lunedì 16 gennaio 2017

Recensione: Volevo solo andare a letto presto, di Chiara Moscardelli - Giunti Editore


Premetto che "Volevo solo andare a letto presto" è uno di quei romanzi che non rientrano nelle mie preferenze, ma ho partecipato ad un gioco e questo è quello che mi è capitato in sorte. Queste storie che ricalcano sempre e per sempre le orme dell'ormai mitica "Bridget Jones", senza però essere in grado di reggerne il peso nè tantomeno di distaccarsi quel minimo per conservare un po' di originalità, mi hanno stancata da...sì, praticamente da subito. Non ho nulla contro il genere, ma personalmente le trovo letture vuote, inconsistenti, che non riescono a strapparmi nemmeno un piccolo sorriso: una leggera increspatura delle labbra è tutto quello che ho ottenuto. Trovo che sia questo il difetto più grande del romanzo, quello di aver voluto a tutti i costi spingere troppo l'acceleratore sull'aspetto tragicomico della protagonista, con il risultato di creare un personaggio che è talmente improbabile nelle sue peripezie da risultare addirittura fastidioso. Purtroppo è così: dopo sole 30 pagine, non sopportavo già più Agata Trambusti. Ma chi è costei?
Agata è una 35 enne che lavora in una galleria d'arte nella Capitale, ed è una donna piena zeppa di frustrazioni, fisime, manie ed ansie di ogni tipo. E' ipocondriaca ad un livello da ricovero, si veste con tailleur incolori quanto lei e non va dal parrucchiere da mille anni, considerando che la sua unica pettinatura consiste in uno chignon da anziana gattara. Porta gli occhiali, è formosa, pratica un'arte marziale dal nome impronunciabile ed ama le telenovelas sudamericane, in compagnia delle quali passa interi week end. Tutto questo potrebbe bastare come bagaglio di sfiga da gettare addosso ad un personaggio romanzesco, ma invece no! La nostra autrice insiste, ed è così che scopriamo quale  rocambolesca combinazione di eventi ha portato Agata  ad essere quello che è, ovvero una giovane sociopatica intrappolata nel suo guscio di certezze, che erge barricate contro il mondo pur di non correre il rischio di vivere la sua vita.
La madre di Agata è un'ex sessantottina sostenitrice del libero amore, che fuma spinelli, fa sesso molto più di lei e si occupa di crisalloterapia. Agata è stata cresciuta come una figlia dei fiori, ragion per cui in casa sua giravano spesso uomini e donne completamente nudi, da piccola non ha mai visto i cartoni animati perché in casa sua la televisone era vietata, e cose così. Dal momento che la madre Rosa riteneva diseducativa la televisione, leggeva alla bambina i suoi libri: per farla addormentare si rivelava efficacissimo, ad esempio, leggerle una pagina de Il Deserto dei Tartari. Niente Jane Austen o Charlotte Bronte, perché le protagoniste erano giudicate da Rosa svenevoli imbecilli interessate solo a trovare marito. (ma porca miseria Signora Moscardelli: io una cosa così non posso proprio leggerla, nemmeno se serve a farmi capire quanto sia idiota la madre di Agata). Essendo una vera sessantonttina, fedele al suo credo nonostante i figli dei fiori ormai siano diventati nonni come tutti gli altri, ha cresciuto la figlia senza padre, perchè per l'appunto non si sa chi egli sia. O meglio, Agata non l'ha mai saputo, e questo è uno dei tanti nodi che non riesce a sciogliere, e che la condanna ad essere così severamente inchiodata al suo piccolo mondo, incapace di stabilire una relazione duratura con un uomo. La nostra eroina infatti non si fida di nessun abitante del Pianeta Maschio, o meglio, è terrorizzata dall'amore: è un sentimento che implica un sincero abbandono all'altro, ma lei non sa vivere senza avere un totale controllo su qualunque cosa la riguardi. E quindi niente, per lei l'amore esiste solo sottoforma di telenovela. I suoi amici del cuore, tuttavia, le vogliono bene per come è, e solo per questo a parer mio meriterebbero un nobel. Anche gli amici ovviamente sono tutti sopra le righe, che tanto qui normale non c'è nessuno, ma confronto ad Agata paiono tutti noiosissimi ragionieri in doppio petto. Tutta questa allegra brigata da vita ad una sit com fatta di accadimenti assurdi che si susseguono uno dopo l'altro alla velocità della luce, tanto da far venire il mal di testa. Avete presente quei telefilm comici di una volta, quando per enfatizzare una gag partiva in sottofondo un coro di risate registrate? Ecco, più o meno l'autrice fa la stessa cosa: per far ridere il lettore, butta la sua protagonista in mezzo all'impossibile, per poi far partire le risate finte. Perchè quelle reali sono proprio un'altra cosa.
Ma veniamo al dunque. Quali sono queste fantomatiche avventure in cui la nostra autrice getta senza pietà Agata Trambusti, come se fosse un calzino spaiato dentro l'oblò di una lavatrice?
