giovedì 31 marzo 2016

I B-SIDES della letteratura: l'Abate Faria, tratto da "Il Conte di Montecristo", di Alexander Dumas


Il Conte di Montecristo è stato uno dei romanzi che ho amato di più in tutta la mia vita di lettrice. Letto per la prima volta l'anno scorso, mi ha entusiasmata ed affascinata: è la storia della più grande vendetta mai concepita da un essere umano. Questo tomo di oltre 1200 pagine  è un compendio di mille altre storie, che si fondano tra loro per creare  una trama intricata ed indimenticabile. La storia la conosciamo tutti, chi non ha letto il romanzo avrà sicuramente guardato  il film o uno sceneggiato in tv, per cui non mi perderò in preamboli. Voglio entrare subito nel vivo della storia  per parlare di un personaggio straordinario, che purtroppo lascierà il romanzo subito dopo la sua apparizione. Un magnifico “B SIDE” senza il quale il Conte di Montecristo non sarebbe mai esistito: l'Abate Faria.
Pochi sanno che Dumas, per tracciare questo personaggio chiave della storia, si ispirò ad un uomo realmente vissuto e realmente rinchiuso nel carcere del Castello d'If, al largo delle    coste marsigliesi. Sono venuta a conoscenza di questo particolare diverso tempo dopo, quando per caso mi sono imbattuta  in un blog che parlava di mesmerismo. Come ci sono finita non lo so, ma Mesmer me lo ricordo dai tempi in cui leggevo Dylan Dog.
Procediamo con ordine. Come trasse ispirazione Dumas per il suo personaggio? La storia viene in suo aiuto, infatti il nostro Faria era molto noto in Francia per aver partecipato, fra le altre cose, alla rivoluzione Francese. Ma furono soprattutto i suoi studi avanguardristici a donargli una fama  notevole, seppur ambigua e costantemente criticata.
José Custódio de Faria nasce in India, nella colonia portoghese di Goa, nel 1756. A 15 anni, nel 1771, viene portato dal padre in Portogallo e qui, grazie alle conoscenze altolocate del padre,  i due ottengono l'aiuto necessario per recarsi a Roma ad  intraprendere importanti studi religiosi, fino a conseguire un dottorato in teologia.
Il suo primo scritto  come teologo impressiona notevolmente  il Papa, al punto che gli concederà l'onore di tenere un sermone nella Cappella Sistina. Sucessivamente, grazie alla fama acquisita in Italia, anche la regina Maria di Portogallo gli tributa lo stesso onore. E' proprio durante questa orazione in patria che avviene un fatto  importante che condizionerà molto il suo futuro, iniziandolo allo studio dell'ipnosi e del cosiddetto “mesmerimo”. Arrivato sul pulpito, quando si trova la numerosa folla davanti a lui, viene preso dal panico e non riesce a proferire parola. Leggenda vuole che il padre gli sussurri all’orecchio   la frase  “Sono tutti ortaggi. Taglia questi ortaggi”. Faria riesce così a superare la paura e a parlare tranquillamente. Da quel momento in poi comincia a farsi strada in lui l'idea che  la mente umana è fortemente suggestionabile dalle parole, e come tale può essere opportunatamente pilotata. E' proprio questo il concetto cardine su cui si baseranno i suoi studi, ma ci vorranno anni prima che Faria arrivi a mettere a punto le sue teorie sulla suggestione della mente. Prima di dedicarsi anima e corpo a questi studi Faria e suo padre, molto ben inseriti all'interno del potere di Lisbona, iniziano  a cospirare contro il dominio del Portogallo sulla colonia natìa di Goa, in India. E' l'epoca della rivoluzione francese, e i venti della libertà cominciano a solleticare le fervide menti di tutta Europa. L'impresa però fallisce e Faria si rifugia in Francia. Durante il suo periodo francese diventa seguace di professionisti illustri che particavano l'ipnosi utilizzando i magneti, tra cui il celebre Mesmer. Faria però, dopo aver approfondito e studiato meticolosamente le idee dei “mesmeristi”, non si trova d'accordo con le loro teorie ed arriva alla conclusione che il tanto sbandierato magnetismo non è altro che un fenomeno naturale causato dalla suggestione mentale, e non dai magneti come questi scienziati sostenevano. La Chiesa condanna senza mezzi termini  il magnetismo come opera del diavolo ma Faria, nonostante abbia preso le distanze dal movimento e confutato le loro teorie, fu comunque vittima di persecuzioni di ogni tipo: fu  attaccato dalla chiesa, dall'opnione pubblica, fu vessato, ridicolizzato ed imprigionato nella Bastiglia come se fosse una specie di mago malvagio. Una volta libero  partecipa in prima linea alla rivoluzione francese, della quale condivideva gli ideali, ed in seguito lotta contro il regime del Terrore. Purtroppo nemmeno questo lo salverà dalla malevolenza dell'opinione pubblica, che continua a non accettarlo. I clima di intolleranza e di sospetto  che il Terrore aveva indotto nella popolazione colpisce definitvamente quest'uomo eclettico con la pelle scura, il forte accento e i tratti esotici: duurante la sua permanenza a Marsiglia Faria viene infatti arrestato e rinchiuso nel le prigioni del  Castello  d'If.
