giovedì 27 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Terza parte


Dovevo fare qualcosa. Non avevo scelta, si trattava di una lotta contro il tempo, prima che potessi essere risucchiata in un vortice dal quale non sarei più uscita. Camminai lungo la stanza cercando di trovare un’ idea, una soluzione. In mente mi apparve l’ immagine di Michele, un mio collega del giornale. Lui al contrario di me faceva sul serio il giornalista e si occupava di cronaca nera, di sicuro sapeva qualcosa circa l’ omicidio di Eva Ranieri. E poi di lui mi fidavo. Lo contattati e mi diede appuntamento dopo un paio d’ore ad un bar del centro. Arrivai in anticipo e mi sedetti ad un tavolino in veranda. Ordinai un aperitivo alcolico, nonostante non fossi abituata a bere, ma in quel momento ne avevo estremamente bisogno. Quando lo vidi davanti ai miei occhi, con i suoi occhiali da intellettuale e l’impermeabile nero, mi prese l’ansia. Un conto era stato programmare nella mia mente quello che avrei detto ed il modo e un altro sarebbe stato dirlo sul serio. Mille domande mi assalivano ma dovevo anche pensare a come giustificarle. Così mi limitai a raccontargli quello che avevo detto alla polizia, ovviamente chiedendogli di non farne parola al giornale. “ Quello che mi stai raccontando è incredibile” disse sorseggiando un caffè lungo. “sai che se non me lo avessi raccontato tu ne avrei parlato in un mio pezzo vero?” Certo che lo sapevo, ma se non fossi stata certa della sua amicizia non lo avrei coinvolto. Michele ed io eravamo amici fin dai tempi dell’ università. Poi le nostre strade si erano separate, per poi riunirsi una mattina nell’ascensore della redazione. Io stavo portando la mia pila di carte e lui si stava avviando ad un colloquio di lavoro e da allora ci riunimmo. “ Capisci che vorrei sapere di più sulla sua morte, immagino tu te ne stia occupando” dissi con voce che sfiorava il tono supplichevole, più che interessato “Immagini bene. Il cadavere è stato trovato in un vicolo, accanto a lei tutti i suoi effetti personali, quindi la rapina è stata esclusa subito. Inoltre sembrerebbe che la donna sia stata uccisa con un coltello. Più colpi all' addome. Non sembrava essere una mano sicura”. Ascoltavo con attenzione ma la mia testa non riusciva a restare concentrata. Tornavo alle mail, a quello che stava accadendo. Una parte di me avrebbe voluto dirgli tutto, ma avevo paura. Ogni cosa avessi raccontato sarebbe potuta essere usata contro di me. Il cellulare che mi vibrava nella tasca della giacca mi fece sobbalzare. Era un numero fisso. Il commissariato, mi stavano convocando per parlarmi. “Se vuoi ti accompagno” mi disse col suo tono dolce. Accettai, dopotutto non me la sentivo di andare a piedi e volevo sapere al più presto quello che volevano da me. Non lo feci entrare, preferii essere lasciata fuori al commissariato ed affrontare tutto da sola. Dopo aver avvertito il piantone della mia presenza, andai a sedermi. Intorno a me il vuoto completo. Solo un uomo sedeva a due poltroncine di distanza dalla mia. Era sulla quarantina, in completo elegante, e sfogliava dei documenti, che custodiva in una cartellina trasparente. I nostri occhi si incrociarono per un secondo e ci sorridemmo. Quando il mio nome venne pronunciato dal piantone sobbalzai, e andai verso l’ufficio, lo stesso della volta precedente. Ad accogliermi fu solo il commissario Allegri, che dopo i primi convenevoli andò subito al sodo, mostrandomi una foto che aveva davanti a sé. “ Da quanto ci ha detto lei, Eva Ranieri non la conosceva ma a quanto pare non è proprio così. Questa foto ci è stata inviata da un mittente anonimo”. Me la porse e io la afferrai con avidità. Raffigurava me ed Eva Ranieri all’uscita dalla palestra che ero solita frequentare, e dalle nostre movenze sembrava ci conoscessimo. “Commissario io non so cosa dirle, effettivamente frequentavo la palestra ma non sapevo che anche lei fosse iscritta lì”. “ Invece è proprio così, e da quello che abbiamo sentito in giro, sembra che vi foste incontrate altre volte. Insomma agli occhi degli altri iscritti, ovviamente chi si ricordava di voi, sembravate conoscervi”. Il tono era cambiato dalla prima volta che ero stata lì, era accusatorio. “ Senta io in palestra ho conosciuto molte persone ma mi creda non ricordavo di averla mai vista prima, questa foto per me rappresenta una novità, e non voglio dire che lei non abbia ragione ma probabilmente, avremmo parlato dei corsi o di altro, io non so cosa dire”. La mia voce cominciava a tremare, stavo male ed era evidente, così dopo la mia dichiarazione fui accompagnata verso la porta. La tortura per ora era finita. Uscii e mi sedetti su una panchina poco distante dal commissariato. Ero sconvolta, non mi credevano ed era evidente che presto mi avrebbero arrestata, ne ero convinta. Mentre le lacrime scendevano copiose dai miei occhi, vidi un fazzoletto bianco accanto al mio viso e seguendo la mano notai che a porgermelo era lo stesso uomo che avevo visto in sala di attesa.
"Piacere sono l’avvocato Marco Matera” quelle parole mi fecero sorridere senza pensarci. Parlai con lui come non avevo ancora fatto con nessuno fino a quel momento. Avevo proprio bisogno di sfogarmi. “ La sua storia è molto strana, ma mi piace”. A quelle parole restai sconvolta, come poteva piacergli la mia storia? “ Mi spiego meglio” continuò “come le ho detto sono un avvocato e il suo caso mi interessa, se le va potrei seguirla io, questi sono i miei recapiti, ci pensi”. Io asserii e mi alzai, incamminandomi verso casa, non sapevo cosa fare, ma non avevo nemmeno molta scelta e forse quell’ incontro lo aveva voluto il destino e a me non restava che accettarlo.
 
RACCONTO A PUNTATE DI ROSARIA RUSSO

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