venerdì 31 marzo 2017

Recensione: la zona morta, di Stephen King -Edizioni Sperling & Kupfer



Su Wikipedia leggo che "La zona morta" è il quinto romanzo pubblicato da Stephen  King ed il primo arrivato  in vetta alla classifica dei best-seller. E' il 1979.
Da allora ad oggi Stephen King è diventato il più grande romanziere di tutti i tempi, prolifico e geniale come nessun altro. Dalla sua fervida fantasia sono usciti romanzi memorabili, che sono entrati nelle case di milioni di persone in tutto il mondo anche grazie alle numerose trasposizioni cinematografiche, quasi tutte ottime. Anche se, nemmeno a dirlo, il libro è sempre meglio.
Siccome nel 1979 la mia vita da lettrice non era ancora cominciata (avevo quattro anni), non posso far altro oggi che andare a ritroso cercando di rispescare i primi lavori di questo scrittore amatissimo, perché non c'è niente come un suo romanzo in grado di compiere, su di me, autentici prodigi. Immedesimazione, senso di appartenza alla storia, empatia con i personaggi ma soprattuto una grande, totale, invincibile nostalgia. Per me la nostalgia kingiana è l'ottava meraviglia del mondo, uno di quei sentimenti che quando ti prende è finita: lo stomaco ti si aggroviglia, gli occhi si inumidiscono, le labbra si increspano in leggeri sorrsi. Nostalgia canaglia.
Johnny Smith è insegnante di letteratura in un liceo di Castle Rock, nel New England, anticonformista e  divertente, molto amato dai suoi alunni. Siamo nel 1970 e Johnny, poco più che ventenne, da qualche tempo frequenta Sarah, una sua collega: dopo alcune peripezie amorose piuttosto insoddisfacenti Sarah incontra ad una festa Johnny e rimane incantata dalla sua dolcezza e dalla sua simpatia. Giovani e innamorati, non sanno che il destino sta per abbattersi sulle loro vite come una mannaia, affialata e maledetta. Dopo aver riaccompagnato Sarah al termine di una serata di festa  trascorsa alla fiera del paese (è la notte di Holloween), Johnny resta vittima di un  incidente stradale a bordo del taxi che lo stava riportando a casa. A causa del terribile schianto rimarrà in coma per più di quattro anni.
Quando si risveglia, con sgomento apprende che il suo mondo è completamente ed irrimediabilmente cambiato: Sarah si è sposata con un altro uomo ed ha un bambino di pochi mesi, sua madre - che già presentava segni di squilibrio prima dell'incidente - ha aderito ad una setta religiosa che predica l'imminente fine del mondo ed è totalmente preda di un fanatismo  che la sta portando alla pazzia; inoltre, si scopre invalido. Le sue gambe si sono atrofizzate, muscoli e tendini sono rattrappiti e non riescono più a sostenerlo e per tornare alla normalità dovrà affrontare una lunga riabilitazione e un'operazione avanguardistica. Ma non è questo l'aspetto peggiore del suo risveglio. John in seguito all' incidente, o addirittura durante lo stato vegetativo, ha acquisito un dono al tempo stesso straordinario e terribile: col solo contatto delle mani è in grado di visualizzare nella sua mente la storia delle persone con il loro passato, il loro presente ed il loro futuro. Durante la permanenza in ospedale per la riabilitazione comincia a diffondersi la voce che Johnny è ua specie di veggente, al punto che una volta tornato a casa non troverà più in pace. La cassetta della posta è inondata di lettere, di messaggi e di oggetti provenienti da chichessia, tutte persone che cercano disperatamente di avere notizie di cari scomparsi, mariti fedigrafi, figli dispersi. E' l'inizio di un incubo, perché l'ignoranza di massa di cui è vittima comincerà a vedere in lui un essere sovrannaturale, un cialtrone che vuole solo arricchirsi, un veggente da mettere sotto contratto. Ognuno ha un'etichetta da affibbiargli, pronto ad osannarlo o a saltargli addosso.  Johnny è un ragazzo schivo di natura e mal sopporta tutta questa pressione da parte dei media che lo additano senza pietà e si sente soffocare dalle continue richieste di aiuto nella ricerca di persone scomparse. Decide così di isolarsi dalla comunità e cerca di riappropriarsi della sua vita, ricominciando per prima cosa dall'insegnamento:  nulla però andrà come previsto. King è molto abile nel farci entrare in punta di piedi nel mondo interiore di Johnny, un mondo che un giorno come tanti subisce una trasformazione dolorosa ed inaspettata, definitiva e terribile. Il suo tormento muove sentimenti di tenerezza e di comprensione  e induce inevitabilmente il lettore  a porsi una domanda, la stessa che l'uomo si pone da sempre: conoscere il futuro sarebbe un dono o una maledizione? Che impatto avrebbe sulle nostre vite, sarebbe uno strumento che aiuterebbe l'umanità o la distruggerebbe definitivamente? Certo la questione è complessa e la risposta non può esaurirsi in poche righe all'interno di un romanzo di intrattenimento, ma sicuramente è un pensiero che non lascia indifferenti e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere. La natura umana difficilmente accetta i propri limiti, mentre è pervasa di speranza e di sogni: conoscere in anticipo la nostra sorte ci priverebbe della nostra stessa essenza lasciandoci fermi al palo del progresso, schiacciati dalla paura e certi dei nostri fallimenti.
Johnny comincia a capire che ci sarà un prezzo molto alto da pagare,  perché tutto quello che travalica i confini delle cose terrene porta con sè un contrappeso devastante. Comincia a farsi strada la convinzione di possedere uno strumento potente e  prezioso, che fa di lui una specie di predestinato, e ne ha la conferma quando sente l'impulso irrefrenabile di avvicinarsi ad un uomo politico dalla dubbia moralità che sta tenendo comizi in tutto il Maine in vista delle prossime elezioni. Quando stringe la mano del candidato alla presidenza Greg Stillson un flusso di immagini terrificanti gli arrivano davanti agli occhi, come un fiume in piena: non sono nitide, sono come segnali interrotti, ma la percezione è forte e non lascia dubbi riguardo la catastrofe imminente. Deve agire, e subito. Il futuro presidente degli Stati Uniti è un pazzo psicopatico e solo lui può vedere quell'uomo ignorante e abietto - che sta mietendo un successo dietro l'altro accaparrandosi una grossa fetta di elettorato locale - già insediato sullo scranno della casa bianca .
Come sempre nelle storie che Stephen King racconta l'elemento sovrannaturale è perfettamente stemperato dalla  quotidianità dei suoi personaggi,  così che  mentre proseguiamo con la lettura non facciamo più caso alla differenza tra realtà e finzione romanzesca. L'aspetto psicologico è sempre molto ben sviluppato, e si presta per accogliere al meglio quello che di straordinario accade, mentre la vita scorre con il suo flusso regolare.  Credo che Johnny sia il protagonista kingiano più nostalgico che abbia mai incontrato: si porta addosso come una pesante cappa il rimpianto per gli anni che il coma gli ha rubato, per il suo giovane amore appena nato e subito perduto, per quel figlio che doveva essere suo, per sua madre vittima di un fanatismo religioso che forse avrebbe avuto bisogno di più comprensione, per una riabilitazione fisica e psichica dolorosa di cui porta ancora i segni, per l'emarginazione sociale che subisce a causa della sua diversità. Ma soprattutto,  lui non vorrebbe essere costretto a   vedere. Non vorrebbe essere in grado di conoscere le terribili verità che si annidano dietro una semplice stretta di mano, perché il prezzo da pagare è troppo alto. La vita è un lancio di monetina, ma se sapessimo già il risultato come potremmo goderci l'istante perfetto in cui essa volteggia in aria, prima di ricadere al suolo? L'attesa e la speranza, non sono forse queste le cose che più di tutto ci fanno restare aggrappati alla vita?
ll dramma umano di Johnny è la vera forza di questo romanzo, e pazienza se siamo di fronte ad un autore ancora acerbo, che ha lasciato diverse lacune nella storia e che si è perso in almeno un centinaio di pagine. Io, a Stephen King, perdono tutto.