Vi rimarrà, in completo  isolamento, per 17  anni. La prigionia però non fiacca minimamente il suo spirito, non smette mai di approfondire i suoi studi e fu questo probabilmente a salvarlo dalla pazzia. Una volta scontata la sua pena, seppur vecchio e provato, continua  la sua attività di studioso  e mette in pratica le teorie sviluppate in anni di costanti studi e ricerche, applicando in medicina la psicanalisi. Ma Parigi non gli riconoscerà mai nessun merito,  e le vessazioni nei suoi confronti continueranno fino alla sua morte. Come avviene spesso con i grandi innovatori il suo lavoro fu debitamente riconosciuto postumo: quasi tutte le opere sulla storia dell'ipnotismo moderno lo tengono in debita considerazione, citando le sue intuizioni come importanti per lo sviluppo della moderna psicanalisi. 
Fino a qui la vera storia di Faria. Fu proprio a questo punto della sua “riabilitazione”che Alexander Dumas, riconoscendo anche lui le sue straordinarie doti di ricercatore e studioso, lo inserisce come personaggio chiave nel romanzo “Il Conte di Monte Cristo” attribuendogli anche nella finzione una profonda e vasta cultura, ed una conoscenza delle cose umane che trascende il mistero. 
Il protagonistga del romanzo , Edmond Dantes, sappiamo che è stato ingiustamente rinchiuso nella prigione del Castello D'If. Vittima di complotti, invidie ed arrivismo è costretto a scontare una durissima pena lunga quattordici anni.  E' un tempo infinito quello che Edmond trascorre in isolamento, senza sapere perché e per colpa di chi è stato privato così a lungo della sua vita onesta, dimenticato dalla giustizia di Dio e degli uomini. Proprio quando ormai, stremato dalla solitudine e dalla disperazione, tenta il suicidio lasciandosi morire di fame, un barlume di speranza si riaccende in lui. Un rumore, dapprima impercettibile, poi sempre più insistente, arriva fino alla sua cella. E poi una voce, che dopo un tempo infinito rompe quel silenzio immobile. Quella dell' Abate Faria.
