martedì 28 febbraio 2017

Incipit: il porto delle nebbie, di Georges Simenon



"Quando avevano lasciato Parigi, verso le tre del pomeriggio, la folla brulicava ancora sotto un pallido sole annuale. Poi, verso Mantes, si erano accese le lampade dello scompartimento. A Evreux, fuori era tutto buio. E adesso, attraverso i finestrini lungo i quali scivolavano gocce di vapore, si vedeva uan fitta nebbia che circondava di un alone lattiginoso le luci della strada ferrata.
Sprofondato in un angolo, con la nuca appoggiata al bordo del sedile e gli occhi socchiusi, Maigret osservava meccanicamente i due personaggi che aveva di fronte, così diversi l'uno dall'altro.
Il capitano Joris dormiva, con la parrucca di traverso sull'ormai celebre cranio e il vestito spiegazzato.
Julie, con le mani sulla borsetta di finto coccodrillo, fissava un punto indefinito dello spazio, cercando di mantenere, nonostante la stanchezza, un atteggiamento posato."

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domenica 26 febbraio 2017

Coffee Break




Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda: dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hotel des Etrangers di Gausse e Cannes, otto chilometri più in là.
                                                                     ***

Erano ancora nella fase più felice dell'amore. Erano pieni di illusioni coraggiose nei riguardi l'uno dell'altra, illusioni tremende, per le quali la comunione dell'io con l'io pareva su un piano in cui nessun'altra relazione importava. Pareva a entrambi di esservi arrivati con una innocenza straordinaria, come se una serie di puri casi li avesse spinti ad unirsi, tanti casi che alla fine erano costretti a concludere di esser fatti l'uno per l'altra.

                                                                      ***

Pareva fosse necessario prendere tutto o niente; era come se fosse condannato a portare con sé per il resto della vita l'io di certa gente, appena incontrata e subito amata, ed essere completo soltanto quanto lo erano loro. C'entrava qualche elemento di solitudine: così facile essere amati, così difficile amare.


Sfogliando "Tenera è la notte", di Francis Scott Fitzgerald

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sabato 25 febbraio 2017

Recensione: Il Porto delle nebbie, di Georges Simenon - Edizioni gli Adelphi



Il protagonista di questo romanzo non è Maigret, e nemmeno l'assassino a cui sta dando la caccia. Il vero protagonista di questo giallo è la piccola cittadina portuale di Ouistreham, nella bassa Normandia, imprigionata da una nebbia sottile che non molla mai la presa. Il romanzo è interamente ambientato in un'atmosfera che, riprendendo le parole di Simenon, non si può definire sinistra perché "è un'altra cosa, una vaga inquietudine, un'angoscia, un'oppressione, la sensazione di un mondo sconosciuto al quale si è estranei, e che continua a vivere di vita propria intorno a noi". Se dovessi definire in una frase sola la nebbia non avrei saputo trovare parole più adatte di quelle che ha usato Simenon, un autore che amo moltissimo e che non smette mai di sorprendermi. Il suo stile è perfetto: essenziale ed intenso, non si perde mai in inutili descrizioni nemmeno quando deve aiutarci a sbrogliare  ingarbugliate matasse fatte  di assassini, lupi di mare e antiche vendette mai portate a termine. Ouistreham è un susseguirsi di tipiche abitazioni marinare, perennemente avvolte dalla penombra e dall'aria elettrica che precede la tempesta, la cui vita segue il ritmo dei lavori portuali. Alle prime luci dell'alba le attività del porto sono già in pieno fermento: canali, chiuse, chiatte a motore, pescatori e marinai pronti a salpare animano la banchina fino a sera, quando la nebbia arriva a posare il suo velo di inquietudine sull'operosa borgata. A quell'ora è la bettola del paese ad animarsi, la "Buvette de la Marine". Dal tramonto fine a notte inoltrata il fumoso locale, l'unico luogo di ritrovo del paese, si trasforma in un teatro in cui ognuno ha una storia da raccontare. Stivali di gomma entrano scalpicciando, berretti da marinaio vengono appoggiati su tavoli pieni di tacche, mentre l'acquavite ritempra dalle fatiche del giorno o di mesi interi. La suggestione esercitata dalla penna di Simenon su noi lettori è tale che  ci si scorda di tutto il resto: è facile dimenticare come in quel luogo che pare uscito da un quadro di Monet si nasconda in realtà una storia torbida, in cui tutti sembrano mentire e nascondere qualcosa. In effetti è proprio così: nessuno di loro dice la verità, perché hanno tutti paura che la polizia possa interferire con le loro miserie ed i loro segreti. Per la prima volta Maigret si trova osteggiato nella sua ricerca da un intero paese, proprio perché appartenente ad un'altra realtà. Un poliziotto parigino probabilmente non avrebbe mai saputo capire cosa significhi realmente essere un marinaio di Ouistreham: in quel porto sperduto della Normandia, in cui tutti si conoscono ed in cui la vita di mare detta le sue regole,  il rispetto e la dedizione nei confronti del proprio equipaggio sono una questione di vita o di morte. L'aspetto psicologico dei protagonisti ha come sempre una grande importanza ed anche questa volta costituisce l'elemento cardine su cui si basa tutta la vicenda. L'animo umano, con le sue molteplici sfaccettature e contraddizioni, è l'indizio che il nostro commissario non si dimentica mai di esaminare. Per Maigret il metodo razionale è secondario: è l'empatia che prova nei confronti delle persone a rappresentare quasi sempre la chiave di volta per la risoluzione del mistero.
E' un caso poliziesco anomalo per Maigret sotto tanti aspetti,  non solo per il fatto che il commissario viene messo letteralmente "nel sacco" da un'intera comunità. La scoperta della verità arriva nelle ultime dieci pagine, ed è sorprendente perché Simenon non ha fatto altro che depistarci per tutta la durata del racconto: ci ha fatto smarrire nella nebbia, ci ha fatto spiare attraverso le finestre delle case, ci ha accompagnato a bere un boccale di birra a "La Buvette" senza concederci mai la possibilità di nutrire concreti sospetti. E' strano inoltre leggere un episodio in cui la moglie non fa nessuna incursione, neppur minima, ed è ancora più raro non imbattersi in nessuna descrizione di Parigi. La vita parigina raccontata da Simenon mentre sposta Maigret da un capo all'altro della città è qualcosa di sublime, e dà ai suoi gialli quel tocco in più che li rende così speciali.
Ci ritroviamo quindi tra le mani un romanzo particolare, orfano di molti tratti caratteristici di Maigret ma ricco di fascinazioni e malìa. Un'atmosfera cupa ed opprimente, - a tratti quasi onirica - che Simenon riesce a trasporre in maniera magistrale sulla carta, un mistero fitto come la nebbia del porto di Ouistreham, antichi dissapori e questioni di "famiglia" mai risolte  che si celano tra la foschia e la bruma di una notte senza fine: divertimento e delizia allo stato puro.