Titolo: La zona morta
Autore: Stephen King
Casa Editrice: Sperling & Kupfer 
Traduzione:
Pagine: 469

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lunedì 27 marzo 2017

Recensione: Storia della mia gente di Edoardo Nesi - Edizioni Bompiani



Questo volumetto di cica 160 pagine edito dalla Bompiani   ha vinto  il premio Strega del 2011, ed è stato anche uno dei  miei regali di compleanno di quello stesso anno. Essere una lettrice implica quasi sempre doni di questo tipo, perché c'è sempre l'amico che per togliersi dall'imbarazzo del "cosa regalo ad una che legge un casino di libri?"  si affida ciecamente ai cartonati delle librerie, uscendone spesso malissimo. Male, male, male. In tanti anni nessuno ha mai indovinato i miei gusti, ed infatti apprezzo molto gli amici che ormai si risparmiano la gaffe lasciando che i libri me li scelga da sola. Sì, ho i gusti difficili. Ma soprattutto ho un'antipatia di lunga data nei confronti del premio più "inciuciato" d'Italia, che negli ultimi anni ha conosciuto un triste declino ed una notevole perdita di prestigio. E' un premio con una grande ed illustre tradizione, tra i cui vincitori troviamo importantissimi esponenti della letteratura contemporanea, e che l'anno scorso ha regalato grandi speranze ai suoi sostenitori con la vittoria di Edoardo Albinati e la sua "Scuola Cattolica". (Almeno per quanto mi riguarda).Il futuro non è scritto, come diceva il grande Joe Strummer, quindi staremo a vedere cosa succederà quest'anno e in quelli a venire. Ma per quanto riguarda il 2011, ancora una volta devo storcere il naso. L'ultimo lavoro di Edoardo Nesi temo che - purtroppo - abbia seguito quella scia di decadenza, ristagnando nella povertà di idee e in una generale mediocrità che non mi sarei mai aspettata. L'autore è bravo, non è alle prime armi ed era già arrivato anni prima tra i finalisti del Premio con un altro romanzo; ciò nonostante ho trovato "Storia della mia gente" un romanzo davvero insipido, senza arte nè parte, senza cuore, senza nerbo: questo intendo per mediocrità.
E' rimasto diversi anni a prendere polvere nella mia libreria perchè mi ero fatta l'idea che si trattasse di un romanzo di stampo economico, e quindi impersonale e freddo. Mi sono ritrovata invece a leggere un romanzo sì freddo, ma tutt'altro che tecnico. Non esiste una trama, non esistono personaggi, non c'è uno sviluppo lineare ma una contorsione tra le righe, uno svolazzamento di pagine che paiono gettate lì un pò per caso.  Di quale storia ci parla Nesi? Teoricamente il libro dovrebbe essere un misto tra il racconto e la riflessione sulla fine del lanficio di famiglia, un'azienda tessile tirata sù in piena epoca fascista dai nonni dell'autore e portata avanti per tradizione  e passione dal padre e dagli zii, fino ad arrivare alla sua generazione in pieni anni 90. All'epoca la famigerata crisi economica che da anni strozza questo nostro povero  Paese non era nemmeno un'eco lontana, era un qualcosa di inimmaginabile perché nessuno aveva validi motivi per congetturare simili catastrofi. Il benessere era reale, ed era tangibile; il marchio delle piccole aziende artigianali del pratese era sinonimo di garanzia e di qualità, i committenti stranieri erano disposti a pagare cifre importanti per avere tessuti di pregio, la globalizzazione era una parola ancora da inventare ed i cinesi erano rilegati aldilà dei mercati internazionali, imbrigliati da pesanti dazi. Il resto è storia nota. 
Edoardo Nesi si definisce non un vero imprenditore, comunque non quel tipo di imprenditore così come lo erano stati i suoi nonni. E' un imprenditore - scrittore, che lavora nell'azienda di famiglia per abitudine e senso del dovere ma che non ha nessun tipo di autentico slancio all'interno dell'azienda. Fa da bravo i suoi compiti, ogni giorno presenzia in azienda, parla con fornitori, banche e dipendenti  per poi fuggire e rimettersi a scrivere, sognando di comporre  un romanzo così come Fitzgerald ed il suo incompiuto 'The love of the Last Tycoon' . Lo afferma lui, non lo sto dicendo io, e trovo la cosa piuttosto inquietante. Va bene credere in sè stessi, ma andiamoci piano. E' talmente auto referenziale ed auto celebrativo che di lui sappiamo tutto quello che di figo ha fatto nella vita: gli anni