Nella versione romanzata, è il  1811 quando Faria viene arrestato improvvisamente, mentre stava per imbarcarsi a Piombino, e subito condotto al Castello d'If. Così come Edmond, anche lui non  saprà mai ufficialmente il vero motivo del suo arresto: probabilmente la sua partenza precipitosa, dovuta a motivi che spiegherò più avanti, desta sospetti   nella polizia imperiale, che lo arresta senza una formale accusa. Faria  non si rassegna  a questa ingiustizia: non era nella sua natura arrendersi, ed il suo prodigioso cervello in questo gli è di grande aiuto. Decide fin da subito che avrebbe scavato un tunnel sotterraneo per tentare l'evasione. Comincia quindi a studiare la mappa del castello e a fare calcoli matematici per individuare la sua posizione  rispetto all'edificio e il luogo più proprizio alla fuga. Secondo le sue teorie il tunnel  avrebbe dovuto condurlo fuori dalla fortezza permettendogli di fuggire a nuoto verso una delle isole vicino. Purtroppo dopo molti anni di minuzioso lavoro, quando avverte la presenza di un altro prigioniero aldilà dello scavo, si rende conto di aver sbagliato completamente direzione: quelal della cella di Edmond. I due uomini, entrambi stupiti da quello straordinario imprevisto, quasi d'istinto si mettono l'uno nelle mani dell'altro e cominiciano a raccontarsi a vicenda la propria storia disgraziata. Faria racconta ad Edmond che in gioventù  fu il segretario del Conte Spada, oltre che precettore dei suoi figli e nipoti. In questo periodo egli  sente spesso parlare dell'esistenza di unimmenso tesoro di famiglia, lasciato in eredità da un antenato che fu costretto a nasconderlo per sottrarlo alle grinfie di Cesare Borgia,  con cui era in affari ma del quale non si fidava. Di questo tesoro però nessuno dei posteri trovò mai nulla, nemmeno una labile traccia. Rimase sempre nella leggenda, come uno di quei tesori delle fiabe di cui tutti hanno sentito parlare ma di cui nessuno ha mai visto un solo scellino. Ma l'instancabile lavoro di studi e ricerche  e il suo acume riescono a fare luce su quel mistero centenario. La notte in cui Faria scopre il segreto della famiglia Spada decide che sarebbe immediatamente partito  alla ricerca del tesoro. L'ultimo esponente degli Spada, l'uomo per cui lavorò una vita,  per ringraziarlo del lavoro svolto l'aveva nominato suo erede: quel tesoro dunque gli apparteneva di diritto. Come sappiamo però le cose vanno diversamente:  ad attenderlo non troverà affatto immense ricchezze e una vita nuova, ma la polizia e il carcere. Nonostante le accuse nei suoi confronti siano inesistenti non viene più liberato dalle autorità perché  creduto pazzo:  per scagionarsi non fa che ripetere in continuazione la verità sulla sua fuga, ma nessuno crede alla storia di quel fantomatico tesoro. Tutti pensano che siano solo i deliri di un vecchio malato di mente. Presto viene dimenticato in quella cella, come un inutile fagotto.
Ma torniamo al momento cruciale della storia.  Anche Edmond si confida con l'Abate, da cui apprende molte verità; stringono una sincera amicizia e si affezionano molto l'uno all'altro, decidendo di aiutarsi nella disgrazia: il loro piano infatti resta l'evasione, che cominciano a progettare insieme.
Ogni giorno Edmond, una volta passato il carceriere ad allungare cibo ed acqua, sguscia nella cella di Faria attraverso il buco nel muro creato dall'abate ed insieme a lui comincia trascorrere ore liete ed importanti. Il giovane marinaio apprende moltissimo da quell'  uomo straordinariamente colto ed inoltre, sempre grazie alla sagacità dell'Abate, riuscirà a vedere più chiaramente cosa si cela dietro il suo arresto, fino ad apprendere la sconcertante verità.Lo stupore di Edmond per l'ingegno di Faria contagia anche noi lettori, che assistiamo ai prodigi dell'uomo pagina dopo pagina. Tanto per cominciare, Faria conosce esattamente l'ora del giorno. Come è possibile, non avendo strumenti adeguati in cella?
"Bene" disse Faria, "non è che mezzogiorno e un quarto, ed abbiamo ancora qualche ora per noi."
Dantès guardò intorno cercando a quale orologio Faria aveva potuto legger l'ora in un modo così preciso.
"Vedete questo raggio di luce che viene dalla mia finestra" disse Faria, "guardate sul muro le linee che vi ho tracciate. Grazie a queste linee, che sono combinate col doppio movimento della terra e l'ellissi che descriveintorno al sole, io so l'ora più esattamente che se avessi un orologio, poiché un orologio può guastarsi, mentre laterra e il sole non si guastano mai."
Poco dopo, Faria mostra ad Edmond la sua importate opera filosofica, un'opera monumentale a cui l'abate si è dedicato durante gli anni di prigionia e che racchiude tutto il suo immenso sapere. Ma come ha fatto a scrivere rotoli di pergamena dal momento che nulla  viene dato ai prigionieri, né pergamena, né penna, né inchiostro?
"Vedete" disse, "tutto è qui: sono circa tre giorni che ho scritto la parola fine nella sessantottesima striscia. Due delle mie camicie e tutti i miei fazzoletti vi sono impiegati; se un giorno tornassi libero e potessi trovare in Italia uno stampatore per pubblicarla la mia reputazione sarebbe fatta."
"Sì" rispose Dantès, "lo vedo bene. Ora mostratemi, ve ne prego, le penne con cui avete scritto quest'opera."
