domenica 7 febbraio 2016

Coffee break



Era la loro ora più bella: come se di risvegli simili ne avessero vissuti insieme già tanti.E invece, per quanto sembrasse incredibile, era solo la seconda volta che si svegliavano così,l'uno accanto all'altro nello stesso letto, in una intimità carnale che dava loro l'impressione di essere amanti da sempre.

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Alla lunga, quella marcia silenziosa nella notte andava assumendo l'andatura solenne di una marcia nuziale, e se ne rendevano conto tutti e due, non come due amanti ma come due esseri che dopo aver vagato a lungo nella solitudine avessero finalmente ottenuto la grazia insperata di un contatto umano.
Anzi, non erano neanche più un uomo e una donna. Erano solo due creature, due creature che avevano bisogno l'una dell'altra.


                                             
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Lui la guardò. Era ancora senza trucco, senza alcun segno di civetteria, indifferente a quella vestaglia da uomo che la infagottava tutta, a quelle pantofole che doveva riacchiappare continuamente con la punta del piede.
E fu proprio lì, sul pianerottol, davanti a quelle porte anonime, in quella specie di no man's land, che si diedero il bacio della giornata, forse il loro primo vero bacio d' amore; e, consapevoli entrambi delle tante cose che esso doveva racchiudere, lo fecero durare a lungo, dolcemente, teneramente, come se non dovesse finire mai, e ci volle lo sbattere di una porta per separare le loro labbra. Allora, lei disse semplicemente: "Va'".
E lui scese, con la sensazione di essere un altro uomo.

                                                

Sfogliando "Tre camere a Manhattan", di George Simenon


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