martedì 19 gennaio 2016

Libri per non dimenticare




Il 27 gennaio sarà il giorno della Memoria. Nel 2005 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in riunione plenaria, scelse per commemorare le vittime dell'Olocausto la data della liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di sterminio di Aushwitz. Durante l'attacco in direzione di Berlino le truppe sovietiche passarono da questa città polacca, scoprendo così l'orrore che celava. Per la prima volta il mondo intero viene a conoscenza della peggiore atrocità mai compiuta dall'essere umano ai danni dei suoi simili. Un abominio, un genocidio, un crimine contro l'umanità intera che cambiò per sempre la storia. I sovietici durante il loro assalto al cuore del Reich incontrarono altri campi di concentramento, che furono tutti liberati. Ma questo era diverso, questo non era un campo di lavoro forzato: i deportati ad Aushwitz entravano dritti nella morsa di una fabbrica di morte, i cancelli si aprivano solo per condurli nelle camere a gas. Ecco cos'era Aushwitz.
Credo personalmente che ognuno di noi abbia il dovere di NON DIMENTICARE MAI. Abbiamo bisogno di ricordare, di condividere, di informarci, di leggere, di capire, di approfondire. Purtroppo tra qualche anno non ci sarà più nessuno in grado di raccontarci la sua esperienza di sopravvissuto. E allora lasciamo questo compito ai libri, ma non solo a quelli di storia, anche la narrativa ha la sua importanza e noi lettori  lo sappiamo bene. La parola scritta ha in sé la forza della memoria, dobbiamo coltivarla affinché resista nel tempo. La nostra generazione non ha vissuto il dramma sulla propria pelle, ma ha assorbito i ricordi dei propri genitori, o dei propri nonni. Ai nostri figli avremo solo racconti da tramandare, vecchie fotografie ingiallite dal tempo da far guardare, e qualche libro da far leggere. Ma è un patrimonio importante, non dobbiamo lasciarlo marcire in qualche angolo dimenticato. Ho letto diversi libri ambientati durante la seconda guerra mondiale, in tutte le sue fasi. Ogni anno ne scelgo almeno un paio: ogni nuova lettura approfondisce un diverso aspetto di quel periodo. Sono soprattutto le vicende umane legate agli avvenimenti storici che colpiscono il mio interesse, perché la storia è fatta essenzialmente di questo. Sono le vite comuni delle persone, stravolte dagli accadimenti, le sole che possono insegnarci realmente qualcosa di importante. Sono queste le storie che lasciano tracce indelebili, aldilà della cronologia degli avvenimenti. Io quest'anno mi sono affidata a Neri Pozza, casa editrice che stimo da sempre per la qualità delle letture che offre, ed ho scelto questi tre romanzi. L'idea era di comprarne un paio, ma non potevo lasciare sullo scaffale Erich Maria Remarque! Eccoli qui, con la copertina e la sinossi.

LA NOTTE DI LISBONA di Erich Maria Remarque


È il 1942 a Lisbona. Un uomo osserva attentamente una nave ancorata nel Tago, poco distante dalla banchina. Al vivo bagliore delle lampadine scoperte, sull’imbarcazione si sbrigano le operazioni di carico. Si stivano carichi di carne, pesce, conserve, pane e legumi.
Come tutti i piroscafi che, in quei tumultuosi giorni del 1942, lasciano l’Europa per l’America, la nave sembra un’arca ai tempi del diluvio. Un’arca incaricata di porre in salvo una gran folla di disperati, di profughi inseguiti dalle acque fetide del nazismo che hanno inondato da un pezzo  Germania e Austria, e già sommerso Amsterdam, Bruxelles, Copenaghen, Oslo e Parigi.
Anche l’uomo che la contempla è un profugo, senza alcuna speranza, però, di raggiungere New York, la terra promessa. Da mesi i posti sulla nave sono  esauriti e, oltre al permesso di entrata in America, all’uomo mancano anche i trecento dollari del viaggio. Sarebbe certamente destinato a perdersi e dissanguarsi nel groviglio dei rifiutati visti d’entrata e d’uscita, degli irraggiungibili permessi di lavoro e di soggiorno, dei campi d’internamento, della burocrazia e della solitudine, se la sorte non venisse in suo aiuto.
Un uomo, che non ha l’aria di un poliziotto, lo approccia e in tedesco gli dice di avere due biglietti per la nave ancorata nel Tago. Due biglietti che non gli servono più e che è disposto a cedere gratis a una sola condizione: che il futuro possessore non lo lasci solo quella notte e sia disposto ad ascoltare la sua storia: la storia di un uomo che ha perso la felicità proprio quando pensava di averla tutta per sé.
Apparso per la prima volta nel 1962, La notte di Lisbona è un commovente romanzo d’amore e, insieme, una struggente testimonianza del disincanto dei vinti e dell’esodo come unica soluzione dinanzi alle mostruosità della tirannia.
«Commuovere il lettore con la forza delle parole, e destarne insieme cuore e mente, è il dono straordinario di Remarque».
Erich Maria Remarque nacque a Osnabrück nel 1898. Nel 1916, in piena Grande Guerra, fu spinto ad arruolarsi volontariamente e nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale, dove rimase gravemente ferito. Il suo primo romanzo pacifista, Niente di nuovo sul fronte occidentale, fu pubblicato nel 1929. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le sue opere. Riparato in Svizzera, vi risiedé fino al 1939, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti. Nel 1948 tornò in Svizzera, dove visse e continuò a scrivere fino alla morte, nel 1970.


