mercoledì 27 aprile 2016

Recensioni: Olive Kitteridge, di Elizabeth Strout - Fazi Editore


“Olive Kitteridge” è molto più di quello che sembra. Ad un lettore poco attento può apparire come un libro semplice e di natura incerta, senza un inizio e una fine precisa, un incontro di storie che si aprono e si chiudono nel giro di poche pagine con alcuni elementi ricorrenti che fanno da amalgama. Ma ad una analisi più apprfondita si capisce perché l'autrice, Elizabeth Strout, è considerata tra le più importanti scrittrici contamporanee, vincitrice nel 2009 del premio Pulitzer proprio con questo romanzo. La sua eccellenza si nota nei tanti particolari che gli conferiscono una struttura narrativa di forte impatto : cerchiamo di capire perché. Lo faccio soprattutto per i suoi detrattori, quelli che hanno visto in “Olive Kitteridge” solo il ritratto di una donna negativa, irritante e spesso deplorevole nel modo in cui si relaziona al prossimo. E' strutturato con una serie di racconti in cui la presenza della donna, a volte ingombrante, a volte marginale, è il filo che tiene unito e imbastisce il contorno narrativo. Olive è un' insegnante in pensione che vive con il marito in una piccola cittadina del Maine affacciata sull'oceano, sferzata costantemente dal vento salmastro che batte sulla costa, con piccole case di legno e un accolgiente porticciolo. Proprio l'ambientazione, così suggestiva, è l'altro elemento comune del romanzo: tutte le vicende si snodano in questo microcosmo che pare uscito fuori dal nulla, slegato da quello che è il mondo circostante: un piccolo nucleo scontroso, introverso, chiuso in se stesso, che accoglie ma al tempo stesso spinge ad allontarsi, come una madre troppo invadente. Anche Olive lo è, una madre troppo invadente. Ma di questo vorrei parlare alla fine, perché la Signora Kitteridge non è l'elemento fondamentale del libro. Come accennavo all'inizio Olive è una presenza costante che ha l'importante compito di collocare in uno spazio - tempo ben definito le vicende che vengono raccontante di volta in volta, in cui protagonisti molto spesso sono completamente scollegati gli uni dagli altri. Se non per il fatto che tutti loro, chi più chi meno, ad un certo punto della propria vita si imbattono nella donna. Per un lungo periodo o per pochi secondi, per un incontro fugace o per un'amicizia di vecchia data, Olive è sempre presente, come se servisse ad ancorare alla realtà le storie inventate dalla Strout. Lo stesso ruolo di “aggancio” è affidato al paesaggio, che è sempre lo stesso: una piccola cittadina dove tutti si conoscono, simbolo della vita di provincia americana. Elizabeth Strout condensa le vite dei protagonisti in brevi racconti, con uno stile essenziale ma molto intenso e ricco di sfumature. Riesce a catturare con poche e sapienti pennellate il mondo interiore e i sentimenti delle persone che popolano questa cittadina, come se fosse il quadro di un impressionista che anziché usare i colori, usa le parole per suscitare emozioni e ricordi. In sottofondo c'è l'inesorabile scorrere del tempo che viene scandito dalla vita di Olive, e da una tristezza che non da tregua. E' struggente e malinconica la cornice che la Strout crea per noi, ed in questo contesto così dolente la vita narrata si muove velocemente, lasciando dietro di sé rimpianti e rimorsi, passioni bruciate troppo in fretta o mai sopite, smania di partire e desiderio di restare, fame d'amore, illusioni, malattia, morte. Non c'è spazio per la leggerezza, per la dolcezza, per la speranza: a volte si intravede, ma è come la luce di un faro che pulsa in lontanza, a spezzare il buio delle notti costiere. Un puntino di luce perso nel nulla.
Infine c'è lei, Olive Kitteridge. Sono sicura che la Strout ha voluto dipingerla così ordinaria perché doveva essere il più reale possibile, distante anni luce dalle solite protagoniste femminili dei romanzi. Forti, tenaci , indipendenti, affascinanti, colte, intelligenti. No. Olive è sciatta, ha parole sgradevoli per tutti, non le interessa riscattarsi dalla vita arida che conduce ma ci scivola sempre più in fondo. Non è un'eroina patinata, la nostra Olive. E' una perdente. E' antipatica, acida, pensa e fa cose cattive di cui poi non ha nessuna vergogna perché è convinta di essere sempre nel giusto. E' disturbante, invadente, emotivamente incapace di stabilire un rapporto equilibrato con la famiglia, detesta sua nuora perché l'accusa di averle portato via il figlio, strappandolo da quella vita che lei, la sua amorevole madre, aveva confezionato apposta per lui. Gli aveva creato un nido accogliente per quando sarebbe cresciuto, una casa vicino a lei e uno studio in cui avrebbe potuto esercitare la sua professione nella tranquillità domestica. Una vita sicura e protetta, in cui lei sarebbe stata naturalmente presente. Non ha mai capito che quel tipo di amore ha suscitato nel figlio sentimenti opposti, una personalità confusa e un desiderio di fuggire che lo ha fatto aggrappare al primo soffio di libertà. Per Olive sarà un dolore immenso da cui non guarirà mai, che continuerà a logorarla fino alla fine, che non capirà e che non le consentirà mai di perdonare. E' è alta e goffa Olive, è in sovrappeso, non sa vestirsi in modo adeguato, non è attraente e non si cura. Non le importa né di se stessa, né del prossimo. Dentro di lei ci sono tanti sentimenti contrastanti che fanno uscire fuori solo la sua parte peggiore. Quella migliore resta dentro il suo corpo sgraziato, al riparo da chi non potrebbe capire. Anche lei ha amato, e molto. Un tempo molto lontano, aveva arginato il suo brutto carattere per fare spazio a sentimenti sconosciuti e sbagliati. Soltanto suo marito Henri ha intravisto e capito quel che di buono c'era in lei, accettandola per quello che era. Anche se lui non fu mai il destinatario di quell'amore che rese Olive bella e felice, Henri l'amava ugualmente, e scelse sempre lei.
Olive è così umana, normale, così piena di difetti, così fragile e negativa che ho avuto voglia di prenderla a schiaffi per tutta la durata del romanzo. Eppure, questi sono anche gli stessi motivi per cui mi è piaciuta così tanto. Imperfetta, vera. Olive è la parte più segreta e sbagliata di ogni donna: quella che volutamente ignoriamo per sentirci persone migliori.

