martedì 21 novembre 2017

Recensione: L'incubo di Hill House, Shirley Jackson - Edizioni Gli Adelphi



Shirley Jackson, scrittrice  e giornalista statunitense del secolo scorso, da qualche anno sta vivendo una nuova popolarità. La sua produzione letteraria si concentra prevalentemente in racconti brevi, per i quali ottenne  diversi riconoscimenti tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta. I suoi romanzi di maggior successo, “Abbiamo sempre vissuto nel castello” (1962) e “L’incubo di Hill House (1959), la consacrarono alla fama definitiva in patria. Rimase però sempre una scrittrice d’èlite, riservata ad un pubblico raffinato, fino a quando nel 2007 viene istituito a suo nome un prestigioso premio letterario che diffonde la sua fama a macchia d’olio. Il “Shirley Jackson Award” è il  premio annuale per la letteratura horror, dark e di suspense psicologico che negli Stati Uniti è diventata negli anni una vera e propria istituzione. Ma è il contributo di Stephen King, suo profondo estimatore, ad essere decisivo per l’incremento della  popolarità della scrittrice.  Quello che negli anni sessanta rimase un fenomeno di nicchia, riservato ai connazionali appassionati del genere gotico/psicologico, grazie alle dichiarazioni di King travalica l’oceano accendendo la curiosità dei suoi innumervoli lettori. L’autorevolezza di uno scrittore di culto come Stephen King segna inevitabilmente un punto di svolta nella fama postuma della Jackson:  in Italia la casa editrice Adelphi comincia nel 2012 a dare alle stampe le sue opere più celebri, le quali ottengono rapidamente  un ampio consenso. Stephen King  ha dichiarato di essere stato ispirato dai racconti della Jackson in più di un’occasione,   affermazione che trova facile riscontro in molti dei suoi romanzi più famosi. Mi viene in mente, uno su tutti, “Shining” : claustrofobico ed angosciante, ha molti tratti in comune con “L’incubo di Hill House”. Prima di parlare del romanzo è bene conoscere almeno sommariamente la vita dell’autrice, perché le sue vicende personali influenzarono enormemente i suoi scritti. Shirley Jackson fu tragicamente segnata da traumi infantili importanti, che la resero psicologicamente fragile ed inquieta. Finì tra le braccia di un marito sbagliato, al quale si aggrappò in cerca pace e protezione, ottenendo invece in cambio solo altre umiliazioni. La supportò nel suo lavoro di giornalista e scrittrice perché aveva fiducia nelle sue capacità, ma l’infedeltà continua di lui insieme agli irrisolti problemi con la madre la portarono ad abusare di tranquillanti, anfetamine ed  alcol. Un percorso difficile, lastricato di paure e fobie che sfociarono infine in un brutto esaurimento nervoso, dal quale si riprese lentamente. Non fece però in tempo a godersi la ritrovata libertà mentale, perché un infarto la colse nella notte a soli 48 anni. Shirley Jackson fu una donna molto sfortunata, vittima di abusi piscologici che costituirono l’imprinting di tutte le sue opere: il rifiuto della madre, il maschilismo retrogado del marito, un ruolo di moglie e di madre dal quale si sentiva schiacciata crearono dentro di lei una prigione mentale ed una condizione di sudditanza psicologica che non le permise mai di sentirsi realizzata ed appagata,  nemmeno dal proprio lavoro.
La protagonista di questo romanzo è Eleanor Vance, una ragazza  con alle spalle un passato infelice, permeato di solitudine e dolore. Per anni costretta ad accudire la madre malata, una volta morta la genitrice decide di dare una svolta alla sua esistenza rispondendo all’annuncio del professor John Montague. Il professore, laureato in antropologia e appassionato studioso di fenomeni paranormali, decide di prendere in affitto l’antica ed isolata dimora di Hill House perché infestata da strane presenze. Il suo progetto di ricerca prevede l’ausilio di alcuni volontari dotati di particolari abilità psichiche, ma il gruppo iniziale composto da  cinque prescelti si riduce a tre: Luke Sanderson, nipote dell’attuale proprietaria della villa, l’artista Theodora ed infine Eleonor, entrambe con  esperienze paranormali alle spalle. Eleonor infatti è convinta di aver sentito sua madre chiarmarla durante la notte, invocando il suo