Titolo: Il porto delle nebbie
Autore: Georges Simenon
Casa Editrice: Gli Adelphi
Traduttore: F. Ascari
Pagine: 182

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venerdì 24 febbraio 2017

Explicit: Memorie del sottosuolo



"...Noi sentiamo perfino il peso di essere uomini: uomini con un autentico e nostro corpo e sangue; ce ne vergognamo, lo consideriamo come un disonore e cerchiamo di essere non so che immaginari uomini universali. Siamo dei nati-morti, ed è già un pezzo che non nasciamo più neppure da padri vivi, e questo ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il mezzo di nascere in qualche modo da un'idea. Ma basta; non voglio più scrivere dal "sottosuolo"...

Del resto, le Memorie di questo paradossista non finiscono ancora qui. Egli non ha resistito e ha seguitato. Ma anche a noi sembra che qui ci si possa fermare."

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lunedì 20 febbraio 2017

Incipit: Memorie del sottosuolo, di Fedor Dostoevskij


"Sono un uomo malato...Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato. Del resto, non me ne intendo un'acca della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male. Non mi curo e non mi sono curato mai, sebbene la medicina e i dottori li rispetti. Inoltre, sono anche superstizioso all'estremo; beh, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono sufficientemente istruito per non essere superstizioso, ma sono superstizioso.) Nossignori, non mi voglio curare per la malignità. Voi altri questo, di sicuro, non lo vorrete capire. Ebbene, io lo capisco. S'intende che non saprei spiegarvi a chi precisamente io faccia dispetto in questo caso con la mia malignità; so benissimo che anche ai dottori non posso in nessuna maniera "fargliela" col non curarmi da loro; so meglio di ogni altro che con tutto questo danneggio unicamente e solo me stesso e nessun altro. Ma tuttavia, se non mi curo, non è per malignità! Se mi fa male il fegato, ebbene, mi faccia pure ancora più male!"

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sabato 18 febbraio 2017

Recensione: Memorie del sottosuolo, di Fedor Dostoevskij - Edizioni Oscar Mondadori



