venerdì 27 gennaio 2017

Coffee break - Per non dimenticare


«I PERSONAGGI DI QUESTE PAGINE NON SONO UOMINI. LA LORO UMANITA'
E' SEPOLTA, O ESSI L'HANNO SEPOLTA, SOTTO L'OFFESA SUBITA O INFLITTA ALTRUI.»





Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest'offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più già di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. 
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Si immagini ora un uomo a cui, insieme con lepersone amate,vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine,letteralmente tuttoquanto possiede: sarà un UOMO VUOTO, ridotto a sofferenze e bisogno, dimenticodi dignità ediscernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere sestesso; talequindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuoridi ogni sensodi affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio diutilità. Sicomprenda allora il duplice significato del termine "Campo diannientamento", e sarà CHIAROche cosa intendiamo esprimere con questa frase: GIACERE SUL FONDO.»
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Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida. Ma dove andiamo non sappiamo. Potremmo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati, non abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell'anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo.
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Ed infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza reliquie dalla folla innumerevole dei loro consimili essi soffrono e si trascinano in una opaca e intima solitudine, e in solitudine muoiono e scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.

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La loro vita è breve e il loro numero sterminato; sono loro i sommersi; loro la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.

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Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l'inverno non venisse. Ci siamo aggrappati a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco ma tutto è stato inutile. Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno. [...] Nel corso di questi mesi, su dieci di noi, sette morranno. Chi non morrà, soffrirà minuto per minuto, per ogni giorno, per tutti i giorni: dal mattino avanti l'alba fino alla distribuzione della zuppa serale dovrà tenere costantemente i muscoli tesi, danzare da un piede all'altro per resistere al freddo... Quando abbiamo visto i primi fiocchi di neve, abbiamo pensato che, se l'anno scorso a quest'epoca ci avessero detto che avremmo visto ancora un inverno nel Lager, saremmo andati a toccare il reticolato elettrico; e che anche adesso ci andremmo, SE FOSSIMO LOGICI, se non fosse per questo INSENSATO PAZZO RESIDUO DI SPERANZA INCONFESSABILE...

                                               

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Quest'anno è passato presto. L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo LIBERO: fuori legge ma LIBERO, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e le leggi che la governavano, e inoltre alle montagne, a cantare, all'amore, alla musica, alla poesia. Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l'avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.

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Le SS ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. Possono venire i Russi: non troveranno che noi dominati, spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più da temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. Ora ci opprime la vergogna.



Sfogliando “Se questo è un uomo”, di Primo Levi

3 commenti:

  1. Grazie per queste testimonianze, è nostro dovere ricordare.

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  2. Noi che leggiamo, abbiamo una immensa fortuna: ricorderemo, maneterremo viva la memoria. Noi almeno non potremo dimenticare, perché amiamo le parole e le parole conservano la forza della memoria. Lessi questi due libri in terza media: davvero troppo giovane per capirne appieno la profondità, fu un'esperienza difficile e traumatizzante. Mi sognavo di notte questi uomini ridotti a cenci ambulanti, vedevo i loro volti scarnificati dappertutto. Ragazzina troppo sensibile, mi dissero a scuola. Lo lessi poi da adulta, e quello che provai infine fu una rabbia tremenda, e piansi di commozione più volte. Capii finalmente il significato e l'importanza della testimonianza di Primo Levi, che ebbe il coraggio di mettersi di fronte all'orrore, di guardarlo negli occhi, di smascherarlo e di renderlo noto a tutta l'umanità. Non tutti i sopravvissuti hanno avuto lo stesso coraggio. Mio zio è stato preso in una retata, una delle ultime che fecero i tedeschi prima che finisse la guerra. Non era ebreo, non era omosessuale, non era handicappato, era normale...era solo un giovane di 18 anni che poteva lavorare come una bestia. E' stato deportato in un campo di lavoro forzato che per fortuna fu liberato poco dopo dall'armata russa. Non parlò mai di quello che gli era accaduto. Quando mia zia, sua moglie, gli chiedeva di parlare di quello che aveva subito, i suoi occhi diventavano tenebra e lui si eclissava, entrava in una dimensione in cui non era più presente. L'ombra dell'orrore era calata su di lui. Ora non c'è più, se ne è portandosi questi ricordi terribili con sè e nessuno della sua famiglia, nemmeno i suoi figli, sapranno mai cosa accadde al proprio padre.

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