giovedì 11 maggio 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Quinta parte




Uscii di corsa da quella che non sentivo più essere casa mia. Avevo ancora strette nella mani quelle fotografie assurde che non avevano alcun senso ma che stavano ormai minando la mia mente quasi portandomi a credere di aver fatto qualcosa che non ricordavo. Mi sentivo osservata, come se tutti coloro che fossero in strada mi osservassero e additassero come si faceva in passato con una strega. Non sapevo cosa fare, ogni mio gesto sarebbe stato sbagliato. Distruggerle non era la scelta giusta ma di sicuro nemmeno tenerle, e nemmeno andare alla polizia. Avrebbe dato loro un’ammissione di colpevolezza. Provai a farle entrare nella tasca della giacca ma proprio facendo quel movimento cadde un biglietto, era quello dell’avvocato Matera. Lo chiamai con voce terrorizzata e dall’altro capo mi rispose una persona intenzionata solo a tranquillizzarmi. Non potevo spiegargli telefonicamente cosa fosse successo ma gli dissi che avevo assolutamente bisogno di parlargli. Era sera e lui non si trovava in studio ma mi indicò dove fosse casa sua, non distante da dov’ero in quel momento. Continuai a camminare come un automa mentre la mia testa macinava pensieri. Mi chiedevo come fosse possibile che la vita di una persona potesse cambiare da un momento all’altro senza una ragione precisa. Spesso mi ero ripetuta che avevo sbagliato solo a raccogliere quel plico da quella maledetta panchina, ma poi compresi che dietro tutto questo c’era ben altro. L’odio di una persona a me sconosciuta, che stava facendo ogni cosa, anche quella più assurda per farmi apparire un’assassina. Quando Marco aprì la porta gli saltai al collo. Non lo avrei mai fatto di norma ma in quel momento avevo bisogno di un contatto e di un conforto. Lui ricambio ma era evidentemente imbarazzato. Mi fece sedere sul divano e prese le foto che le porsi. “ In tanti anni che faccio questo mestiere non mi era mai capitata una cosa del genere. E’ davvero una storia incredibile, ma sei sicura che non la conoscevi affatto?” chiese. “Certo che sono sicura ma se non è quello che pensi anche tu, inutile che resti qui, grazie lo stesso”. Stavo per alzarmi ma una mano poderosa me lo impedì. “Non volevo ferirti. Sono sicuro che se ci impegniamo ogni dettaglio comporrà il puzzle. Ora ti preparo una tisana e ci mettiamo subito al lavoro”. “Scusa posso andare un attimo in bagno?” lui asserì e mi indicò la strada. Sentivo gli occhi pieni di lacrime, dovevo assolutamente rinfrescarmi un attimo. Il bagno mi colpì. Era semplice ma accogliente. Aveva piastrelle color pesca e un arredamento che sembrava avere una mano femminile. La presenza di una donna che non avevo notato nel salone lì era chiarissima. Anche sul lavandino notai due spazzolini e anche alcuni prodotti di cosmesi certamente non di un uomo. Probabilmente aveva una compagna che veniva spesso a stare da lui. Continuai a lavarmi il viso ma mi colpì un accappatoio appeso alla porta e riflesso allo specchio. Era rosa pallido accanto ad un altro grigio. Aveva una scritta ricamata in rosso nella parte sinistra. Mi avvicinai e mi sentii male nel leggere “Eva”. Mi guardai intorno cercando altri indizi e trovai dei piccoli fazzoletti bianchi e ricamati con le iniziali E ed R, ovviamente Eva Ranieri. Poi di colpo nella mia mente apparve una immagine che in quei giorni avevo rimosso, forse ritenendola poco importante. Quando Eva era seduta su quella panchina a un certo punto porse un fazzolettino a lui. Da come lo muoveva era evidente fosse di stoffa e non di carta. Un flash che insieme all’accappatoio dimostrava una sola cosa: Marco ed Eva si conoscevano.

RACCONTO A PUNTATA DI ROSARIA RUSSO

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