aiuto, quando oramai era morta da giorni. Theodora è esuberante ed eccentrica, mentre Eleanor è timida ed insicura ed ancora profondamente turbata dalla morte della madre, della quale si sente in qualche modo responsabile. Comincia così questa storia, una storia di fantasmi ricca di elementi gotici che è considerata giustamente un caposaldo della letteratura di genere. I primi giorni scorrono senza che accada nulla, ma proprio quando l’esperimento ristagna e la permanenza degli ospiti a Hill House sembra essere nulla più che un banale soggiorno in una vecchia dimora di campagna, qualcosa comincia a strisciare all’interno, ad insinuarsi  nei meandri delle antiche mura, qualcosa di vivo e malvagio che lentamente, ora dopo ora, comincia ad intaccare la stabilità mentale degli occupanti. La Jackson è avara di dettagli orrorifici e punta tutto sull’immaginazione, stimolando la paura attraverso ciò che – appositamente – non viene rivelato. E’ la suggestione a dominare il racconto, un’ inquietudine che viene continuamente alimentata da avvenimenti  scientificamente inspiegabili, quanto meno non del tutto. Attraverso un’abile  prosa ad effetto,  l’autrice fa oscillare pagina dopo pagina i suoi protagonisti tra normale e paranormale, tra l’elemento razionale e quello sovrannaturale confondendo, stordendo, disorientando. Anche le dinamiche all’interno del gruppo si modificano in continuazione, fino a quando convergeranno in un’unica direzione: l’allontanamento forzato di Eleanor, giudicata da tutti oramai troppo instabile mentalmente per proseguire con l’esperimento. E’ Eleonor infatti la vittima prescelta dalle sinistre presenze che abitano la casa, una dimora antica come antichi sono i demoni che la popolano. Non già creature spaventose con le sembianze dei mostri dell’infanzia, ma un’entità maligna  che riesce ad insinuarsi nelle menti più labili, fino a possederle del tutto. E’ la casa stessa a volere Eleonor, la povera, indifesa, triste e sola Eleonor che lentamente impazzisce, perdendo la percezione di sè stessa e sentendo Hill House come se fosse il suo corpo:  “E’ dentro di me, è nella mia testa, ed ora esce, esce, esce…” 
Cosa differenzia questo romanzo così datato da tutti gli altri capolavori di genere? Prima di tutto il background psicologico della scrittrice  fornisce la base ideale per un’opera gotica: gli stereotipi ci sono tutti, e nonostante attingano a piene mano dal suo vissuto la Jackson riesce a  giocarci con grande abililtà. L’eroina infelice, psicologicamente fragile e disturbata non è altro che la proiezione di sè stessa. Secondariamente, ma non per importanza, la Jackson utilizza una prosa pressochè perfetta. Si potrebbe trovare  da ridire sulla trama scarna o sul ritmo poco incalzante, ma è proprio nell’apparente staticità degli accadimenti che Hill House – in realtà – si muove. Le scene di stasi e di descrizione del paesaggio risultano essere perfino più angoscianti di quelle in cui si manifesta il paranormale, grazie ad una tecnica narrativa da dieci e lode che riesce a creare eccezionali suggestioni. Si ha sempre la sensazione che qualcosa di terribile stia per accadere, strisciando intorno ad Eleonor, fuori e dentro di lei, anche quando semplicemente osserva il tramonto o cammina lungo il sentiero che conduce alla casa.
Nonostante sia universalmente riconosiuto come un capolavoro, questo romanzo ancora oggi non è immune da pesanti critiche e c’è perfino chi , appassionato di horror spiccio, lo trova noiso ed inconcludente, prolisso e al tempo stesso pieno di buchi nella trama. Probabilmente non siamo abituati a trovare tanta profondità in una storia di fantasmi e di paura, e la cosa forse può   essere fuorviante. “L‘incubo di Hill House” è prima di tutto una storia di solitudine estrema,  straziante e crudele, raccontata con una raffinatezza ed una eleganza inusuale. Il terrore, la paura e l’angoscia arrivano quando la sofferenza ed i conflitti interiori hanno già spezzato in due la vita dei protagonisti, prendendosi quel che resta. Il messaggio di fondo è uno solo, una verità incontrovertibile: sono i nostri fantasmi interiori quelli che fanno più paura, assai più spaventosi e crudeli di quelli che popolano le case infestate.