dell'adolescenza trascorsi in prestigiosi college statunitensi, il ritorno a Prato, l'iscrizione alla facoltà di giursiprudenza e poi l'inserimento nell'azienda di famglia, come desiderava il padre. I successi ottenuti con i suoi primi romanzi, il Premio Strega sfuggito per un soffio (anche se già si sapeva che non avrebbe vinto lui), i suoi figli, la sua famiglia. Anche questo però mi è sembrato un insieme confuso di ricordi che mi hanno allontanata  ed infastidita, tanto più che con gli artigiani pratesi e la loro dolorosa storia tutto questo cianciare di sè non c'entra davvero nulla. Dov'è il cuore del romanzo? Dov'è la passione che avrei dovuto sentire vibrare ad ogni pagina, dal momento che il lanificio Nesi non c'è più? Dov'è il rimpianto per non aver fatto abbastanza, per non aver sacrificato quelle vanesie gratificazioni da scrittore in nome del marchio di famiglia, conosciuto e rispettato in Italia e all'estro, che stava scomparendo e che rappresentava molto di più di un'etichetta su un tessuto? Dov'è la rabbia nei confronti di uno stato che ha abbandonato la sua forza lavoro, che ha dato in pasto alla globalizzazione la dignità di milioni di lavoratori, la loro storia, la loro esperienza? Non basta  qualche frase gettata a caso contro i grandi economisti del SOLE 24 ORE che sostengono da sempre i benefici - secondo loro incalcolabili- del libero mercato internazionale. Non basta nemmeno asserire che sì, sicuramente una delle più grandi colpe è del governo Prodi e della sua stramaledetta IRAP, che fa pagare le imposte anche quando utili, in azienda, non ce ne sono più. Quello che ho visto io è il ritratto romanzato di una generazione  che sembra  non aver fatto abbastanza, che ha poggiato comodamente il sedere sullo scranno dei padri, cercando di dirigere aziende famigliari sfruttando conoscenze già acquisite, ma senza portare forza ed idee nuove. Il ricambio della linfa vitale, ecco cosa è mancato,  ecco perché alcune aziende come il Lanificio Nesi hanno dovuto svendere la loro storia al miglior offerente. Voi imprenditori - scrittori, figli del benessere di un'età dell'oro che ormai è sfumata nella leggenda, vi siete aggirati per anni tra le vie delle più importanti città europee stringendo mani e poferendo sorrisi in giacche di Armani, pensando che il mondo vi sarebbe sempre appartenuto, luccicante e perfetto. Avrei preferito un esame di coscienza piuttosto che un'analisi sconclusionata sulla globalizzazione,  additando colpevoli  un po' a destra e un po' a manca. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma almeno avreste avuto la certezza di averci provato, con tutte le armi a vostra disposizione.
Superficiale ed autocelebrativo, non mi vengo in mente altri aggettivi per definire questo romanzo: la rabbia dei pratesi e dei piccoli artigiani di un'italia intera meritano  ben altri discorsi, altre parole, altro sangue. 

Titolo: Storia della mia gente
Autore: Edoardo Nesi 
Casa Editrice: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2010

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lunedì 20 marzo 2017

Incipit: le nostre anime di notte, di Kent Haruf




"E poi ci fu il giorno in cu Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters. Era una sera di maggio, appena prima che facesse buio.
Vivevano a un isolato di distanza in Cedar Street, nella parte più vecchia della città, olmi e bagolari e un solo acero cresciuti sul ciglio della srada e prati verdi che si stendevano dal marciapiede fino alle case a due piani. Era stata una giornata tiepida, ma di sera aveva rinfrescato. Dopo aver camminato  sotto gli alberi, la donna svoltò all'altezza delal casa di Louis.
Quando Louis le aprì la porta, le disse, Posso entrare a parlarti di una cosa?
Sedettero in salotto. Vuoi qualcosa da bere? Un tè?
No, grazie. Non so se mi fermerò abbastanza per berlo. Si guardò attorno. E' graziosa la tua casa.
Diane l'ha sempre tenuta bene. Un pò ci provo anche io.
E' ancora gaziosa, disse lei. Erano anni che non ci venivo.
Guardò fuori dalla finestra verso il cortile laterale, la notte si stava accomodando fuori e dentro la cucina, una luce illuminava il lavandino e il bancone. Tutto sembrava pulito e ordinato. Lui la stava guardando. Era una donna attraente, l'aveva sempre pensato."