Chi è l'uomo del sottosuolo?Dostoevskij compone questo libro di poche pagine all'età di 43 anni, dopo un lungo periodo di prigionia, nel pieno della sua maturità di uomo e di scrittore. E' il romanzo perfetto per chi vuole iniziare ad avvicinarsi a questo gigante delle letteratura di tutti i tempi, perché qui troviamo abbozzate le tematiche essenziali dell'autore, che porterà poi a compimento nel suo capolavoro "Delitto e Castigo". Il romanzo si apre con un lungo monologo del protagonista, un uomo di circa quarantanni che si definisce malato, con tutta l'intenzione di soffrire sempre di più, evitando medici e cure. E' convinto infatti che ogni uomo dovrebbe essere libero di scegliere come vivere, non vuole accettare una società precostituita, senza che la volontà possa decidere il proprio destino. E' un attacco al positivismo ed un inno a libero arbitrio, capisaldi del suo pensiero. Per comprendere appieno il pensiero che l'autore esprime attraverso il suo protagonista ho dovuto approfondire la mia conoscenza del Positivismo, un movimento filosofico e culturale di cui sapevo in effetti pochissimo.
Dostoevskij, durante questa lunga riflessione ci mette di fronte ad un ragionamento complesso, che più volte mi ha fatta tornare indietro con la lettura, poiché non ero certa di aver compreso i concetti esposti, positivismo a parte. Il protagonista è torturato da pensieri contraddittori, che non fanno altro che alterare il suo stato d'animo: si definisce un uomo non d'azione bensì riflessivo, non particolarmente intelligente ma nemmeno  stupido al punto da compiere come tutti gli altri azioni inconsapevoli. E' un ex dipendente del Ministero e confessa al lettore di avere un animo maligno, e di aver sempre sfruttato quel piccolo potere derivante dal suo lavoro per sottomettere il prossimo. Terminata la metà del romanzo abbiamo chiaro chi è l'uomo del sottosuolo: un essere meschino che combatte contro la società in cui vive, che non è in grado di instaurare legami con il prossimo perché lo disprezza e al tempo stesso lo invidia. Mentre questa lotta estenuante gli riduce l'anima a brandelli egli si rintana ancora di più nel suo angolo di mondo: recluso, fuggevole e riottoso come un topo, scende sempre di più nel sottosuolo, nella sua tana solitaria, dove non arriva nessuna ambizione, nessun anelito di vita, nessun desiderio di felicità. Tanto più sprofonda nel fango della sua esistenza, tanto più il piacere che prova nell'autodistruggersi e nell'infliggere sofferenza al prossimo aumenta fino a raggiungere l'apice proprio quando noi lo incontriamo,  perso nelle sue farneticazioni e nella sua lucida follia. L'uomo del sottosuolo è un anti eroe,  probabilmente è l'anti eroe per eccellenza. Dostoevskij non ha remore nel descrivere la bassezza d'animo del suo protagonista, anzi, tenta di eviscerare ogni suo pensiero e lo fa con geniale maestria. Mentre nella prima parte l'autore si dedica a dissertazioni filosofiche impegnative che non permettono al lettore di distrarsi nemmeno di una virgola, nella seconda parte ci racconta la vita del protagonista, soffermandosi in particolare su alcuni episodi accaduti sedici anni prima. Questi accadimenti sono assai significativi e ci consentono la definitiva comprensione di quanto è stato filosofeggiato nella prima parte del romanzo. I sentimenti maligni e il desiderio di rivalsa sul più debole sono palesati e dimostrati nelle azioni compiute dal giovane quando ancora non era un abitante del sottosuolo, ma qualcosa di indefinito stava già ribollendo dentro di sè. All'epoca dei fatti era ancora un impiegato e conduceva una vita povera e solitaria. Si vergognava tremendamente della sua condizione ed invidiava chi poteva permettersi un'esistenza diversa. Nonostante questi sentimenti malsani  conservava comunque il desiderio di migliorare, di uscire dal suo guscio solitario e di provare ad instaurare relazioni sociali. Decide così una sera di unirsi ad un gruppo di ex compagni di scuola, auto invitandosi ad una festa che però finisce in malora. Rimasto solo ed ubriaco in un postribolo riversa tutto il suo livore, la sua rabbia e la sua frustrazione su Liza, una prostituta alle prime armi. La tormenta, la fa soffrire, la illude facendole credere ha tutte le intenzioni di aiutarla per poi, ancora una volta, umiliarla definitivamente. Sarà questo l'atto finale della sua breve vita nel mondo, perché da quella notte in cui la neve bagnata l'ha inghiottito non uscirà mai più.
Sbavante di rabbia, con le mani che tremano ed il tormento nel cuore, sempre con gli occhi rivolti a terra ed il capo chino: è questo l'uomo del sottosuolo. Emblematica una delle frasi finali del libro:
"..adesso, ormai per mio conto, pongo una domanda oziosa: che cosa è meglio, una felicità a buon mercato o delle sofferenze sublimi? Ebbene, che cosa è meglio?"
Un libro dalla forza espressiva unica, suggestivo e magnetico, che ci conduce negli abissi dell'animo umano. L'uomo è nudo di fronte da Dostoevskij, grande indagatore di quei sentimenti contraddittori che tormentano da sempre l'essere umano, capace di portare alla luce ciò che tutti gli altri tendono a nascondere: il lato oscuro, la vigliaccheria, la malvagità di pensiero.

