mercoledì 9 marzo 2016

Recensioni: E'così che si uccide, di Mirko Zilahy - Edizioni Longanesi


Dovrei ascoltare di più il mio fiuto, decisamente di più. Invece puntalmente riesco a farmi distrarre come una principiante da recensioni positive, alcune addirittura entusiastiche, dalla pubblicità editoriale, dal tam tam delle librerie che sbattono il libro del momento in vetrina per settimane. Grande thriller, rivelazione italiana, etc etc. Premetto che non amo particolarmente il genere thriller, prediligo il mistery o il classico giallo all'inglese, dove tutto è incentrato sul ragionamento, sulle deduzioni, dove lo splatter non esiste e dove la psicologia dei personaggi viene delineata abilmente e con una certa sottigliezza che rende intrigante il dipanarsi della matassa. Il thriller invece, come dice la parola stessa, dovrebbe fare paura, dovrebbe farti sussultare, non dovresti avere il coraggio di leggerlo quando sei da sola, a casa, di notte. Se il thriller rispettasse queste regole basilari, potrebbe anche piacermi. In fondo mi piace Stephen King, che di paura se ne intende. Invece questi thriller polizieschi di recente pubblicazione mi fanno scuotere la testa. Ne ho già letti due quest'anno ed entrambi mi hanno deluso.
E' COSI' CHE SI UCCIDE, dell'esrodiente Mirko Zilahy, ha nel complesso alcune cose buone che però sfortunatamente si perdono in un marasma che non mi ha per niente convinta. Ma partiamo da quello che mi è piaciuto. Sicuramente l'autore scrive bene, è dotato, sa cos'è la sintassi e sa come rendere cupa un'atmosfera con il solo ausilio di una penna. L'ambientazione di per sé è molto affascinante ed inconsueta, perché ci parla di una Roma sconosciuta e decadente, che sa di periferia, di solitudine e di miseria. Inoltre una pioggia incessante di fine settembre ci accompagna lungo tutta la storia, rendendo le cupe vite dei protagonisti ancora più cupe. Qui però mi devo fermare un attimo, ed analizzare i punti critici. Prima di tutto, in quest'ambiente soffocante intriso di morte e malinconia non c'è mai un momento di respiro che sappia di vita. Capisco che questo contribuisce a rendere la storia molto noir, ma è sfiancante per chi legge. L'autore, nella nota che si trova in conclusione al libro, afferma che le donne protagoniste del suo romanzo portano in sè speranza e vita, ma io sono qui con il libro tra le mani a domandarmi dove. Dove l'hai messo questo spirito vitale, Autore? Non c'è un momento di sollievo, anche futile, in nessuna delle vite che hai voluto raccontare. Le donne che sono morte vivono nei ricordi dei protagonisti, e non rappresentano mai un pensiero felice. Il Pubblico Ministero vive perennemente su tacchi a spillo ed è incazzata con il mondo intero; la fotografa della scientifica ha problemi relazionali ed un'assurda fobia per i topi che viene spiegata in modo spiccio e la cui utilità ai fini del romanzo non si capisce. A cosa è servito affibbiarle tutte ste paturnie ancestrali che la fanno svenire al solo pensiero di trovare un topo sulla scena del crimine? A renderla ancora più dolente, triste e sola? Il fatto è che sono tutti così, nessuno si salva. Sembrano un gruppo di zombie, dei sopravvissuti ad una catastrofe nucleare, sono reietti della società costantemente in bilico tra lucidità e follia. Il commissario di polizia, Enrico Mancini, è un “Philp Marlowe” sull'orlo del suicidio che non si rassegna alla morte della moglie, avvenuta pochi mesi prima. Beve, gira tutto il giorno indossando i guanti della donna defunta, ha gravi attacchi di panico e crisi d'ira quando è in servizio ma nonostante questo rifiuta le medicine e le cure psicologiche di cui avrebbe bisogno. Dovrebbe stare a riposo, e prendersi cura di se stesso. Qualcuno, ai vertici, dovrebbe lasciarlo tranquillo.Ma nessun “profiler” ha le sue capacità e la sua esperienza. Per questo motivo il Questore, nonostante conosca bene le difficoltà dell'uomo a mantenersi lucido, lo