mercoledì 21 dicembre 2016

Recensione: l'Isola di Arturo, di Elsa Morante - Edizioni Einaudi


Il mese scorso sono stata a Procida. E, forse, non sono più veramente tornata.
Se i libri hanno un potere, è senza dubbio quello di saperci trasportare in pochi minuti in un'altra realtà, compiendo un viaggio sensoriale che nulla ha da invidiare a quello fisico. Il potere evocativo delle parole può essere talmente forte da annientare distanze ed avvicinare tra loro epoche lontane: l'unico gesto richiesto è quello di accomodarsi placidamente nell'angolo più tranquillo della casa, prendere in mano il libro, e lasciarsi trasportare da chi sa compiere tali prodigi.
Quando capita di imbattermi nella lettura di un libro tanto amato, e così importante per la letteratura del nostro Paese, trovo sempre difficile recensirlo.Cosa si può dire, ancora, che non è già stato detto? Che considerazioni posso aggiungere su Elsa Morante io, che fino ad oggi non avevo mai letto nulla di suo? Il mio problema è che mi sono sempre approcciata alla lettura da sola, "auto-stimolandomi" fin da bambina con scelte dettate per lo più dal caso, o seguendo il mio istinto. Ho sempre avuto in me il desiderio di approfondire quello che imparavo, ma purtroppo non ho mai avuto  nessuna guida che mi insegnasse la letteratura. L'ho scoperta tardi, ed è questo il mio grande rammarico. Così mi sono ritrovata, ormai adulta, con quelle che io giudico "gravi lacune letterarie". Elsa Morante è stata una di queste, un desiderio di conoscenza che ho ritardato ad assecondare perché pensavo di non essere in grado di comprenderla, perché pensavo fosse impegnativa e stancante, ma soprattutto perché... "cosa voglio assimilare ormai, a quarant'anni?" Ecco, questo è il mio pensiero sabotante, quello che a cui non dovrei mai dare ascolto! Perché non è mai troppo tardi, e dopo aver richiuso questo magnifico romanzo l'ho capito una volta di più. Quindi, se come me non avete mai letto "l'isola di Arturo", se fino a ieri anche per voi Elsa Morante era un nome troppo altisonante ed un'autrice per professoroni in pensione, scrollatevi di dosso queste idee malsane e prendete in mano il libro, perché vale molto più di qualsiasi produzione contemporanea, di qualsiasi storia appena sfornata, di qualsiasi autore sulla cresta dell'onda. Abbandonatevi alle sue parole, e volate verso Procida.
Il romanzo è ambientato tra il 1935 e il 1940, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Arturo Gerace è un bambino che ha vissuto tutta la sua vita sull'isola di Procida, la quale rappresenta il suo intero universo, affettivo e geografico. Cresce allevato da un uomo che gli fa da balia, perché la madre muore dandolo alla luce ed il padre Whillelm è sempre lontano da Procida. Suo padre, così come il resto del mondo che conosce solo attraverso i libri, assumono per lui una dimensione  leggendaria, che travalica la realtà per confodersi con la sua fantasia di bambino. Durante la bella stagione, che a Procida dura da aprile a settembre, passa il tempo a fare lunghi bagni, escursioni in mare con la sua barca, o a giocare in spiaggia con il suo cane Immacolatella. Quando l'autunno comincia ad abbracciare l'isola, anticipando ogni giorno l'ora del tramonto, Arturo si chiude nella "Casa dei Guaglioni" a leggere le storie dei Condottieri e a tracciare sull'atlante la linea immaginaria dei suoi viaggi. Quelli che, una volta cresciuto, intraprenderà certamente con il padre. Per lui Wilhelm  è una specie di eroe, un marinaio avventuroso, un vero viaggiatore e cittadino del mondo: così giustifica in cuor suo le lunghe assenze del genitore, cercando nell'immaginazione quell'amore che non c'è mai stato, quell'assenza di carezze e di gesti d'affetto che per un bambino sono la vita stessa. La Morante non insiste mai sull'infanzia avara del bambino, ma anzi amplifica il sentimento di amore filiale di Arturo nei confronti di suo padre.  Le lunghe attese del ragazzo sulla spiaggia di Procida sono sempre descritte con emozione e gioia, perchè Arturo sepeva sempre in cuor suo quando il vaporetto sarebbe arrivato da Napoli con il suo prezioso carico. Era per lui il giorno più bello, a cui sarebbero seguiti molti altri, fino alla nuova partenza di Wilhelm. Nonostante l'infanzia vissuta senza obblighi e senza regole, spensierata e giocosa,  Arturo  porta inevitabilmente  dentro di sè un grande vuoto: la malinconia di un bambino che non sa dare un nome alla sua fame d'amore.