Titolo: Memorie del sottosuolo
Autore: Fedor Dostoevskij
Edizioni: Oscar Mondandori
Pagine: 177


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mercoledì 15 febbraio 2017

Recensione: Immagina i corvi, di Luigi Sorrenti - Edizioni Koi Press


Ho immaginato.
Ho immaginato un piccolo paese della Puglia arroccato su Le Murge, dove il tempo pare essersi fermato. Ho rievocato nella mia mente quella lontana estate del 1986, teatro di questa storia tragica ma allo stesso tempo bellissima, ed ho rivisto una  ragazzina undicenne alle prese con l'insondabile mondo degli adulti. Il campionato mondiale di calcio che si svolgeva in Messico faceva da sottofondo alla pace di quei lontani pomeriggi di vacanza, oziose giornate in cui mio padre era a casa dal lavoro e la telecronaca di Bruno Pizzul era un'eco comune a tutto il vicinato. E' stato facile ed immediato compiere questo parallelismo, perché quegli anni me li ricordo bene. Ricordo tutto: "la mano de dios" di Maradona, l'Italia che perse il titolo conquistato in Spagna quattro anni prima lasciandoci delusi e polemici, e quel caldo torrido che aveva colpito anche la liguria. Più volte, scorrendo le pagine, mi è sembrato di leggere una parte della mia infanzia.
Questo è un romanzo d'esordio, edito da una casa edtrice minore e finito chissà come nel mio ereader. L'ho ripescato accidentalmente dopo qualche anno grazie da una "challenge" che sto portando avanti  insieme ad un gruppo di lettori qui sul web. Se non fosse stato per una semplice casualità  sarebbe sicuramente   rimasto ancora per diverso tempo a giacere tra gli ebook  che sistematicamente scarto ogni volta che sfoglio la mia libreria virtuale. E' antipatico da dire, ma come lettrice ho un certo numero di pregiudzi. O meglio, ho la mia "zona di comfort" e non mi piace mettere il naso fuori da lì. Nel corso degli anni mi sono costruita una specie roccaforte fatta di libri e  autori che corrispondono ai miei gusti, con quali vado sul sicuro. I libri che vorrei leggere sono talmente tanti che tutto il resto lo considero una perdita di tempo prezioso, ed io tempo non ne ho. Ma... c'è un però. Quando per un motivo o per l'altro decido di lanciarmi in qualche lettura per me anomala, e scopro che  mi piace, mi sento soddisfatta  e so di aver fatto una cosa buona. Perché i preconcetti non si dovrebbero mai avere, in nessun campo: dovremmo sempre essere desiderosi di sperimentare , specialmente quando si parla di libri. Ogni tanto avere un mattoncino di colore diverso nella nostra testa  può essere stimolante e appagante.
Leggere "Immagina i corvi" è stato proprio così per me: una lettura che non mi sarei mai aspettata, che mi ha coinvolta e tenuta col fiato sospeso fino alla fine. Si tratta di un thriller, o meglio, di un giallo. Preferisco definirlo "giallo" perché il thriller ha alcuni elelmenti imprescindibili che qui non ci sono, o meglio, non completamente. Il ritmo non è sempre serrato, la suspence a tratti si perde nelle pieghe della storia, i colpi di scena spesso sono preceduti da affermazioni dell'autore che inevitabilmente tolgono pathos e fanno calare la tensione narrativa. C'è però il delitto irrisolto, il mistero che aleggia intorno a fatti apparentemente inspiegabili, una matassa che pare aggrovigliarsi ad ogni pagina anzichè dipanarsi, fino ad arrivare alla verità. Una verità terribile e crudele, forse la più agghiacciante a cui ero mai stata messa di fronte in tanti anni di letture di genere. Il punto forte del romanzo è l'ambientazione, particolare e  suggestiva. Come spiegavo all'inizio l'autore riesce abilmente a catapultare il lettore  nell'estate  del 1986, in un piccolo paese dell'entroterra pugliese.  In quel microcosmo sperduto tra le montagne il tempo sembra essersi congelato, abbracciato da un'immobilità che mette i brividi. E' il periodo del primo governo socialista nella storia della repubblica italiana, con Bettino Craxi ai vertici ma  ormai dimissionario, mentre la politica internazionale è segnata dall'anti europeismo della Lady di Ferro, al secolo Margareth Thatcher. E' l'epoca della Milano da bere, degli yuppies, di nuovi ceti sociali che emergono grazie ad un diffuso benessere economico che viene ostentato senza freni. Ma la modernità che avanza non riesce a penetrare a Spinosa, dove gli abitanti continuano a vivere barricati dietro i loro pregiudizi e la società sembra impermeabile ai cambiamenti: il parroco, il sindaco, il medico, il farmacista, la zitella, l'immigrato, il barbone avinazzato, il matto del paese di cui tutti hanno paura. Questa è la stratificazione sociale di Spinosa, un equilibrio inalterato nei secoli che un giorno come tanti cade in mille pezzi, sotto i colpi della follia omicida. C'è una chiesa sconsacrata a Spinosa, dove da sessant'anni giacciono sepolti gli scomodi segreti  di alcuni anziani del posto, che allora erano appena adolescenti. Un patto antico, una promessa tra ragazzi che però aveva in sè un forza devastante.  Nessuno di loro ha mai più dimenticato, trasciandosi dietro quell'assurdo fardello fino a quando  ciò che sembrava sepolto per sempre si è risvegliato. Come l'avverarsi di una terribile profezia.