mette a capo di una squadra speciale che ha come obiettivo quello di stanare lo spietato serial killer che da giorni terrorizza la città commettendo omicidi di rara efferatezza. Ed è proprio nei confronti dell'assassino che devo muovere le mie critiche più severe. E' vero che la mente umana è un pozzo senza fondo di follia, ma con l'Uomo Ombra” l'autore ha davvero esagerato. L'idea di fondo era ottima, il motivo della follia assolutamente reale e plausibile, talmente tanto che poteva nascere perfino un'insolita empatia con il mostro. Invece ne esce fuori il ritratto di un serial killer a metà tra un macellaio psicotico e un mitomane che si crede la mano destra di Dio. Non è credibile, non è possibile, non c'è nessun appiglio con la realtà. Ho dovuto saltare a piè pari le pagine in cui venivano descritte le atroci sevizie compiute sui corpi delle vittime, zeppe di particolari violenti e disgustosi. Ma perché questa moda, questa mania morbosa di descrivere minuziosamente evisceramenti, scorticamenti e sgozzamenti di cadaveri? Dove è finita la classe dei gialli di una volta, dove veniva celato lo spettacolo della morte? Non si ha più rispetto dei corpi privi di vita, nemmeno nella finzione. Sono carne da macello, buona per raccontare storie border line. I lettori vogliono davvero questo? Secondo me no. Noi vogliamo appigli con la realtà ma vogliamo anche leggere senza che ci salgano i conati di vomito. Anche perché mi domando, ancora una volta, perché. Non serve raccontare come viene eviscerato un corpo vivo, organo per organo, affinché una storia funzioni. E' roba inutile, è orrore gratuito. Quello che piace a noi lettori è ritrovarsi nei racconti che gli autori scrivono per noi, stimolando fantasia e pensieri. Ci piace il lato umano, il mistero, l'incedere lento degli avvenimenti. Il thriller deve ricreare nella nostra mente quella sensazione che è un misto equilibrato di paura e di curiosità, deve regalarci un brivido misurato di tensione, di ansia. Ma soprattutto deve istigarci a non smettere mai con la lettura, deve tenerci incollati alle pagine. I thriller possono essere letture molto intriganti. Purtroppo l'artificio con me non è riuscito: nessuna suspence mi ha imbrigliata alle pagine. Peccato, perché ci sono tanti spunti interessanti che potevano essere approfonditi meglio, portando l'attenzione su fatti sconsociuti ma tristemente reali che fanno parte della nostra storia recente.
Credo che l'autore abbia voluto mettere insieme tutte queste storie così folli e malate cercando di creare un noir moderno sulla falsariga del grande Raymond Chandler. Ma ha calcato troppo la mano, tratteggiando un personaggio che è la caricatura di Philip Marlowe, l'indimenticabile detective privato protagonista di molti romanzi di Chandler. Marlowe è elegante, solitario, dipendente da fumo e alcol, si interessa poco al denaro e molto alle donne, che comunque tiene a debita distanza. E' un duro di carattare perennemente in conflitto con l'ordine costituito, si aggira nei bassifondi metropolitani di una nebulosa New York degli anni trenta, che vengono descritti con un realismo straordinario: il mondo che ci racconta Chandler è popolato da delinquenti della finanza, boss della mala, poliziotti corrotti, dark ladies affascinanti e spietate. Marlowe è dolente e tormentato, ma la mano di Chandler è delicata, non insiste mai troppo e lascia sempre un'ombra di mistero sulla vita privata del detective. Non ci sono cadaveri mutilati, pezzi di organi gettati nel Tevere, morti che tormentano i vivi e vivi che camminano sulla terra come se fossero già morti. Nemmeno nelle sue giornate più nere Marlowe aleggia nelle strade come un fantasma, perché c'è sempre qualcosa che lo tiene aggrappato alla sua esistenza. Che, in fondo, gli piace così com'è. Anche nei sobborghi fumosi di una New York impestata di malavitosi di ogni genere si respira sempre un alito di vita. No, non è così che si uccide.