LA NOTTE PIU' BUIA di Monika Held


È il 5 giugno 1964, un torrido venerdì d’estate, quando Lena incontra per la prima volta Heiner Rosseck all’interno del tribunale di Francoforte. Terminate le ultime traduzioni e lasciato il suo angusto ufficio senza finestre, stava per guadagnare l’uscita, con il pensiero rivolto già a come svagarsi ? una nuotata all’aperto, un film al cinema, un bicchiere di vino, magari ?, quando lo ha scorto: un uomo alto e smagrito sul punto di scivolare a terra lungo una parete. Il tempo di sorreggerlo e di chiedergli «Sta bene?» che ha appreso la sua drammatica storia. Heiner Rosseck è di Vienna, ed è giunto nelle fredde aule del tribunale di Francoforte per testimoniare al processo contro i crimini nazisti di Auschwitz in cui è stato prigioniero. Rosseck, il sopravvissuto, è statp appena sottoposto a un estenuante interrogatorio sul ruolo, le responsabilità e le azioni di due imputati, Kehr e Kaduk, i peggiori aguzzini del campo di prigionia. «Dove è successo, signor Rosseck? In quale giorno? Da che distanza ha assistito all’esecuzine? Ricorda se pioveva? Se c’era la neve?» Riandare a quei terribili giorni significa, per Heiner, riaprire ferite atroci e mai rimarginate. Ma il problema non è questo. Il problema è rispondere con precisione, con lucidità, senza tradire la memoria, senza contraddirsi.  Come può, tuttavia, restituire con freddezza la notte buia che ha vissuto? E riportare alla parola lo sterminato orrore che ha visto? Come può, infine, farsi capire se lui parla una lingua diversa dagli altri,  una lingua in cui «rampa» non è un innocuo, semplice oggetto di metallo, ma lo scivolo su cui i corpi vengono trasportati verso i forni crematori, in cui «camino» è la bocca dell’inferno, e in cui la parola «selezionato» indica che è il momento di dire addio al compagno di branda? Quando, al cinquantesimo giorno di interrogatori, Heiner cede alle lacrime, il processo viene sospeso. L’uomo vorrebbe tornare a Vienna, lontano da chi lo accusa di essere prigioniero del passato, ma Lena ha intravisto in lui qualcosa di speciale, e non vuol bbandonarlo. Inizia così una struggente «educazione sentimentale» che li avvicina sempre più, fino a riportarli in Polonia, nei luoghi in cui l’orrore ha avuto inizio, e dove Lena capirà che sta a lei scacciare le ombre che gravitano su Heiner e ricordargli che l’esistenza concede sempre una possibilità per ricominciare daccapo.
Con un romanzo dalla trama coinvolgente e dalla scrittura impeccabile, Monika Held fa tesoro delle testimonianze raccolte in prima persona dai sopravvissuti dei campi di sterminio e «riesce a mostrare un lato inedito della Shoah» (Kölner Stadt-Anzeiger). Il risultato è una storia d’amore universale, cruda e commovente assieme; un viaggio liberatorio che è tale proprio perché non volta le spalle alla memoria.

MORIRE IN PRIMAVERA di Ralf Rothmann
Febbraio 1945. La Seconda guerra mondiale è agli sgoccioli. Più di cinque milioni di soldati, un milione di civili e quasi sei milioni di ebrei hanno già perso la vita. Ma Hitler non si arrende e chiede il sacrificio più terribile, quello dei più giovani.
Walter Urban e Friedrich «Fiete» Caroli, sono tra gli ultimi soldati reclutati a forza dalle SS. Hanno appena 17 anni e lavoravano come mungitori in una grande fattoria. Walter è fortunato. Durante l’addestramento di poche settimane riesce a prendere la patente e viene affidato alla squadra di autisti che ha il compito di rifornire le unità della Waffen-SS. Fiete invece viene spedito in prima linea. Pacifista nell’animo e profondamente disgustato dalla guerra, farà comunque il suo dovere. Ma di fronte ai soldati feriti, alle bombe che piovono dal cielo e alle granate lanciate dallo stesso esercito tedesco alle spalle dei propri commilitoni, per spronarli ad attaccare il nemico, Fiete crolla. Deve andarsene, a qualunque costo. Catturato mentre sta fuggendo, Fiete viene condannato a morte in quanto disertore. E Walter, ancora incredulo, si ritrova a dover eseguire il più terribile degli ordini: puntare l’arma contro il suo migliore amico…
Come la maggior parte dei reduci tedeschi Walter non ha mai raccontato nulla di questa esperienza, neppure tra le mura amiche di casa. È diventato un uomo taciturno e malinconico. Ma quando i dottori gli riscontrano una malattia allo stadio terminale, il figlio regala a Walter un quaderno, sperando che vi scriva qualcosa sul suo misterioso passato.
 Con una prosa ricca di suspense e di accurate ricostruzioni, Ralf Rothmann 
racconta la storia di due ragazzi sacrificati alla guerra. Dimostrando ancora una volta di essere uno dei migliori scrittori in lingua tedesca, con Morire in primavera – che in Germania è stato un bestseller – Rothmann regala ai lettori una storia indimenticabile e inedita. 













2 commenti:

  1. Hai decisamente ragione, "non dimenticare" è un dovere di tutti noi. In questa socità turbolenta in cui viviamo, l'uomo sembra aver scordato il dramma della guerra. Basta una scintilla e tutto può precipitare. Mai, come in questo momento, dobbiamo ricordare che la violenza chiama altra violenza. La ragione dovrebbe aiutarci a costruire un mondo di pace :)

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  2. Purtroppo noi uomini abbiamo la memoria corta, o meglio difettosa. Non impariamo niente dagli sbagli del passato, e la storia lo dimostra. Il terrore ,la paura, lo sterminio della razza: non lo stiamo vivendo già senza rendercene pienamente conto? Io penso di sì, purtroppo.

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