Gli incantesimi si sa, non durano per sempre. E anche l'incanto di Procida, che protegge l'infanzia di Arturo come una boccia di cristallo, si spezza un giorno come tanti. Un bagaglio nuovo di sentimenti contrastanti ed emozioni sconosciute fanno breccia nel cuore del ragazzo che, ancora una volta, non sa dare un nome a ciò che prova. Di ritorno da uno dei suoi viaggi,  Wilhelm  porta con sè a Procida una ragazza giovanissima, Nunziata, la sua nuova moglie. Arturo non ha mai conosciuto nessuna donna, nemmeno la propria madre, e all'inizio questo incontro lo disorienta. Il suo animo infantile la disprezza, ritenendola un essere inferiore, perché ha la convinzione che tutte le  femmine, nessuna esclusa, siano brutte e stupide. Ma soprattutto, Nunziata non è degna di prendere il posto di sua madre. Arturo è geloso delle attenzioni che il padre riserva alla sposa, ma non comprende  la vera natura sua rabbia; ed è così che alza un muro contro la ragazza, fatto di silenzi e di fughe. Durante le lunghe assenze di Wilhelm  da Procida Arturo e Nunziata sono costretti ad una convivenza difficile, perché mentre Nunziata cerca di instaurare un rapporto con il ragazzo, ottemperando ai suoi doveri di matrigna, lui non le rivolge la parola e la evita, addirittura non la chiama mai nemmeno per nome. Arturo è incosapevolmente  attratto dalla giovane donna:  il rancore, il rifiuto e il disprezzo che le riserva non sono altro che i confusi germogli di un sentimento che piano piano si fa spazio dentro di lui.
Da questo momento in avanti, gli avvenimenti si susseguono rapidi e la malìa di Procida sembra aver allentato momentaneamente la presa su Arturo. Non corre più spensierato con Immacolatella per le vie del borgo e poi giù fino alla spiaggia, pensando alle storie dei grandi Condottieri; nemmeno si illude più di compiere viaggi da grande espolaratore intorno al mondo. I suoi tormenti sono ora reali, non immaginari, e non deve cercarli lontano da Procida perché sono proprio lì, nella grande casa che abita da quando è nato. Arturo sta crescendo, sta diventando un uomo, sperimenta la gioia e il turbamento dell'amore e del sesso, che troverà in un'intraprednente amica di Nunzia. Anche gli altri protagonisti vivono profondi sconvolgimenti, sembra che nulla sia più uguale a prima, per nessuno. Nunziata subisce come una disgrazia i  sentimenti che si accorge di provare nei confronti del figliastro, dilaniata dal senso di colpa e dal  peccato. Riversa tutto il suo amore sul figlioletto Carmine, nato l'anno prima, ormai consapevole di non avere mai avuto nulla all'infuori di questo: nè  Wilhelm, nè Arturo.
Wilhelm, tornato a Procida dopo un lunghissimo periodo di assenza, è ora sofferente e sfuggente, al punto che Arturo non lo riconosce più. Aspettava con ansia il suo ritorno perché era  sicuro che ora che si era fatto uomo il padre l'avrebbe portato con lui durante il suo prossimo viaggio. La soluzione al suo disagio stava tutta lì, nella concreta possibilità di partire, di scappare da Procida e da quello che ormai l'isola rappresentava. Abbandona anche la sua amante, per la quale non prova nulla, perché si sente rifiutato da tutti e disperatamente solo. La scoperta più amara di Arturo  non sarà però l'amore non ricambiato per Nunziata, ma riguarderà l'eroe della sua fanciullezza: suo padre. Sarà la ferita definitiva, quella che non guarirà e che gli farà prendere una decisione sofferta ma inevitabile. Le pagine in cui la Morante ci guida nel labirinto di sentimenti che prova Arturo in questo frangente sono a mio avviso tra le più belle non solo di tutto il romanzo, ma che abbia mai letto in generale. La scrittura  raggiunge livelli altissimi mentre l'isola di Procida sfuma nei suoi contorni, non può più essere solo un paesaggio, perchè si confonde e si completa con l'anima di Arturo; la delusione e la  sofferenza del ragazzo non trovano pace, ma in quel disicanto c'è una poesia di rara bellezza. Riusciamo a percepire l'intensità del suo il dolore, ma al tempo stesso non possiamo sottrarci al fascino di Procida, che continua ad abitare il cuore del giovane anche quando è spezzato dagli eventi. Indimenticabili le ultime righe, quando Arturo dice addio a suo modo all'isola, abitata dall'amore e dall'odio nella stessa misura, ma pur sempre parte di sè. L'isola è il simbolo della fanciullezza spensierata e dolce, in cui l'innocenza sembra eterna e la realtà è solo un'eco lontana che non ci sfiora mai. Quando la vita inevitabilmente irrompe con le sue dure leggi anche Procida assume un aspetto diverso, diventa desiderio di fuga, dispiacere, dolore. L'età adulta ci porta in dono la consapevolezza e la capacità di distinguere la realtà dalla fantasia, e rivela le menzogne che spesso ci costruiamo da soli, in un gioco infantile.Quasi sempre però è un boccone amaro, per Arturo come per chiunque di noi.