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domenica 19 marzo 2017

Coffee break



... si portarono contemporaneamente il bicchiere alla bocca e bevvero; ciascuno guardava il volto dell'altro e il movimento delle labbra, e all'improvviso passò tra loro quel lampo di desiderio che fa di un uomo e di una donna fino a quel momento indifferenti due esseri che non potranno mai più avvicinarsi l'uno all'altro senza amore, o senza il ricordo di quell'amore: muta interrogazione, tacito consenso, complicità che li lega senza che una parola sia stata pronunciata, né un bacio dato. Fu qualcosa di così forte e strano che li lasciò pallidi e tremanti 

                                                                             ***

L'amore lo concepisco unicamente come qualcosa di assoluto, e deve racchiudere in sè, perfette, la fedeltà, la comprensione, l'amicizia. Non immagino niente di diverso nè lo accetterei. Vi ho riflettuto a lungo. Secondo me, non ci sono che tre soluzioni: la prima è quella che ho detto, e presuppone l'incontro con una creatura eccezionale;la seconda è avere solo rapporti occasionali, così come si a bare un bicchiere al bar prima di riprendere il lavoro; la terza: il matrimonio con una ragazza che accetterà il suo posto di serva ammessa al letto del padrone. Ma la prima soluzione, la credete impossibile?

                                                                             ***

Fino a quel momento Marianne e Antoine non avevano conosciuto la maledizione congenita al matrimonio: le liti senza ragione, senza motivo, che scoppiano all'improvviso in piena bonaccia come un temporale in un cielo d'estate, e che, rare all'inizio e di cui ci si vergogna, finiscono per occupare il tempo, la mente degli sposi, e procurare loro un oscuro piacere: ogni amore umano, per durare, dev'essere nutrito di passione; spenta la passione, cerca il suo alimento nelle parole dell'odio, nelle azioni ostili, in tutto ciò che è ancora movimento, calore, fiamma nel cuore dei due coniugi.

                                                                             ***

Spesso l'amore non è che il ricordo di un istante d'amore.


