venerdì 9 settembre 2016

Explicit: Il Processo, di Franz Kafka


"Poi uno dei due si sbottonò la giacca, e da un fodero appeso a una cintura stretta sopra il panciotto estrasse un coltellaccio lungo, sottile, a due tagli; lo sollevò e ne verificò l’affilatura alla luce. Qui ricominciarono le loro disgustose cerimonie, uno porgeva il coltello all'altro al di sopra della testa di K., l'altro glielo dava indietro allo stesso modo. Adesso K. sapeva con precisione che sarebbe stato suo dovere impadronirsi del coltello, mentre passava da una mano all'altra sopra di lui, e trafiggersi lui stesso. Ma non lo fece, e invece si guardò intorno, torcendo il collo che ancora aveva libero. Dare piena prova di sé non gli era concesso, non poteva sottrarre alle autorità tutto il lavoro: la responsabilità di questo fallimento estremo cadeva su colui che gli aveva negato quanto gli restava della forza necessaria. Gli cadde l'occhio sull'ultimo piano della casa prossima alla cava. Come una luce che s’accenda a un tratto, si spalancarono i battenti di una delle finestre, e un uomo, scialbo e minuto per la distanza e l'altezza, si sporse fuori di slancio, tendendo le braccia ancora più fuori. Chi era? Un amico? Un buono? Un partecipe? Uno che lo voleva aiutare? Ce n'era uno solo? O lo volevano tutti? Un aiuto era ancora possibile? C'erano eccezioni, non sollevate per negligenza? Ce n’erano di certo. La logica è ferrea sí, ma non resiste a un uomo che vuol vivere. Dov’era il giudice, che lui non aveva mai visto? Dov’era l’Alta Corte, davanti a cui non era mai giunto? Levò le mani allargando le dita.
Ma sulla gola di K. si posarono le mai di uno dei due signori, mentre l’altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore rigirandolo due volte. Con occhi ormai spenti K. vide ancora come i signori, guancia a guancia davanti al suo volto, spiavano l’atto risolutivo. – Come un cane! – disse, e fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere."

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