Anche i corvi sono tornati in paese, proprio come nel 1926, e gli abitanti di Spinosa sanno bene che il loro arrivo può significare solo una cosa: disgrazia, morte, orrore. 
Questo giallo/thriller ha i toni cupi di un romanzo gotico, e strizza l'occhio a diversi autori importanti della letteratura internazionale. Quando descrive il piccolo paese teatro degli atroci delitti mi è sembrato attingesse a piene mani da Stephen King, che è un vero maestro del genere (La piccola provincia americana è la sua scenografia preferita). Altri  richiami  sono poi evidenti quando l'autore fa entrare in scena il personaggio di Eugenio Corsi, un uomo con una forte menomazione psichica che da anni vive recluso insieme agli anziani genitori, incapace di avere un qualsiasi contatto sociale. E' la vittima sacrificale dell'ignoranza e della diffidenza dei compaesani, che non conoscono la sua malattia e per questo ne hanno paura. Le grida che dicono di sentire nel cuore della notte, urla agghiaccianti di disperazione e dolore, per gli abitanti di Spinosa, così timorati di Dio, hanno solo un significato:  è la voce di un mostro, una creautra del demonio, essere immondo capace di qualsiasi tipo di violenza. Eugenio Corsi non è altro che  la versione pugliese di Boo Ridley, il protagonista silenzioso de "Il buio oltre la Siepe" di Harper Lee. Meno riuscito forse, ma sempre efficace proprio  per il significato importante che la sua triste storia porta con sè. Infine il nostro bravo autore ha voluto omaggiare un classico della letteratura gialla di tutti i tempi, ovvero  il cosiddetto "enigma della camera chiusa": una locuzione con la quale si indica una specie di "sottogenere" di romanzo giallo in cui il delitto viene compiuto in una camera chiusa dall'interno, in una circostanza quindi  apparentemente impossibile. Il fulcro della vicenda non è la ricerca del colpevole, bensì scoprire come sia stato commesso il crimine in questione. Una roba assolutamente intrigante, trattata da geni quali  Edgar Allan Poe  (I delitti della Rue Morgue) e da John Dickson Care (le tre bare). Rispettivamente il capostipite e il maggior esponente di questo genere. Verrebbe da pensare quindi che  il nostro Luigi Sorrenti ha compiuto un certo numero di azzardi mettendo tutti questi riferimenti importanti in un romanzo d'esordio, ma tant'è. L'ha fatto e tutto sommato gli è riuscito piuttosto bene, perché il romanzo si legge senza riuscire a smettere, mi ha tenuta  inchiodata alle pagine e  una volta richiuso mi ha  lasciato quel sottile velo di angoscia che noi giallisti conosciamo bene. Quando succede questo, significa che il giallo funziona. Ha rispettato tutti i dogmi della letteratura di genere ed ha superato ampiamente la prova, almeno per quanto mi riguarda. 
Credo che l'autore sia originario dei posti narrati, perché descrivere con tale trasporto una terra arida e ingrata come  quella delle  Murgie Pugliesi di quegli anni è possibile solo se quei luoghi ce l'hai nel cuore. Doveva per forza esserci stato quando il progresso bussava alla porta dell'immaginaria Spinosa ma gli abitanti lo respingevano, forti delle loro tradizioni e delle loro superstizioni. Nelle ultime pagine si sente tutto l'amore e la nostalgia per questo paese, nonostante le terribili contraddizioni e l'arretratezza culturale in cui versava la maggiorparte della popolazione locale, così abilmente descritta nel romanzo. Ma l'ignoranza non è quasi mai una colpa, perché quella terra amara bisognava lavorarla e non c'era tempo da perdere con i libri.
Essendo un esordio è naturale che i difetti ci siano e che siano piuttosto evidenti. Ho trovato l'edizione poco curata, con diversi refusi, ed il fatto che la pubblicazione sia avvenuta tramite una casa editrice minore non giustifica tali mancanze. Minore non vuol dire peggiore. Inoltre non mi è piaciuto il finale, sicuramente non all'altezza di tutto il resto del romanzo: mi è parso frettoloso e raffazzonato, non mi ha soddisfatto per niente il confronto tra il commissario di polizia e il colpevole. Sbrigativo e superficiale, che lascia molti dubbi e tante domande senza una risposta esaustiva.
Non ho voglia però di dare troppo rilevanza a questi aspetti, perché tutto sommato non lo trovo giusto. Un esordio così non va deplorato a causa di un finale sottotono o di un editing poco curato, perchè gli elementi validi sono tanti e Luigi Sorrenti è un autore davvero in gamba, con un ottimo stile e che sa fare presa sui sentimenti umani. Una felice scoperta, una lettura appagante e completa: un'affermazione che non si può fare spesso quando si parla di gialli.