Sfogliando "Due", di Irène Némirovsky



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venerdì 17 marzo 2017

Recensione: Se fossi una strega, di Celia Rees - Edizioni Salani



Mary Newbury è tornata. Questa volta il suo viaggio ci viene raccontato attraverso le visioni e i sogni di una ragazza di nome Agnes, una sua discendente che vive nel Massachussets dei giorni nostri.
Agnes è una nativa americana e le sue radici affondano in una storia millenaria, ricca di fascino e di suggestioni, ma anche intrisa di dolore e sofferenza. Le vicende degli indiani d'america sono una delle pagine peggiori della storia della colonizzazione europea, frutto di una becera ignoranza ed allo stesso tempo di un senso di superiorità assoluto che la nostra razza, bianca e cristiana, si era  arrogata per diritto di nascita. La Rees, con la sua scrittura che incanta, immaginifica e profonda, restituisce dignità e bellezza ad un popolo troppo spesso dimenticato dalla storia, ad oggi confinato nelle riserve. Qualcuno si è conformato alla struttura della società bianca, con le sue stratificazioni ed il suo inno al consumismo più sfrenato, mentre altri hanno cercato in tutti i modi  di restare aggrappati alle proprie radici, preservando quello che la civiltà moderna ha cercato per secoli di osteggiare: la tradizione, la storia, il retaggio culturale. Non c'è nulla di più importante per un nativo americano della propria identità e delle proprie leggende: esse  vengono tramandate attraverso la parola, di racconto in racconto, di bocca in bocca, senza l'ausilio di libri e carta stampata. Per questi uomini la cosa fondamentale  non è trascrivere  per lasciare un'eridità ai posteri, ma essere ascoltati dai loro figli e nipoti, perché la parola è viva, è condivisione, è comunione: ogni anziano che racconta trasferisce qualcosa di sè all'altro attraveso l'esperienza dell'ascolto e dell'immedesimazione. La memoria si conserva con la memoria, è un filo robusto che non può  spezzarsi ma  che deve adattarsi a chi la riceve, avvolgendosi  nelle pieghe dell'esperienza individuale. Anche Agnes è profondamente legata alle sue origini: nonostante sia una studentessa di antropologia e sia perfettamente integrata nell'ambiente universitario, è consapevole e fiera  della sua appartenenza. Ogni aspetto della sua vita le ricorda da dove proviene e di chi è figlia, non solo per la parte spirituale.  I suoi capelli sono neri, folti e lucidi, con un ciuffo bianco che le accarezza la fronte, come tutte le donne della famiglia; gli occhi hanno il colore della tempesta, grigi e profondi, le sopracciglia sono marcate ed i tratti del viso decisi e volitivi. Ma c'è un altro aspetto molto importante che segna l'appartenenza alla sua discendenza indiana per linea femminile: il dono della veggenza, le capacità curative, il potere sciamanico. Agnes è cresciuta con la zia (la madre l'ha abbandonata quando era molto piccola), e conosce perfettamente cosa significa avere "il potere". La zia le ha sempre detto che, se fosse arrivato a lei in qualche modo, l'avrebbe senza alcun dubbio compreso. E' così che inizia il romanzo, con la presa di coscienza di Agnes che comincia una sera come tante a mostrare segni di turbamento interiore e ad avere visioni durante il giorno. La notte, attraverso strani sogni, sente sempre più spesso il richiamo degli antenati. Non è un caso se proprio in quei giorni tra le sue mani è finito il libro che un'entusiasta ricercatrice, Alison, ha scritto sulla storia affascinante di Mary Newbury, una giovane donna inglese additata e perseguitata come strega nell'america puritana dei primi coloni. La vita di questa ragazza è stata ricostruita in seguito al ritrovamento di un'antichissima trapunta, all'interno della quale furono nascosti frammenti del  diario segreto che Mary iniziò a scrivere quando ebbe la certezza che il suo essere così "diversa" le avrebbe riservato la stessa tragica fine di sua nonna,  impiccata con l'accusa di stregoneria. A meno che non fosse fuggita. "Il viaggio della strega bambina" si conclude così, con la fuga incerta e disperata di Mary, lasciandoci orfani di una storia bellissima e terribilmente reale. (potete trovare QUI la mia recensione).
Agnes si mette in contatto con Alison, perché è convinta che la Mary di cui parla quel libro sia la stessa della quale ha sentito parlare molte volte fin da quando era piccola, attraverso i racconti della sua tribù. Gli anziani parlano infatti di una donna bianca che fu adottata dagli Irochesi con i suoi due figli - uno dai capelli scuri ed uno dai capelli chiari come ciuffi di grano - , guaritrice e sciamana. Mentre Alison cerca di collegare i due lembi della storia di Mary, Agnes viene aiutata dalla zia a fare spazio dentro di sè per accogliere il dono che ha ricevuto in sorte. Raggiungono insieme la riserva Iroche ed insieme affrontano il rito della Capanna Sudatoria, necessario alla purificazione fisica e spirituale. Questa usanza, presente da tempo immemore in tutte le tribù native americane, serve ad invocare gli spiriti e ad iniziare riti sciamanici: attraverso il sudore l'anima veniva ripulita dai collegamenti terreni e preparata ad accogliere gli spiriti degli antenati, fluttuando da una dimensione all'altra in uno stato di trance.  Agnes viene così praparata per ospitare dentro di sè Mary, ed iniziata al potere della guarigione - o stregoneria che dir si voglia - come tutte le donne della famiglia.  Attraverso la rievocazione di Agnes apprendiamo che Mary fu salvata in fin di vita dal suo amico Penna Azzurra, con il quale intraprenderà l'avventura che la condurrà da un capo all'altro dell'america coloniale  attraversando  guerre, epidemie di vaiolo e scontri feroci tra coloni e nativi.  La bellezza del romanzo sta tutta  qui, ovvero nello splendido ed evocativo viaggio che l'autrice ci fa intraprendere attraverso la cultura degli indiani d'america del XVII secolo. Celia Rees è riuscita a tratteggiare un personaggio indimenticabile,  quello di una donna che grazie alle sue capacità terapeutiche, telepatiche e sciamaniche riuscì  a costruirsi una vita fiera ed indipendente, seguendo la sua natura senza doverla mai rinnegare. Mary è straordinaria perché visse a cavallo di due civiltà completamente diverse l'una dall'altra  rimanendo sempre fedele a sè stessa: quella europea appena uscita dagli anni bui del medioevo bigotta, ottusa, ignorante e maschilista, in cui le sue  particolari attitudini erano viste con paura e portavano dritto alla condanna al rogo; la seconda  spirituale e  profonda, che  considera l'uomo parte integrante del cerchio della vita non meno della natura e degli animali, che ascolta i richiami ancestrali della terra e vive in totale simbiosi con essa. Una civiltà, infine, in cui una persona dotata di poteri straordinari era  rispettata e venerata, nonostante il suo essere donna. I contrasti raccontati sono forti e stridenti ma l'autrice lascia sempre al lettore la possibilità di comprendere, dando forza alla ragione attraverso una storia che vale la pena leggere.


Titolo: Se fossi una strega
Autore: Celia Rees
Traduttore: B. Masini 
Editore: Salani
Anno edizione: 2012
Formato: Tascabile
Pagine: 268 p. , Brossura


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martedì 14 marzo 2017

Incipit: Se fossi una strega, di Celia Rees




"Se sono una strega, presto lo sapranno. Non avevo mai augurato del male a nessuno ma mentre fuggivo da Beulah rabbia e odio cozzavano dentro di me, facendo scintille come l'acciaio contro la pietra focaia. Non ho fatto nulla di male, e allora perché sono stata costretta a fuggire? Le mie accusatrici, Deborah Vane e le altre ragazze, erano le colpevoli. Anche mentre mi accusavano di stregoneria, i loro occhi brillavano di calcolata malignità. La follia che contorceva i loro volti era simulata. Come non accorgersene? "Coloro che sono ciechi e non vorranno vedere". Mi sono tornate in mente le parole di mia nonna. Era una donna saggia; ma la sua saggezza non le ha procurato altro che dolore. E' morta impiccata, ed ecco che mi attendeva lo stesso destino.
Cercarono, e con la massima cura. Mi rannicchiai nella camera del travaglio di Rebekah, convinta di essere al sicuro per un pò, ma chiesero di entrare perfino lì, con voci squillanti che parlavano di diritti e di doveri. Solo Marta li affrontò resistendo al reverendo Johnson, coraggiosacome un pettirosso davanti a un falco in picchiata. Se ne andarono a malincuore. Li sentii frugare il resto della casa, spostandosi da una stanza all'altra, i passi pesanti carichi di odio.
Andai via, ma loro continuarono a cercarmi."