Titolo: L'Isola di Arturo
Autore: Elsa Morante
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: 226




7 commenti:

  1. Mi è piaciuta molto la tua recensione, ma adesso mi sento in colpa perché sono anni che questo libro in casa e non l'ho ancora letto. In effetti ci sono autori e storie che ogni lettore sente di "dover" leggere e la maggior parte delle mie lacune riguardano proprio autori italiani.

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    1. Ciao Beth, sapessi quanto tempo ho lasciato lì sullo scaffale questo libro a prendere polvere! Passiamo tanto tempo a leggere, spesso anche libri mediocri di autori sconosciuti,quando ci sono meraviglie come queste che aspettano solo di non essere dimenticati. Spero che ti deciderai a leggerlo, sono sicura che ti piacerà

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  2. Non si è mai troppo "grandi" per leggere un bel libro! Belle le tue parole, mi hai ricordato questo romanzo che nemmeno io ho letto, ma rimedierò!

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    1. Ciao Tessa! Chissà perché gli autori italiani del passato sono sempre in fondo alle nostre wish list...io credo che sia anche perché spesso sono testi che ci hanno obbligato a leggere nel periodo scolastico, e quindi immediatamente presi in antipatia. E invece ci sono autentiche meravglie da scoprire. Non vedo l'ora di sapere cosa ne pensi :-)

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  3. Non vedevo l'ora di leggere questa tua recensione*-* E, ovviamente, è molto bella!
    Sai che concordo su tutto, perchè io per prima ho amato - a dir poco - questo libro. Capisco il tuo discorso su come alcuni libri possano allontanare (ci sono un paio di autori che mi spaventano proprio - Joyce e Woolf, tanto per fare qualche nome), ma è anche bello rivalutarli e rendersi conto del loro valore e della loro bellezza.
    Nel caso non ci si sentisse più in questi giorni, tanti auguri:)

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    1. ciao Virginia, a natale non sono stata presente quindi gli auguri te li faccio ora, per un sereno 2017. Dovremmo imparare a fidarci dei libri, sempre e comunque...se ti consola io anche sono terrorizzata da Joyce, ma ho deciso che devo superare questo blocco. Che dici, ci leggiamo l'Ulisse questo 2017?

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  4. Ciao, ho letto L'isola di Arturo qualche anno fa d'estate. Abito in provincia di Napoli e dalla mia terrazza vedo l'isola di Procida e questa storia mi ha completamente catturata. Il sole forte e caldo del primo pomeriggio, la brezza marina e Arturo li porto ancora nel mio cuore.

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