E' un giorno di lavoro come tanti per la nostra eroina: sta per far visita ad un ricco collezionista, le cui opere verranno esposte nella galleria d'arte per cui lavora. Il tempo di un tacco rotto e di un acquazzone improvviso e  l'innoquo sopralluogo si trasforma nell'ultimo episodio di "Er Monnezza":  pedinamenti, inseguimenti, crisi isteriche a ripetizione, tentativi di rapimento, notti in ospedale e in prigione, fughe in mutande nel bel mezzo di Barcellona, frequentazioni di locali ambigui, incontri ravvicinati con la malavita  di Tor Pignattara...ed infine, l'amore! La ciliegina sulla torta. Volevamo farcela mancare? Come nelle migliori telenovelas sudamericane, Agata perde la testa per un uomo gentile ed affascinante ma dal passato ambiguo - Sono un pirata, sono un signore - che l'aiuterà a sciogliere tutti i suoi nodi, facendola soffrire e gioire come una quindicenne alle prese con la prima cotta. Insomma, fino alla fine ci troviamo dentro ad un calderone di situazioni incredibili, talmente inverosimili e ridicole  che la mia antipatia verso questo romanzo è peggiorata, ahimè, pagina dopo pagina. Nessuna risata, nemmeno mezza. L'irritazione e la voglia di prendere a schiaffoni Agata Trambusti e tutta la sua compagnia invece è  continuata a salire vorticosamente, raggiuggendo livelli altissimi, come poche altre volte mi è capitato. In altre circostanze avrei abbandonato il libro senza indugio, perché odio perdere tempo con libri che non mi piacciono quando ce ne sono tanti altri che mi attendono nella mia libreria. Ma sono nel bel mezzo di un gioco, quindi mi sono sforzata di andare avanti. Ed ho cercato, per quanto possibile, di prendere il buono che poteva esserci in una lettura così, sforzandomi di andare oltre le mie personali antipatie e le ridicolaggini di Agata. E l'ho trovato, anche se debole  come la luce di un lumino. Alla fine, nessun libro è una perdita di tempo, di questo mi devo sempre ricordare. Verso la sua conclusione, Agata e tutti gli altri sembrano ritrovare una dimensione più vera, più umana, più simile a quella che è la vita di tutti noi. Abbassando i toni, l'autrice ha fatto emergere un personaggio più credibile, verso il quale si poteva anche  entrare in sintonia, volendo. Ho provato un piccolo moto di tenerezza verso di lei quando si lascia finalmente andare, abbassando le sue difese e gettandosi finalmente in quel gran casino che è la vita. Mi ha ricordato di quanto sia diffiicile e doloroso compiere questo passo, ma anche bello da morire. E liberatorio, come se si respirasse per la prima volta dopo un'apnea infinita. Come Agata, anche io ero una donna irrisolta. Ed anche io ho aspettato  35 anni per liberarmi delle mie catene invisibili. Ma questa è un'altra storia, e non appartiene alla Moscardelli. Nonostante tutti gli sforzi che ho fatto il libro si è rivelato comunque una delusione, ed Agata Trambusti è e rimarrà  uno dei peggiori personaggi femminili che abbia mai avuto modo di incontrare leggendo.
Sarebbe stato un romanzo gradevole se l'autrice avesse cercato di mantenere tutto su un livello accettabile di ironia, senza strafare. Sarebbe stato piacevole e divertente accompagnare Agata durante il suo percorso, e probabilmente mi sarei emozionata un po' guardandola mentre  spiccava il grande salto nel vuoto, con le sue nuove ali. Mi sarebbe piaciuto ammirarla mentre volava lontano, ma proprio tanto lontano, dal Pirata/Signore. Orgogliosa, forte e volitiva come una donna vera.
Come direbbe il grande archistar Van der Rohe: Less is More!

Titolo: Volevo solo andare a letto presto
Autore: Chiara Moscardelli
Casa Editrice: Giunti
Pagine: 272
Anno di pubblicazione: 2016

4 commenti:

  1. Volevo leggerlo, ma non ne sono più sicura. Alcune cose che scrivi, le avevo intuite dalla sinossi. Ho deciso! Leggo trenta pagine e poi appena mi annoia lo mollo...in caso contrario proseguo. Per fortuna me lo hanno prestato e posso solo perderci un po' di tempo (per quanto anche il tempo sia molto prezioso).
    Buona notte da Lea

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    1. Ciao Lea, coi libri non si può mai dire, magari tu riesci a trovare una certa sintonia con Agata...se dovesse succedere questo, allora sono sicura che ti divertirai leggendo. Ad onor del vero le recensioni negative sono in minoranza per cui...tentar non nuoce! Buttati!

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  2. ihihih aspettavo questo tuo commento!

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    1. Un commento lunghino ma...non riuscivo a contenermi, quando i libri non mi piacciono sono ancora più motivata a scrivere, forse perché è un atto liberatorio e divertente :-)

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