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lunedì 13 marzo 2017

Il buio nell'anima - Recensione de "I COMPLICI", Georges Simenon - Gli Adelphi



Georges Simenon, come ho affermato più volte, è uno dei miei autori preferiti. Qualsiasi suo romanzo merita di essere letto, perché quest'uomo ha il dono della scrittura ed è in grado di scandagliare l'animo umano in tutte le sue complesse sfumature, regalandoci trame di grande impatto emotivo e personaggi indimenticabili.  Ogni parola scelta, ogni frase costruita con apparente naturalezza è come la lama di un coltello che squarcia la superficie ed arriva in profondità, lasciandoci disorientati ed in preda alla nostre riflessioni. I protagonisti delle sue storie sono quasi sempre uomini e donne in bilico, in lotta contro se stessi ed incapaci di accettare  il finto perbenismo della vita borghese di quei tempi. I  rituali consolidati rivestiti da una patina di falsità, le apparenze che dovevano ingannare, la polvere nascosta sotto eleganti tappeti, i villini a schiera in cui riciclare le miserie di un'intimità domestica che da tempo ormai procura solo fastidio e desiderio di fuga. Siamo negli anni cinquanta, e per la società conformista di quei tempi il mantenimento dello status quo era una questione di grande importanza. Una quieta sottomissione era di gran lunga preferibile a qualsiasi forma di rivolta : poco importava se poi, nel proprio intimo, una rabbia sorda corrodeva la quotidianità di alcuni, fino a  trasformarla in un fardello impossibile da portare avanti senza sbandare.
Questa storia si apre con un'immagine forte, repentina, inaspettata: un uomo e una donna stanno percorrendo una strada di campagna, una pioggia lieve ma costante ha  reso l'asfalto scivoloso ed il volante dell'auto è  governato da una sola mano. Accanto a Lambert  c'è Edmonde, la sua segretaria. Dietro di loro un autobus carico di bambini di ritorno da una gita scolastica sta terminando la  stretta curva e non si aspetta certamente di trovarsi di fronte quell'autovettura che procede a zig zag, lentamente. Una manciata di minuti e accade la tragedia che spaccherà in due la vita di Lambert. Il pullman precipita in una scarpata ed immediatamente divampa  un incendio, lasciando un'unica piccola superstite a combattere tra la vita e la morte. Lambert, nei pochi minuti a sua disposizione, compie una scelta suicida: decide infatti di non voltarsi indietro e fugge via dal rogo disastroso, lasciando l'impronta dei pneumatici  sull'asfalto bagnato. Accanto a lui, EdmOnde non si scompone di un millimetro: non grida, non si agita, non lo guarda. Tutto quello che fa è abbassarsi con un gesto rapido e abitudinario la gonna, senza che trapeli la minima emozione. Quella fuga subitanea all'inizio destabilizza Lambert, che si interroga sul perché abbia istintivamente pestato sull'acceleratore anzichè prestare soccorsi ai feriti. Poi, poco alla volta, comprende la terribile verità. Lui ha bisogno di quella colpa, se la vuole sentire addosso totalmente aggravando la sua posizione con la fuga perché in questo modo costringe sè stesso a fare i conti con la propria vita, che tutto è fuorché esemplare. Lui non è un uomo perbene, non ha nulla dell'integrità morale che ci si aspetterebbe da una persona come lui, elemento di spicco all'interno della piccola comunità in cui vive. Insieme al fratello minore gestisce una  società di costruzioni lasciata in eredità dal padre, un lavoro ben avviato e redditizio da cui forse riesce a trarre l'unica  soddisfazione della sua esistenza. Edmonde è la segretaria dell'azienda. Da quando un giorno di alcuni anni prima la vide per la prima volta  praticare autoerotismo nel suo ufficio, ignara di essere vista, un desiderio furioso ed ottuso si impossessa di lui. Sempre senza dirsi nulla o confessarsi alcunchè diventano l'uno per l'altro  un gioco pericoloso, silenzioso e perverso. Un rituale che ha bisogno delle sue regole per svolgersi, e  che non ha nulla nè dell'amore romantico o del sesso occasionale: diventano, per l'appunto, complici. Uniti  nella loro brutalità, nel loro squallore, nella loro evasione da una quotidinità che non li appaga, insulsa, inutile, stanca. Quanto meno, questo è quello su cui riflette Lambert. Quello che pensa Edmonde non è dato saperlo: per tutta la durata del romanzo la ragazza è niente più che un oggetto inanimato, una donna che sembra non avere una vita interiore se non fosse per quel guizzo erotico che ongi tanto soddisfa da sola, o con l'aiuto di Lambert.  Lambert ha bisogno di questa complicità anche dopo l'incidente, fin dai primi istanti, quando in  quell'attimo di indecisione prima di voltarsi indietro cerca il suo sguardo in cerca di approvazione o di comprensione. Tutto quello che trova però sono due mani fredde,  intente a  sistemare l'orlo del vestito. E' questo il punto più basso che raggiunge Lambert, il punto di non ritorno.
La sua vita è costellata di rapporti personali che non funzionano più, esauriti da tempo, logori e stanchi. Disprezza sè stesso e gli altri, con la stessa forza disperata. Dal momento dell'incidente i giorni si susseguono consapevole che prima o poi la polizia sarebbe giunta alla sua Citroen, ma quel pensiero non lo ossessiona. Non lo teme, anzi, quasi desidera che la questione si risolvi presto, così finalmente pagherà per aver sciupato la sua vita, perchè - in fin dei conti - di quell'incidente lui è solo il colpevole morale. Ben altri sono i suoi tormenti, le sue miserie, e le colpe che non può più espiare. L'unico motivo per cui tenta di sivare le indagini è per preservare quei momenti di intimità con Edmonde, gli unici istanti in cui gli sembrava di tornare a respirare. Come se quella fosse una porta che lo conducesse in un altro mondo, privo di regole bigotte, di felicità fittizie, di ipocrisie, di ruoli imposti e gabbie dorate.
Gli occhi di tutta la Francia sono rivolti a colui che credono l'assassino di 50 bambini, e mentre le indagini della polizia avanzano Lambert è costretto a ripercorrere ed analizzare tutta la sua vita: un matrimonio senza figli, una moglie che da anni lo rifiuta a letto, le prostitute che abitualmente frequenta, le amanti occasionali, il troppo bere, l'odio silente per il fratello dalla vita ineccepibile. Tutto gli appare privo di significato, insopportabile, ormai giunto al capolinea. L'ultimo fotogramma è l'esatto epilogo che mi aspettavo, l'unico possibile quando ormai il buio ha inghiottito l'anima dei disperati.
C'è qualcosa però in questo romanzo che non mi ha del tutto convinta, nonostante la straordinaria bravura dell'autore che come sempre   ha  saputo eviscerare alla perfezione sentimenti sbagliati e scomodi, tanto umani quanto abietti, creando atmosfere cariche di inquietudine e angoscia. Mi è sembrato che a volte il filo si spezzasse, ho colto delle incongruenze - soprattutto nel personaggio di Lambert - che mi hanno lasciata qualche perplessità. I suoi protagonisti sono sempre tutti un po' maledetti, dei relitti, dei supersiti, talmente umani nelle loro fragilità che nonostante tutto ho sempre provato una specie di empatia nei loro confronti. Questa invece   è la prima volta che non riesco ad entrare in sintonia con nessuno: troppo squallore, troppa miseria umana. Non ce l'ho fatta, non ho provato nessuna "humana pietas" ed  ho detestato Edmonde e Lambert molto più del falso perbenismo contro il quale Simenon muove le sue critiche spietate.