"Eccole..." disse Faria.
E mostrò un bastoncello lungo sei pollici, grosso quanto un manico di pennello, e attorno ad una delle estremità era legata con un filo una di quelle cartilagini, ancora macchiata d'inchiostro, di cui Faria aveva parlato a Dantès, tagliata a becco, e spaccata come una penna ordinaria. Dantès l'esaminò, cercando con lo sguardo lo strumento col quale era stata tagliata in un modo così preciso.
"Ah, sì" disse Faria, "il temperino, non è vero? É il mio capolavoro; l'ho fatto come questo coltello, col vecchio candeliere di ferro." Il temperino tagliava come un rasoio. Quanto al coltello aveva il doppio vantaggio di poter servire ad un tempo, a seconda del bisogno, da coltello e da pugnale. 
"In quanto all'inchiostro" disse Faria, "sapete quale metodo impiego, lo faccio quando ne
ho bisogno."
"Ciò di cui mi meraviglio è" disse Dantès, "che vi siano bastati i giorni per questi lavori."
"Ma avevo le notti" rispose Faria.
"Le notti! Siete dunque della natura dei gatti e ci vedete chiaro anche la notte?"
"No, ma Iddio ha dato all'uomo l'intelligenza per venire in aiuto alla povertà dei suoi sensi: mi sono procurato della luce."
"E come?"
"Dalla carne che ci portano separai il grasso, lo feci fondere e ne cavai una specie di olio compatto. Guardate, ecco qua la mia bugia." E Faria mostrò a Dantès una specie di lanterna uguale a quelle che si adoperavano nelle pubbliche illuminazioni. 
"Ma il fuoco?"
"Ecco delle pietruzze e della tela bruciata."
"Ma gli zolfanelli?"
"Ho finto di avere una malattia cutanea, e ho domandato dello zolfo che mi è stato
accordato."
Dantès depose sulla tavola gli oggetti che teneva in mano, e abbassò la testa, avvilito
davanti alla
perseveranza ed alla forza di quello spirito.
"Questo non è tutto" continuò Faria, "poiché non bisogna mettere tutti i tesori in un solo nascondiglio....
Così trascorrono i giorni, i mesi e gli anni al Castello d'If. Edmond, marinaio di umili origini, buono d'animo ma senza nessun tipo di istruzione, apprende tutto da Faria: la scienza, le lingue antiche e moderne , la storia, la geografia. Ormai sono legati indissolubilmente  da sentimenti profondi di fiducia, rispetto e amore, come padre e figlio. Il giorno previsto per la fuga si sta avvicinando, ma Faria ha una salute cagionevole che lo condanna a frequenti di attacchi apoplettici e questo complica molto le cose. Dopo una delle sue crisi, sente la fine avvicinarsi inersorabile. Ormai sicuro dell'onestà di Edmond e grato al giovane per le sue amorevoli cure decide di rivelargli il segreto che da anni porta con se: il luogo dove la famiglia Spada seppellì l'immensa ricchezza un secolo prima. 
Faria mantiene a lungo il segreto con Edmond perché, oltre a volerlo conoscere bene, voleva fargli una sorpresa: il suo intento era quello di condurlo, una volta liberi, sull'isolotto di Montecristo, al largo della Toscana, e di condividere con lui la gioia di quel ritrovamento miracoloso. Ora però chiede ad Edmond di condurlo lì, perché le forze lo stanno abbandonando. Quando Edmond fa le sue rimostranze, affermando di non avere alcun diritto su quel tesoro, Faria lo rassicura dichiarando che lui ormai è suo figlio in tutto e per tutto: non sangue del suo sangue, ma figlio della sua prigionia. 
Alla terza crisi apoplettica, Faria muore lasciando ad Edmond la mappa del tesoro ed un immenso bagaglio culturale, che sarà fondamentale per tessere le trame della sua vendetta. Anche il corpo del povero abate contribuisce alla sua  rinascita: il giovane riesce a sostitursi facilmente al cadavere dell'uomo grazie alle celle comunicanti, ed una volta gettato in mare dai carcerieri riesce a  liberarsi con il coltello dell'Abate. Finalmente, dopo quattordici anni di ingiusta prigionia,  può nuotare verso la libertà e verso la sua nuova vita: quella de Il Conte di Montecristo.


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