Titolo: Immagina i Corvi
Autore: Luigi Sorrenti
Pagine: 350
Formato: ebook
Casa Editrice: TRE60 - Koy Press


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lunedì 13 febbraio 2017

Incipit: Immagina i Corvi, di Luigi Sorrenti


Immagina.
Immagina di andare a trovare la nonna. La tua cara e dolce nonnina, quell'esserino dai soffici capelli bianchi e la pelle diafana, dal viso gentile solcato da tante piccole rughe. Quella seconda mamma che ti accudiva quando i tuoi genitori erano al lavoro, ti lavava e ti vestiva, ti faceva compagnia davanti alla TV o ti aiutava nei compiti di scuola, i cui baci e le carezze hanno accompagnato la tua infanzia.
Immagina di provare per lei un affetto incondizionato, di aver sofferto quando l'hai vista malata e indifesa combattere contro un cuore che pareva volersi fermare. E di aver provato una gioia senza pari il bel giorno in cui l'hai rivista in piedi. Affaticata, certo, ma in salute.
Immagina di arrivare davanti al grande portone in legno della sua abitazione e trovarlo inaspettatamente socchiuso. Di salire velocemente quei pochi scalini che conducono alla porta d'ingresso e fermarti sull'uscio. Immagina di trovare la casa immersa in un silenzio inquietante. E' tardo pomeriggio, il sole estivo filtra attraverso le persiane parzialmente chiuse.
Tuo nonno, lo sai, è al circolo degli anziani a giocare a canasta. Tuo nonno è un mago della canasta.
Tua nonna invece è in casa, ne avverti quasi la presenza, ne percepisci l'odore, così familiare, così appagante. Dovresti sentirla muoversi, ciabattare per casa, come al solito indaffarata nelle sue faccende domestiche. Drizzi le orecchie ma non odi nulla. Il silenzio è totale. Tetro, irrazionale.
Ingoi un fiotto di saliva che si era fermato in gola e quasi ti bloccava le parole. Finalmente riesci a parlare. La chiami, non hai alcuna risposta.
Il tuo cuore batte come un tamburo. Ci sono milioni di spiegazioni possibili, lo sai, ma sei sempre portato a pensare al peggio. La vedi già riversa a terra stroncata da un infarto.
Ti muovi, ti avvii lungo lo stretto corridoio che porta in cucina. Fra quelle mura sei cresciuto, hai passato i momenti più lieti della tua infanzia, ma in quel momento la casa ti sembra estranea, profondamente ostile. Hai paura. Vorresti fuggire, c'è qualcosa di sbagliato lì dentro. Una parola rimbomba nella tua mente, descrive l'atmosfera che stai respirando, provi a scacciarli perché ti terrorizza al solo pronunciarla: malsana.
E' malsana l'aria nella casa, è pesante, corrotta da qualcosa che trascende l'umana comprensione, che non appartiene al tuo mondo, che raggela e stordisce.
Ti fermi impaurito. Raccogli le ultime briciole di coraggio e provi a gridare ancora il suo nome.
Nessuna risposta.
Ricominci lentamente ad avanzare.
Il corridosio è terminato, davante a te una porta stranamente chiusa. Non l'avevi mai vista chiusa prima di allora. Ti sembra di udire un brontolio sommesso, quasi un lamento, e i tuoi peggiori timori sembrano aver trovato conferma. Abbassi la maniglia con una sensazione di panico che ormai ti ha attanagliato le viscere, fai per entrare ma ti blocchi sulla soglia.
L'hai vista. Hai visto tua nonna e non è a terra. Ma questo non ti rincuora.

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venerdì 10 febbraio 2017

Explicit: Chocolat, di Joanne Harris



"Altre cose le possiamo lasciare qui. L'Uomo Nero se ne è andato. La mia voce appare diversa ora, più coraggiosa, più forte. Ha una nota di sfida, perfino di allegria. Le mie paure se ne sono andate. Anche tu sei andata via, maman. Abbiamo una casa, degli amici. Il segnavento fuori dalla mia finestra gira e rigira. Prova a immaginare di sentirlo ogni settimana, ogni anno, ogni stagione. Immagina di guardare  fuori dalla tua finestra, una mattina d'inverno. La nuova voce dentro di me ride, e il suono è quasi come tornare a casa. La nuova vita dentro di me si gira piano, dolcemente. Anouk parla nel sonno, sillabe senza senso. Le sue piccole mani si stringono contro il mio braccio.
"Per favore". La sua voce è smorzata dal mio golf. "Maman, cantami una canzone". Apre gli occhi. La terra, vista da una grande altezza, ha la stessa sfumatura verde-azzurra.
"Okay"
Richiude di nuovo gli occhi, e io comincio a cantare puiano
V'là l'bon vent, v'là l'joli vent,
V'là l'bon vent, ma mie m'appelle....
Sperando che questa volta rimanga una ninna nanna. Che questa volta il vento non senta. Che questa volta...per piacere, solo questa...se ne vada senza di noi."