Titolo: I complici 
Autore: Georges Simenon
Traduttore: L. Frausin Guarino
Editore: Adelphi 
Anno edizione: 2012
Pagine: 158

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lunedì 6 marzo 2017

Incipit: I custodi di Slade House, di David Mitchell




Qualsiasi cosa stesse dicendo la mamma è stata soffocata dal rombo fuligginoso dell'autobus che si allontana rivelando, dietro di sè, un pub che si chiama The Fox and Hounds, la volpe e i segugi.  Nell'insegna ci sono tre beagle che hanno stretto una volpe in un angolo. stanno per saltarle addosso e sbranarla. Una targa stradale dice WESTWOOD ROAD. I lord e le lady dovrebbero essere ricchi, perciò mi aspettavo piscine e Lamborghini, invece Westwood Road mi pare piuttosto normale. Normali case di mattoni, mono  bifamigliari, con giardinetti e automobili normali. Il cielo umido ha il colore dei vecchi fazzoletti da naso. Sette gazze passano in vole. Sette va bene. Però ho la faccia della mamma a pochi centimetri dalla mia, anche se nonc apisco se è una faccia arrabbiata o preoccupata. "Nathan? Mi stai ascoltando, almeno?". Oggi la mamma è truccata. Il colore del rossetto si chiama Giglio del mattino, ma più che di giglio odora di attaccatutto. Siccome la faccia non si allontana dico" cosa?"
"Si dice "Prego?" oppure "Scusa?". Non "Cosa?".
"Okay", dico io, parola che spesso funziona. Oggi no.

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sabato 4 marzo 2017

Coffee break



Come arrivammo ad abbracciarci così presto? Chi allungò per primo la mano? Chi cercò le labbra dell'altro? Sicuramente io. Non appena riuscii a tirare fuori la voce per rompere il silenzio carico di intenzioni nel quale ci guardavamo, gli annunciai senza preamboli che lo stavo aspettando da molto tempo, perché l'avevo visto nei sogni e nelle perline e nelle conchiglie da divinazione, gli dissi che ero disposta ad amarlo per sempre e gli feci altre promesse, vuotando il sacco.

                                                                   ***

Questa è la mia storia e quella di un uomo, Pedro de Valdivia, le cui eroiche prodezze sono state annotate con rigore dai cronisti e permarranno nelle loro pagine fino alla fine dei tempi; ma io so di lui ciò che la Storia non potrà mai conoscere: di cosa aveva paura e come amava.

                                                                  ***

"E tu cosa vuoi, Pedro?"
"Fondare il Cile insieme a te" rispose senza pensarci due volte.
"Allora è quel che faremo."
"E' quel che faremo, Inés dell'anima mia..."




