaquattro anni le pesano nell'anima, le fanno gli occh…

Incipit - Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un'altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne. Il vecchio era magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare …

Coffee break

Perché dobbiamo restare  tutti soli fino a questo punto? Pensai. che bisogno c'è? con tutte le persone che vivono su questo pianeta, e se ognuno di noi cerca qualcosa nell'altro, perché alla fine dobbiamo essere così soli? A che scopo? Forse il pianeta continua a ruotare nutrendosi della solitudine delle persone?                                                    ***


Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose per noi più preziose, trasformati in persone diverse che di sé conserveranno  solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere. Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza.
Sfogliando "La ragazza dello Sputnik", di Haruki Murakami 

Recensione: Tempi Glaciali, di Fred Vargas - Edizioni Einaudi

Sul finire delle mie ferie estive ho letto TEMPI GLACIALI, l'ultimo lavoro di Fred Vargas, al secolo  Frédérique Audouin-Rouzeau. Dopo quattro anni di silenzio è tornata  la nuova Signora del giallo europeo. Prima che questa bravissima scrittrice facesse la sua comparsa  il giallo classico ( per intenderci quello senza scene splatter, con poco sangue e poche scene di sesso) sembrava destinato a far parte della storia. Sono cresciuta leggendo  Agatha Christie e Simenon, autori con la “A” maiuscola che producevano gialli di squisita fattura, eleganti, intriganti, dove il vero protagonista era l'investigatore privato o l' ispettore di polizia. Il signore in questione (o la signora, come nel caso di Miss Marple) riusciva a risolvere l'intricatissimo caso non grazie all'  abilità nell'azione, bensì grazie alle straordinarie capacità intellettive (ce lo vedete Poirot a compiere rocamboleschi inseguimenti, agile e fulmineo, mentre il cattivo di turno gli spara addosso…