giovedì 18 maggio 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - sesta parte




“ Va tutto bene?” Marco era fuori al bagno e si dimostrava allarmato dalla mia lunga permanenza. A quel punto non ci vidi più, presi il fazzolettino e glielo sventolai in faccia. “Che significa?” chiesi irritata. “ È un semplice fazzoletto, non capisco cosa ci sia di strano” rispose con freddezza invidiabile. “Basta bugie, tu non sei entrato per caso nella mia vita e nemmeno in questa storia, tu conoscevi Eva, e molto probabilmente l’hai uccisa”. Mi aspettavo che negasse, che dicesse altre bugie, e invece no, cominciò a confessare tutto, senza alcun problema. “Credimi, non è nulla come sembra, è stata Eva a fare tutto” Io rimasi allibita, non credevo alle mie orecchie. “Cioè. Si è suicidata?” “Non proprio. Io amavo Eva, da anni, sapevo tutto di lei, mi piaceva osservarla, anche quando non mi poteva vedere, ma lei non mi ha mai considerato, ero un’ombra di passaggio. Ma poi qualcosa è cambiato. Quando suo padre è morto mi capitò di incontrarla, come accadeva prima, ma questa volta fu lei ad avvicinarmi. Cominciammo a frequentarci e dopo poco venne a vivere da me, ma poi capii perché era successo”. Si fermò un attimo e riprese fiato, era sconvolto, anche se tentava di nasconderlo. “Un giorno mi raccontò una storia, che riguardava suo padre. Era giovane, ma già sposato e con una figlia. Si innamorò di una donna, ma anche lei era sposata. Tuttavia perse completamente la testa, avrebbe lasciato tutto per lei, ma non la sua amante, che al contrario lo considerava solo un passatempo. Era ricca e non aveva alcun rispetto per gli altri. Lo lasciò senza alcuna pietà. Lui provò a rimettersi insieme ma non ci fu nulla da fare. Così l’unica scelta logica fu quella di tornare dalla sua famiglia, ma tutto andò in rovina. La moglie morì dopo poco e lui cadde in depressione. Una depressione forte che è durata anni, lunghi anni durante i quali l’unica a stargli vicino è stata sua figlia fino al momento in cui lui ha deciso di mettere la parola fine, togliendosi la vita. Eva conosceva la verità , suo padre gliela aveva raccontata e nonostante la rabbia, lei riuscì a perdonarlo, a perdonare lui ma non quella donna”. “Ma questo cosa c’entra con me?” chiesi ingenuamente. “ Il nome di quella donna era Barbara Tavelli, ti ricorda qualcuno?” Mia madre, mia madre era stata l’amante del padre di Eva. “Ma lei è morta molti anni fa” dissi. “ Già, Eva questo lo ha scoperto e allora ha pensato bene di punire te, dopotutto le colpe dei padri, in questo caso delle madri, ricadono sui figli” pronunciò quelle parole con grande convinzione, come se fossero giuste. Abbiamo organizzato tutto, conoscevamo le tue abitudini, il fatto che andassi ogni pomeriggio al parco dopo il lavoro. Anche inserirci nella tua posta elettronica non è stato difficile. La tua curiosità era evidente, avresti sicuramente preso quel plico e soprattutto chiamato quel numero. Ma non potevamo limitarci a questo. Nei mesi precedenti abbiamo creato ad arte tutto il resto, le foto fuori la palestra, quelle rubate di Eva, ogni minimo particolare.” “ Ma come hai fatto ad entrare in casa mia?” A questo punto rise, in maniera liberatoria “Aprire una serratura non è affatto complesso come si crede. Quella sera dopo aver rubato il plico dalla tua borsa abbiamo organizzato l’omicidio. In un vicolo, tutto doveva far pensare ad un incontro con l’assassino, ossia tu. Il dolore che ho provato nell’affondare quella lama, nessuno potrà mai immaginarlo. Prima di chiudere gli occhi, definitivamente, pronunciò un’ultima parola, grazie. Mi ringraziava per averla uccisa”. A quel punto scappai, corsi via da quell’appartamento e mi precipitai a casa. Dovevo preparare i bagagli e andarmene. Raccolsi quello che trovai a portata di mano, misi tutto in una valigia e mi accinsi ad uscire quando bussarono alla porta. “Polizia, aprite” una voce, che riconobbi, era quella del commissario, mi stava chiedendo di aprire, oppure avrebbero sfondato la porta. Quando aprii ero evidentemente sconvolta e non fu difficile notarlo. Mi mostrarono un mandato di perquisizione e in un attimo molti agenti si riversarono in ogni piccolo angolo della casa. “Ma perché siete qui, non sono io l’assassina di Eva Ranieri, è stato Marco Matera, è lui che dovete arrestare.” Parlavo ma erano talmente tante le lacrime che le parole mi si bloccavano in gola. E poi nessuno mi dava ascolto. Sentii una voce maschile provenire dalla camera da letto. “ Commissario, voleva scappare, ecco la valigia”. Non ebbi nemmeno il tempo di replicare che un altro agente arrivò con in mano un oggetto chiuso in un canovaccio. Lo consegnò nelle mani del commissario che aprendolo fece uscire un coltello. Era pulito ma era evidente che fosse quello che aveva colpito Eva. A quel punto non sapevo più cosa fare, cosa dire. Ero rovinata per sempre.

0 commenti:

Posta un commento