Sfogliando "Ines dell'anima mia", di Isabel Allende

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giovedì 2 marzo 2017

Recensione: i custodi di Slade House, di David Mitchell - Edizioni Frassinelli




Non conoscevo affatto David Mitchell, ma da quando questo suo romanzo è stato dato alle stampe mi ha preso un'irresistibile curiosità di leggerlo. Io che non amo molto i fantasy, con qualche rara eccezione, alla fine non ho saputo resistere. Sono uscita ancora una volta dalla mia zona di comfort, ed ancora una volta farlo  si è rivelato un'ottima scelta. Non è un fantasy nel senso classico del termine ma racchiude più generi insieme,  ragione per cui  incasellarlo a forza in qualche definizione è riduttivo e non gli rende giustizia. Non che ci sia nulla di male ad essere un fantasy, ci mancherebbe. Ma questo libro non lo è, per cui la definizione potrebbe essere fuorviante. E' un fantasy ma anche un romanzo gotico, un horror, un thriller, un romanzo psicologico. Quando la  carne al fuoco è tanta e così eterogenea il rischio di scivolare su qualche banalità di troppo è dietro l'angolo, così come quello di creare disarmonia alla trama. Mitchell però non è uno scrittore alle prime armi. Come ho precisato all'inizio non avevo mai letto nulla di suo, mi sono documentata un po' prima di iniziare a leggere quest'ultimo suo lavoro e devo ammettere che sono caduta dalle nuvole. E' uno scrittore di culto, ed io non sapevo della sua esistenza!  Non avendo pertanto termini di paragone ho affrontato la lettura con uno spirito libero da qualsiasi aspettativa, e ne è venuto fuori un giudizio assolutamente positivo. Mitchell è stato abilissimo a coniugare tutti gli elementi caratteristici dei vari generi su citati, creando una miscela che per struttura e tematiche risulta molto originale, anche se  riprende uno dei  temi più gettonati tra i romanzi horror/gotici di tutti i tempi. Andiamo a scoprire quale.
Chi sono i custodi di Slade House, ma soprattutto: cosa è Slade House?
Slade House è un'antica dimora che è sopravvissuta ad un secolo di storia  grazie al potere psichico di due gemelli assolutamente fuori dal comune, Norah e Jonah. I due ragazzi hanno alle spalle una storia familiare e personale molto difficile e dolorosa, che ha impedito loro di crescere in modo normale. Hanno capacità psichiche straordinarie, che vanno bel oltre l'affinità mentale tipica  dei gemelli omozigoti. Nel corso degli anni hanno imparato a sviluppare questa loro dote, viaggiando in ogni continente ed entrando in contatto con scienze occulte e spiritiste, fino a raggiungere l'Inghilterra durante il periodo della seconda guerra mondiale. E' qui che tutto sfugge di mano, che la potenza psichica esercitata dalle loro menti raggiunge l'apice ed imbocca una strada pericolosa e senza ritorno. Slade House, in realtà, non esiste. Giace da anni sotto le macerie dei bombardamenti. Ogni nove anni però, l''ultimo sabato del mese di ottobre, essa si rivela agli occhi di persone particolari, che i gemelli chiamano "dotati", per poi essere nuovamente inghiottita dal nulla. E' una sorta di realtà parallela, frutto del loro enorme potere psichico, in cui lo spazio ed il tempo cessano di esistere ed ogni riferimento alla realtà così come la conosciamo perde di significato. I gemelli per sopravvivere in questo non-luogo, nei loro non-corpi, hanno bisogno di succhiare le anime dei "dotati" e per soddisfare questa loro necessità vitale cercano di attirarli con subdoli inganni, proiezioni della mente e potere telepatico. Le persone che vengono "agganciate" in questa sorta di limbo spazio-temporale hanno tutti una mente particolarmente malleabile ed incline a credere in ciò che non esiste. Norah e Jonah hanno bisogno di succhiare le loro anime, come vampiri. I dotati invece hanno un bisogno intimo e disperato di credere nuovamente in qualcosa,  di una speranza,  di un sogno, di un'illusione che renda loro la vita più accettabile. Le loro debolezze vengono sfruttate dai gemelli per creare costrutti psicologici in grado di colmare queste  mancanze, attirandoli nella loro tela mortale. Questa è la parte più umana del romanzo, quella forse che ho apprezzato maggiormente. L'autore non specifica mai  quali sono le caratteristiche psichiche dei "dotati", ma analizzando la storia personale di ogni vittima lo si intuisce chiaramente: sono tutte persone segnate da una profonda sofferenza interiore. Chi sente la mancanza del padre, chi è emarginato e deriso a causa  del proprio aspetto fisico, chi soffre di solitudine ed ha bisogno dell'amore di una donna, chi è tormentato dai sensi di colpa...sono tutte anime con ferite aperte, che sanguinano ancora. Tutte legate tra loro da un invisibile filo rosso, pronte per essere aggredite da famelici assassini.
Lo stile dell' autore è magnetico, il ritmo serrato, la velocità della narrazione non stanca il lettore e lo inchioda alle pagine in un crescendo di adrenalina e colpi di scena, come nel migliore dei thriller. L'atmosfera è cupa, onirica, angosciante. Avvertiamo nitidamente la paura serpeggiare tra i vicoli bui di una Londra ambigua e lasciva mentre le vittime cadono una alla volta  nelle magnifiche trappole ordite appositamente per loro, allestite come un set hollywoodiano. E' una scrittura potente ed immaginifica quela di Mitchell, quasi cinematografica, che  fa letteralmente perdere il senso dell'orientamento. Quando siamo talmente presi dalla storia al punto da  non riuscire più a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, significa che il fantasy - o comunque vogliamo chiamarlo - funziona, e lo fa alla grande.
Se dovessi racchiudere in una parola sola ciò che la lettura di questo romanzo ha rappresentato per me, non avrei dubbi: è stato divertimento, un "godimento narrativo" allo stato puro.
E adesso vado a comprarmi "Cloude Atlas"!

Titolo: I custodi di Slade House
Autore: David Mitchell
Casa Editrice: Frassinelli
Traduzione: K.Bagnoli
Pagine: 233
Prezzo cartaceo : € 16,15
Prezzo ebook:      €  9,99

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