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lunedì 6 febbraio 2017

Incipit: La ladra di ricordi, di Barbara Bellomo




"Giacomo Nardi osservò dalla finestra la piazza medievale. Il paesaggio a lui familiare, con l'edificio dalle torri merlate sulla chiesa e il profilo del Duomo romanico di fronte, decompose la malinconia che lo tormentava da mesi.
Come ogni mattina, il professore era arrivato per primo. Stare a casa gli pesava e ormai era troppo tempo che non riusciva più a dormire.
Quando l'orologio della torre dell'università battè otto colpi lunghi, Nardi accese la macchinetta del caffè. Inserì la cialda e osservò il liquido nero scendere nel bicchierno di plastica. Dopo poco la bevanda fu pronta, ma lui la lasciò raffreddare. La voglia di caffè gli era già passata.
Tornò a guardare il panorama. Aprì la vetrata e si sporse leggermente oltre la balaustra. C'era qualcosa nel vuoto che si apriva sotto di lui che lo attirava. Si ritirò subito indietro, spaventato dal suo pensiero.
Fu allora che si accorse della ragazza che correva con un'ampia falcata al margine del querceto. La riconobbe per via dell'altezza e degli inconfondibili capelli rossi che ondeggiavano morbidi. Era Isabella De Clio, la giovane studiosa siciliana che lavorava nell'Istituto del collega, Vincenzo Micone.
Le gambe magre e lunghe, strette in un pantaloncino color ciliegia, e la canotta bianca che metteva in risalto la vita sottile rendevano il suo passo quasi sensuale."

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domenica 5 febbraio 2017

Coffee break


Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un'infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un'infanzia infelice irlandese è peggio di un'infanzia infelice qualunque, e un'infanzia infelice irlandese e cattolica è peggio ancora.

                                                                         ***

 Il maestro dice che è arrivato il momento di prepararsi alla prima confessione e alla prima comunione, di sapere e ricordarsi tutte le domande e le risposte del catechismo, di diventare un bravo cattolico, di conoscere la differenza tra giusto e sbagliato, di morire per la fede se richiesto.
Il maestro dice che è una cosa meravigliosa morire per la fede e Papà dice che è una cosa meravigliosa morire per l'Irlanda e allora io mi domando se al mondo c'è qualcuno che ci vorrebbe vivi. I miei fratelli sono morti e mia sorella pure, ma chissà se sono morti per la fede o per l'Irlanda. Papà dice che erano troppo piccoli per morire per qualcosa. Mamma dice che è stato per la fame e le malattie e perché lui non aveva mai un lavoro. Och, Angela, risponde Papà, poi si infila il berretto e esce a fare una lunga passeggiata.

                        
                                                                         ***

Dovete studiare e imparare per farvi un'opinione vostra sulla storia e su tutto, se la mente è vuota le opinioni uno non se le può fare. Riempitevi la mente, riempitevi la mente. La mente è il vostro tesoro e nessuno al mondo può ficcarci il naso. Se uno di voi vincesse la lotteria d'Irlanda e si comprasse una casa in cui servissero i mobili secondo voi ci metterebbe tutta robaccia? La mente è la vostra casa e se la riempite di robaccia sentita e vista al cinema la manderete in malora. Potete anche essere poveri e avere le scarpe rotte, ma la vostra mente sarà sempre un palazzo.

