sabato 26 dicembre 2015

Shakespeare and Company: un americano a Parigi e la storia della sua libreria



A Parigi, in uno degli angoli più caratteristici de” la rive gauche”, e precisamente in Rue de la Bucherie n.37, esiste un luogo che sembra uscito fuori dal tempo e dallo spazio. Un antico edificio situato in una delle vie più note, le cui finestre si affacciano nientemeno che sull' abbazia di Notre Dame, ospita dal 1951 la libreria più famosa e visitata d'Europa: la “Shakespear & Co.” Il suo proprietario, George Whitman ( come altro poteva chiamarsi?) l'ha sempre definita “un'utopia socialista mascherata da libreria”: l'originale signore infatti dentro il suo negozio non offriva soltanto buone letture da acquistare, ma anche libri da leggere senza nessun impegno e soprattutto metteva a disposizione, per tutti i viaggiatori che desideravano un alloggio temporaneo, alcuni giacigli tra gli scaffali. A patto però che fossero lettori veri, scrittori, poeti o aspiranti tali. Lui definiva queste persone “tumbleweed”, il termine con cui gli americani chiamano quelle palle di sterpi e ed erba secca che rotolano lungo le strade dei paesaggi desertici, sospinte dal vento. Il prezzo da pagare in cambio? Dare una mano in negozio e leggere almeno un libro al giorno. Non so se questo aneddoto sia realtà o leggenda, ma posso testimoniare che i letti tra i libri esistono davvero e, almeno la domenica in cui sono capitata io, erano occupati da persone che dormivano tranquillamente, incuranti del via vai dei visitatori. Il motto di questo rifugio per letterati itineranti dice così: “Sii gentile con gli sconosciuti, perché potrebbero essere angeli nascosti”. Chi ha conosciuto George Whitman sostiene che fosse gentile anche con i ladri: nonostante avesse pescato con le mani nel sacco diversi giovani non ha mai denunciato nessuno, perché sosteneva che se fossero finiti in prigione allora lì avrebbero davvero imparato a rubare. E' morto nel 2011 a 98 anni, leggendo sempre, fino all'ultimo giorno, in compagnia della figlia Sylvia e degli amici più cari. Era un visionario, un sognatore, un socialista americano del New Jersey che non ha mai svenduto i suoi ideali, detestava il consumismo e amava intensamente la vita, in quel modo antico e sapiente che nessuno conosce più. George era un uomo unico, ed ha saputo trasferire questa sua unicità anche alla sua libreria, facendola conoscere ovunque nel mondo. Fu frequentata dai maggiori esponenti della letteratura internazionale degli ultimi 50 anni, e diventò famosa al punto tale che anche Woody Allen nel suo film “Midnight in Paris” la inserisce tra i luoghi che per un turista americano in viaggio a Parigi è d'obbligo visitare, al pari dei monumenti nazionali. Ma questo è un dettaglio, perché la Shakespear & Co. era arcinota ben prima che il regista l'omaggiasse nel suo film. La sua fama non deve rendere grazie ad abili strategie di marketing e pubblicità di questo tipo, perché la notorietà Whitman se l'era costruita giorno dopo giorno, rimanendo fedele alla sua idea di cultura, che per lui era un vero e proprio stile di vita. Ha creato il suo negozio come se fosse lo specchio della sua anima errante ed utopistica, tanto che la figlia l'ha paragonato al più grande sognatore che la letteratura di tutti i tempi ci abbia mai regalato: Don Chisciotte di Cervantes. Whitman credeva davvero che la vita comunitaria in questo luogo fosse possibile e necessaria: viveva qui, con la porta del negozio aperta sette giorni su sette, dal mattino fino alle 23, dopo di che chiudeva i battenti. Per la figlia Sylvia vivere e lavorare con un visionario così fuori dagli schemi è stato, per sua stessa ammissione, la tempo stesso gratificante e frustrante. Era uno spirito anticonformista che con la sua profonda cultura e il suo desiderio di scambio fra esseri umani stimolava e incoraggiava chiunque avesse intorno a dedicarsi alla scrittura e alla poesia, ma rifiutava qualsiasi tipo di innovazione. Non aveva senso pratico e secondo lui tutto doveva