TITOLO; L'INCUBO DI HILL HOUSE
AUTORE: SHIRLEY JACKSON
CASA EDITRICE: GL ADELPHI
PAGINE: 233

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venerdì 17 novembre 2017

Recensione: Strade di notte, di Gajito Gaznadov



Per chi già ha conosciuto ed amato Gajito Gazdanov in “Incontrarsi a Parigi”, in questo romanzo troverà la riconferma del suo grande talento letterario, che oggi grazie all’opera della casa editrice Fazi sta tornando alla luce. Gazdanov ha una vicenda molto particolare alle spalle, che vale la pena ricordare anche per comprendere meglio l’anima  delle sue opere. Nacque a San Pietroburgo agli albori del 1900, e dopo aver trascorso la giovinezza in Siberia ed Ucraina prende parte alla guerra civile russa arruolandosi nelle file dell’armata bianca. Nel 1920, in seguito alla sconfitta dei controrivoluzionari, fu costretto all’esilio e si rifugiò a Parigi. Qui Gaznadov conduce un’esistenza precaria, svolgendo innumerevoli lavori che non gli permisero mai di coltivare a tempo pieno il suo talento letterario. Tra le varie mansioni che svolse in gioventù  vi fu anche quella di tassista notturno, e sarà  proprio questa l’esperienza da cui  trarrà ispirazione per comporre “Strade di notte”. Le strade che ripercorre scrivendo sono quelle che una notte dopo l’altra l’hanno portato ad attraversare  il cuore nero di Parigi, quello popolato da miserabili e reietti, prostitute ed alcolizzati cronici capaci di sperperare tutto il guadagno di un mese  in un solo night club. La città vista attraverso i suoi occhi è nuda e scarna, è una giostra che ha finito la sua corsa e che non ha nulla del fascino de La Ville Lumière. E’ un altro sguardo quello che  ci offre Gaznadov, forse più sincero, sicuramente del tutto impermeabile alle suggestioni che Parigi offre ai suoi avventori. E’ uno sguardo distaccato, intriso di una invincibile nostalgia per la sua amata Russia che lo accompagna costantemente, fino a quando giunge l’ora di caricare anche l’ultimo vagabondo di Les Halles. Prima di prendere la licenza come tassista Gaznadov lavorò nella fabbrica della Renault per qualche tempo, ma dopo poco si licenziò perchè non riusciva a sopportare  quell’esistenza da topo in gabbia, fatta di giornate sempre uguali, scandite dal suono della sirena ed inframmezzata da qualche sigaretta fumata insieme ai colleghi. Non riusciva a comprendere come facessero gli altri  operai a trascorrere una vita intera in quelle condizioni di staticità e di monotonia  che tanto facevano a cazzotti con la sua natura curiosa e ricca di sfumature. Il lavoro di tassista notturno gli permetteva se non altro di entrare in contatto con altri esseri umani, uomini e donne sull’orlo del baratro che però muovono qualcosa dentro di lui. Sono, in fondo, i molti  riflessi di sè stesso, la compagnia perfetta per la sua solitudine, una  consolazione alla sua tristezza di esule.  Gaznadov riconosce nelle loro storie in bilico una disperazione che li è familiare,  in grado di donargli un conforto di cui ha assoluto bisogno. Non è necessario ascoltare le loro storie per conoscere le loro vite, non sempre: all’autore basta soffermarsi ad osservare i loro visi erosi dal tempo, inespressivi, rassegnati a non avere più prospettive, capaci solo di vivere il momento con un’intensità spaventosa, al tempo stesso tragica ed affascinante.
Qualcuno inevitabilmente attira più di altri la curiosità dell’autore, spingendolo a cercare la loro compagnia anche quando la corsa finisce: è così per la Raldi, una prostituta ormai sul viale del tramonto che ai tempi de La Belle Epoque era la più desiderata di Parigi, corteggiata da uomini ricchi e potenti, a cui ora non resta che qualche misero orpello a ricordarle i fasti di una vita passata.  E poi c’è Platone, un alcolizzato che Gaznadov incontra praticamente tutte le notti, alcune volte per caso, altre per scelta: è un uomo colto, che ama parlare di filosofia e che non ha nessuna speranza di redimersi. Forse, nemmeno la cerca. Una donna ed un uomo allo sbando, loro come  tanti altri che Gaznadov osserva dallo specchietto retrovisore, o sul ciglio della strada mentre aspettano di essere trascinati ancora un po’ lungo le strade buie dei quartieri suburbani. Ogni notte queste creature incosapevolmente umane cercano la forza per andare avanti dissolvendosi tra bettole fumose e squallidi caffè, prima che il giorno li respinga ancora una volta nei bassifondi, inchiodati all’angolo dallo sguardo impietoso della gente perbene. Il senso di questo romanzo è tutto qui: offrire a noi lettori una prospettiva diversa, aiutarci a comprendere come la vita sia spesso attraversata da un gomitolo di strade malamente illuminate, come quelle che percorre lui ogni notte, così diverse dai lussureggianti boulevard del centro, ma non per questo meno degne di essere percorse. Ognuno dei suoi avventori ha una storia alla spalle che merita di essere raccontata ed ascoltata, da cui trarre profondi insegnamenti a dispetto delle apparenze: quello che Gaznadov impara, e noi lettori  con lui, non è altro che la vita stessa, con i suoi percorsi tortuosi, i suoi successi e le sue rovinose cadute, spesso annunciate ed inevitabili, alle quali assistiamo impotenti.