Titolo: Olive Kitterdige
Autore: Elizabeth Strout
Casa Editrice: Fazi
Pagine:  383
Traduttore: Castoldi S.

4 commenti:

  1. Che belle queste tue parole, così sentite, così piene di riflessione. Il romanzo non l'ho letto, ho visto il serial tv (che mi è piaciuto tanto), ma so che incontrerò Olive anche tra le pagine del libro. La bella letteratura americana contemporanea è spesso così: dolente, di poche parole, crudelmente vera, come la descrivi. Bisogna trovare il momento giusto per goderne le mille sfaccettature nascoste tra le righe.
    ciao. Tessa

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    1. E' sicuramente un libro non facile, inadatto se si ha bisogno di leggerezza. Però bisogna proprio leggerlo perché la Strout è veramente bravissima, voglio leggere anche altri suoi lavori...Vorrei vedere la serie anche io, però non ho sky!! Speriamo passi sul digitale terrestre :-/

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  2. Anche io per adesso mi son concessa soltanto la miniserie (bravissima la McDormand)! Ne ho letto meraviglie, che confermi: lo leggerò *__*

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    1. L'unico appunto che mi sento di fare, anche se ho visto solo alcuni spezzoni della serie tv, è proprio la scelta dell'attrice che impersona Olive: lei è bravissima, però non corrisponde alla descrizione che ne fa la Strout nel libro...

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