rimanere la suo posto, quanto meno nel suo piccolo microcosmo. Aggirandosi tra quei volumi, spesso vecchi ed introvabili, di cui tantissimi in inglese, si rimane intrisi di un qualcosa di indefinibile, una sensazione che è un misto di nostalgia e di meraviglia. E' difficile rendere l'idea. Gli interni in legno, le scale alte e strette che cigolano ad ogni passo, i volumi ingialliti che rivestono intere pareti da cui non filtra nemmeno uno scampolo di luce se non dalle piccole finestre del secondo piano, i divanetti stinti, i post it colorati con dediche e versi scritti da chissà chi appiccicati alle bacheche: sembra un luogo sbucato fuori all'improvviso da un altro tempo, un tempo in cui non esisteva la digitalizzazione, gli ebook, internet, i social network, un tempo in cui i circoli letterari erano ritrovi tra persone in carne ed ossa e non anonimi salotti virtuali. Si prova un senso di perdita per un mondo che si è inevitabilmente trasformato, e si prova stupore perché noi che non siamo più in grado di stare un'ora senza il nostro smartphone qui non ci verrebbe mai in mente di chiedere la connessione wifi. Anche senza internet, questa finestra temporale che si apre al nostro ingresso è in grado di proiettarci in luogo in cui é possibile incontrare l'intero pianeta.”Non hai bisogno di viaggiare per il mondo”, diceva George alla figlia Sylvia, “qui è il mondo che viene da te”.
La storia di come nacque questa libreria è affascinante come uno dei tanti romanzi che qui hanno trovato la loro dimora. Whitman si laureò in giornalismo a Boston nel 1935, ma non si dedicò mai alla carriera. La sua indole vagabonda e curiosa lo portò a viaggiare attraverso gli Stati Uniti, il Sud America, l'Asia e addirittura la Groenlandia. Poi, nel 1945, il definitivo viaggio a Parigi, che da quel momento in poi divenne la sua casa. Nel 1951 apre la sua libreria, che in origine chiamò “ Le Mistral” in onore della sua fidanzata dell'epoca. Cambiò successivamente nome in “Shakespear & Co.” nel 1964, per una concomitanza di cause: la storia di questo nome è collegata sia al 400 esimo anniversario della nascita del grande drammaturgo, che cadeva proprio quell'anno, ma soprattutto fu legata ad un'altra vicenda. Un'emigrata statunitense di nome Sylvia Beach aprì originariamente la Shakespeare & Co. al numero 8 di rue Dupuytren, nel 1919. Il locale fungeva sia come negozio di libri vero e proprio sia come sala di lettura. Nel 1921 la Beach spostò la libreria al 12 di Fue de l'Odéon, dove rimase fino a quando fu costretta a chiuderla, nel 1941, durante l'occupazione nazista. Durante questo periodo la Shakespeare & Co diventò il centro della cultura anglosassone in Francia. Intorno alla Beach e alla sua libreria hanno gravitato scrittori e artisti della cosiddetta “generazione perduta”e tanti altri: Ernest Hemingway, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein,George Antheil, Man Ray , Henry Miller, Anais Nin, Ray Bradbury e James Joyce passarono molto tempo al suo interno ad animare i salotti letterari, incontri che all'epoca erano fondamentali per il loro lavoro, poichè fonte di stimoli eccezionali. La Shakespeare & Co ed suoi frequentatori vennero menzionati proprio da Hemingway in Festa mobile, il romanzo in cui racconta gli anni della sua vita parigina, quando ancora era uno scrittore di belle speranze in cerca della sua identità. Sylvia Beach era la padrona di casa ideale per questi salotti, apprezzata per le sue idee anticonformiste e perché metteva la passione per la cultura davanti a tutto: qui in Francia faceva circolare titoli banditi in Inghilterra e negli Stati Uniti, come L'amante di Lady Chatterley di D.H.Lawrence o l'Ulisse di James Joyce. Proprio quest'ultimo, posto sotto censura in quei Paesi, venne stampato per la prima volta nel 1922 dalla Beach. Ma il colpo di grazia che causò alla donna la chiusura dell'attività fu il suo rifiuto di vendere ad un ufficiale nazista l'ultima copia di “La sveglia di Finnegan” di Joyce. Anche Whitman capitò nella