 Titolo: E' così che si uccide
  Autore: Mirko Zilahy
  Anno di pubblicazione : 2015
  Casa Editrice: Longanesi
  Pagine :410

8 commenti:

  1. Bella recensione; io non ci sono cascata, questa volta, il romanzo non mi attirava e ora mi attira ancora meno. Nemmeno io amo lo splatter a tutti i costi (probabilmente c'è anche il letture a cui piace, questione di gusti) e penso che Chandler sia proprio inavvicinabile: ci provano in tanti a emularlo, ma nessuno ci riesce degnamente.

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    1. Credevo sinceramente che fosse un thriller molto moderato, sul genere di Carrisi, (il cui ultimo lavoro però mi ha delusa, per altri motivi). Invece mi sono ritrovata in una storia in cui ho fatto fatica ad immergermi, provando SCHIFO vero nel leggere certe sevizie compiute...Chandler è inarrivabile, lasciate perdere gente.

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  2. Eccolo dunque il romanzo incriminato ;)
    Non ho corso il rischio di comprarlo per me, ma potrei essere stata tentata di regalarlo a mia mamma o a mio zio, entrambi appassionati del genere. Credo che lo splatter sia sempre gratuito, nei romanzi come nei film... in alcuni casi è raccapricciante, e come te in questi casi lo salto a piè pari, altre volte diventa addirittura ridicolo (mi vengono in mente alcuni film di Dario Argento).
    Hai mai letto qualcosa di Fred Vargas? I suoi gialli sono abbastanza sui generis, al di là di crimini e relativi inghippi da svelare (talvolta un po' campati in aria), amo i suoi protagonisti, tra tutti il commissario Adamsberg, e lo stile interiorizzato che li caratterizza.

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    1. Ciao Pamela,
      sono felice di sapere che la pensi come me...lo splatter, quando è troppo, è gratuito e inutile. Vorrei capire come fa a piacere a certi lettori!!
      Adoro la Vargas e il personaggio da lei creato, il mitico "Spalatore di nuvole" Adamsberg...ho scritto qui sul blog cose ne penso di lui e dell'ultimo libro della Vargas, "Tempi glaciali". Se ti va trovi la recensione nella sezione dedicata. E' sempre un piacere confrontarmi con voi, grazie di essere passata!

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  3. Ciao Paola...non posso esprimermi su questo romanzo, che non ho letto e che non farò. Non c'è stata empatia tra noi a primo impatto, che è quello che conta. Io istintiva come te.
    Posso però dirti che hai elaborato una recensione dettagliata, precisa e che è stato un piacere leggere.
    Non i corpi torturati no...la psiche umana si, mi piace un sacco.
    Quello di Federico Inverni è un signor thriller psicologico dove compaiono scene del crimine raccontate con rispetto e delicatezza, ma talmente reali da catapultartici dentro, e un analisi de tutti i personaggi davvero magistrale. Te lo consiglio e mi annoto Raymond Chandler che non conosco. A presto Cuore

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    1. Ciao Cuore, ormai ho capito che abbiamo gusti simili e quindi la tua segnalazione del thriller di Federico Inverni la accetto mooolto volentieri e mi segno in lista il libro! Adoro i thriller psicologici, quelli dove la mente umana viene analizzata in tutte le sue molteplici sfumature, ma come dici tu: con rispetto e delicatezza. Che è tutto quello che manca a questo, di thriller. Se vuoi leggere qualcosa di Chandler ti consiglio il suo capolavoro: "Il lungo addio". Mi saprai dire se ti è piaciuto, ma non ho dubbi....;-)

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  4. Ho questo romanzo sul comodino, per fortuna è della biblioteca...Ora non so che fare, perchè la tua recensione tanto sentita e ben argomentata mi ha quasi convinta a lasciar perdere. Magari leggo le prime 50 pagine, tanto per gradire (si fa per dire). Anche io amo i gialli classici, dove il morto era servito freddo...o appena tiepido!
    Un saluto da lea

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  5. Ciao Lea, benvenuta! Magari poi ti piace, non è detto che la tua impressione sia così negativa come la mia...Il fatto è che ero partita gasatissima, come se avessi fra le mani un "nuovo CArrisi". Fammi sapere se deciderai di proseguire con la lettura!

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