Sfogliando Le ceneri di Angela, di Frank McCourt
                                                                        


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venerdì 3 febbraio 2017

Recensione: Chocolat, di Joanne Harris - Edizioni Garzanti



Quando da un libro viene tratto un film, sono sempre sul "chi va là". Sono rari i casi in cui mi piacciono entrambi, e solitamente il libro è sempre meglio. Non è un luogo comune, ma un dato di fatto. Questo perchè i registi della storia siamo noi lettori, così come siamo  anche  gli sceneggiatori e i costumisti; ma, soprattutto, siamo noi a scegliere con cura gli attori principali. Questo ovviamente non accade nei film, dove siamo "costretti" ad adattarci all'immaginazione di chi ha già scelto per noi ogni singolo fotogramma. Ognuno di noi, in base alle sensazioni che prova leggendo, può dare  un volto ai protagonisti ed un aspetto particolare all'ambientazione, ed una cosa è certa: non ce ne sarà mai uno uguale all'altro. Quando vidi il film "Chocolat", con Juliette Binoche e Johnny Depp, mi innamorai del piccolo paesino francese di Lansquenet, in Provenza, e dell'incantevole Vianne Rocher. Ma il libro, come dicevo prima, è proprio un'altra cosa. Prima di tutto alcuni elementi fondamentali sono stati cambiati, ma è soprattutto la passione fugace tra Vianne e Roux ad essere stata completamente trasformata: ciò che nel libro è velato e marginale nel film diventa il perno su cui ruota buona parte della sceneggiatura. A ben guardare infatti la locandina del film rappresenta un'ammiccante Juliette Binoche che offre un cioccolatino all'affasciante Johnny Depp, con un chiaro intento seduttivo. L'immagine richiama ad una maliziosa  passione tra i due, ma Joanne Harris ha previsto ben altro per Vianne. Il cioccolato per l'autrice non rappresenta un afrodisiaco che lega i due amanti, ma diventa uno strumento importante, quasi divinatorio, attraverso il quale la giovane donna riesce a donare  istanti di gioia  alle persone. Vianne riesce a leggere l'infelicità nei cuori degli altri: la intuisce, la vede,  la sente su di sè e trova il rimedio adatto per lenire i dolori di ognuno. Perchè  il cioccolato  inebria i sensi e regala istanti perfetti.
Vianne e la figlioletta Anouk arrivano a Lansquenet un giorno di febbraio,  durante il carnevale. Il vento fa vorticare gli ultimi fiocchi di neve in un turbinio di profumi che sanno di festa, per poi posarsi lievi sui marciapiedi lungo le strade. E' martedì grasso, l'ultimo giorno prima della quaresima, periodo di rinunce di penitenza.Vianne sa che per lei la giornata assumerà un risvolto partocolare: quello che sta soffiando è un  vento diverso da ttuti gli altri, lo percepisce nitidamente annusando l'aria. E' un vento che conosce bene, perché lo insegue  da tutta la vita. Quando quel vento soffia, significa che per lei ed Anouk  è giunto il momento di affrontare un nuovo percorso. E' deciso: si fermeranno a Lansquenet. 
La vita nel piccolo paesino scorre placidamente, gli abitanti sono chiusi in una loro naturale ritrosia ed il capo spirituale della microscopica comunità, un giovane curato bigotto e ottuso,  identifica immediatamente Vianne come una figura negativa e pericolosa per l'equilibrio spirituale dei suoi parrocchiani. Francis Raynaud è attratto dall'indiscutibile fascino della donna ma al tempo stesso ne è anche terrorizzato: in lei vede un' autentica tentazione demoniaca. Non è sposata, è una ragazza madre, è decisa ad aprirsi un'attività tutta sua per mantenere se stessa e la figlia e non ha bisogno dell'aiuto di nessuno. Inoltre non è nemmeno credente! Non solo il parroco, ma anche la maggior parte degli abitanti di Lansquenet nutrono diffidenza e sospetto nei suoi confronti, e vedono la  provocazione dappertutto: nei suoi abiti colorati, nei suoi capelli lunghi e fluenti che porta sciolti,  in quegli occhi neri che  leggono dentro le persone...  Lo scompiglio che porta nell'immobilità di quel paese così insignificante da essere dimenticato persino dalle cartine geografiche è immediato ed inevitabile. Ma Vianne lo sa, l'ha già sperimentato tante altre volte, e non se ne cura. Prende in affitto la vecchia panetteria del paese e la trasforma ne " La Celeste Praline", una cioccolateria festosa e piena di delizie. In pochi giorni il locale viene rimesso in sesto e reso accattivante dalle sapienti mani di Vianne e dalla piccola Anouk che con la sua gioia infantile dona un tocco ancora più magico all'insieme. Sono diversi i personaggi che da quel giorno in avanti cominceranno a gravitare intorno alla cioccolateria, dapprima timidamente e quasi sentendosi in colpa per quelle golose concessioni, per poi lasciarsi andare completamente ai piaceri del palato. Ogni dolcetto  viene scelto con cura da Vianne, perché sa esattamente quali sono i preferiti di ognuno: è una dote naturale, una specie di stregoneria. Ad ogni piccolo morso sembrano sciogliersi, come il cioccolato nei loro palati, fino a raggiungere i luoghi più segreti ed  intimi della loro anima. I un crescendo quotidiano di amicizia e di nuove consapevolezze, i sentimenti vecchi e nuovi si mescolano con le delizie del palato portando istanti di felicità a chi aveva smarrito la strada. Un uomo timido e solo, che ha come unico amico un cane ormai vecchio e malato; un'anziana signora in lotta da anni con la figlia, che vuole vivere e morire come meglio crede; una donna imprigionata in un matrimonio sbagliato con un uomo orribile, che deve ritrovare prima di tutto l'amore per sè; un gruppo di nomadi che vivono sulle barche ormeggiate lungo il fiume, rifiutati e disprezzati dalla comunità perché non hanno scelto di conformarsi alla vita cristiana. E poi Roux, lo zingaro scontroso e sfuggente, con i capelli rossi come il diavolo ma onesto e dal cuore grande. Questo è il caleidoscopio umano che l'autrice ci presenta, una varietà imperfetta e piena di tribolazioni, ma con un unico desiderio: riconoscere ancora il sapore della felicità.
Joanne Harris riesce a rendere l'atmosfera del romanzo unica. Gli argomenti affrontati non sono frivoli, tutt'altro: l'emarginazione, la diversità, la solitudine, l'amicizia, la malattia, la vecchiaia, il senso di perdita...tutto viene toccato con la giusta dose di profondità, ma anche stemperato da un senso di leggerezza che addolcisce le pene, esattamente come il cioccolato. Sfogliando le pagine si ha davvero una sensazione olfattiva molto intensa, che attinge dai nostri ricordi. Il cibo e lo spirito sono legati indissolubilmente, questo viene da pensare mentre abbiamo la certezza di sentire il profumo inebriante del pan au chocolat invadere la nostra stanza. Le parole hanno un potere evocativo fortissimo. Ed io, da oggi, ho la sensazione di amare anche il vento.

Titolo: Chocolat
Autore: Joanne Harris
Casa Editrice: Garzanti
Pagine: 336

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