libreria della Beach, assistendo a diversi incontri letterari. Quando scelse di cambiare in “Shakespear & Co” il nome della sua libreria sicuramente lo fece nell'intento di proseguire in qualche modo il lavoro svolto dalla Beach, dando continuità al suo pensiero libero e ribelle, trovando in lei ispirazione ed esempio. E lo fece talmente bene, in modo così originale ed appassionato che le sue idee socialiste sopravvissero ai tempi e alle mode. Per lui, così come fu per la Beach, la diffusione della cultura e la possibilità di renderla fruibile a tutti erano alla base della loro idea di comunità. Fu così che ancora una volta questa libreria, seppur cambiano luogo e proprietario, diventò il punto di riferimento per le correnti letterarie del periodo: gli esponenti della cosiddetta "Beat Generation", tra i quali Allan Ginsberg e dal suo compagno Peter Orlovsky, facevano tappa fissa da Whtiman, organizzando memorabili circoli letterari. Ancora oggi scrittori come Paul Auster e Jonathan Safran Foer si ritrovano spesso in Rue de la Bucherie n.37, partecipando agli incontri che oggi sono seguiti dalla figlia di George ( che tra parentesi chiamò Sylvia proprio in onore della Beach). Nonostante l'evolversi naturale dell'attività commerciale, che ha dovuto adeguarsi ai tempi più per necessità che per convinzione, la figlia ha voluto lasciare intatta il più possibile la tradizione. Oggi nel negozio sono presenti wireless, telecamere di videosorveglianza e, naturalmente, pc e tablet: dopotutto, siamo pur sempre nel 2015. Però, se dal piano terra in cui sono allocati i libri di nuova pubblicazione saliamo al secondo piano, ecco che troviamo l'angolo dei poeti: un piccolo cantuccio che si apre dietro una tenda rossa un po' sbiadita, simile a quella che si usa nei teatri; dietro questa specie di sipario c'è una panca consunta per sedersi e tutt'intorno post it lasciati dai poeti di passaggio con scritti versi, frasi, omaggi, saluti. In uno dei corridoi che collegano una stanza all'altra c'è una nicchia, ricavata tra gli scaffali, che contiene al suo interno una postazione da scrittore: scrivania, sedia, e macchina da scrivere risalente agli anni cinquanta perfettamente funzionante, a disposizione di chiunque voglia cimentarsi nella scrittura. Sparsi un po' dappertutto ci sono letti e divani ricavati tra gli stretti spazi delle stanze, piccole ma stracolme di volumi. All'ingresso, poco dopo aver varcato la soglia, il motto di George Whitman saluta i suoi avventori “BE NOT INHOSPITABLE TO STRANGERS. LEST THEY BE ANGEL IN DISGUISE”.
E' stata la generosità che ricevette George durante il periodo trascorso da “nomade” ad ispirare in lui il desiderio di offrire la stessa ospitalità ai giovani letterati che ne facevano richiesta, e ancora oggi la figlia Sylvia offre lo stesso incoraggiamento a chi vuole fare questa esperienza di viaggio, di vita e di lavoro. Non c'è la possibilità di prenotare perché decide lei se accettare o meno la richiesta di alloggio ed il prezzo è lo stesso che ha sempre chiesto suo padre: motivazione, un paio di ore di lavoro in libreria, leggere almeno un libro al giorno e una breve biografia da poter conservare nel loro personalissimo libro degli ospiti. Il mondo è cambiato, la letteratura è cambiata, ma non lo spirito di chi la ama, ed è questo che voleva mantenere in vita George. E' quello che ha permesso alla sua libreria di passare indenne attraverso le innovazioni tecnologiche ed i grandi bookstores, e che ha dato carattere e personalità ad un angolo come tanti di Parigi, trasformandolo in un crocevia di culture differenti.
George Whitman, forse il più grande utopista degli ultimi cinquant'anni, socialista, idealista, che viveva perfettamente in simbiosi con i suoi principi, una volta ha detto:
“Ho creato questo negozio come un uomo scriverebbe un romanzo, costruendo ogni stanza come se fosse un capitolo. Mi piace che la gente apra le sue porte nello stesso modo in cui apre un libro.”

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