” Ricordo in eterno il viso di una donna che ho incrociato una volta soltanto, tengo a mente per anni emozioni e pensieri di una singola giornata. L’unica cosa che dimentico con facilità sono le formule matematiche, le trame e i contenuti dei libri e manuali letti nel tempo. Le persone, invece, le ricordo tutte quante, anche se la stragrande maggioranza di loro non ha avuto alcun ruolo nella mia esistenza “


TITOLO: STRADE DI NOTTE
AUTORE: GAJITO GAZNADOV
CASA EDITRICE: FAZI
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017
PAGINE: 200

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lunedì 13 novembre 2017

Recensione: Profumi perduti, di Charlotte Link - Tea Edizioni


"Profumi perduti" è il secondo episodio di una saga familiare pubblicata da Charlotte Link diversi anni orsono. Acquistai compulsivamente tutti e tre i volumi perché Charlotte Link è tra le mie autrici preferite, ed ero praticamente certa che mi sarei buttata a capofitto in una storia affascinante e bellissima, a cui avrebbe fatto da sfondo quasi un secolo di storia europea. Bene! Cosa volere di più? Ed invece quella prima lettura si rivelò un mezzo fallimento: Venti di tempesta, a parte la perfetta trasposizione letteria degli avvenimenti storici che tessono i fili della trama, c'era poco altro di interessante. In particolare la protagonista, una giovane tedesca dell'alta borghesia, mi era rimasta letteralmente indigesta. Felica Donnelly, rampolla arrogante ed egoista, mi era parsa la copia mal riuscita della più grande eroina romanzesca di tutti i tempi: Rossella O'Hara. Questo parallelismo, sicuramente voluto dall'autrice, non ha reso giustizia alla sua protagonista, anzi, trovo che l'abbia penalizzata come non mai. Contesa da due uomini estremamente diversi tra loro, è anticonformista e caparbia al limite del sopportabile, ma ha in dote un grande fascino grazie al quale riesce a soggiogare una quantità di uomini imbarazzante per quei tempi. Tutti, indistintamente, sono pronti a stenderle il tappeto rosso quando noi lettori vorremmo invece solo  prenderla a schiaffi.
Ogni volta che il suo sex appeal aggancia il malcapitato di turno, la Link insiste noisamente ed inutilmente sulla descrizione dei suoi occhi grigi e freddi: talvolta sono  come l'acciaio, altre come il mare in burrasca, altre ancora come canne di fucile pronte a sparare, e chi più ne ha più ne metta. Sono il tratto distintivo delle donne della famiglia Donnelly, e come tale ce lo porteremo dietro anche nel seguito che mi accingo a recensire. E, se tanto mi da tanto, anche nel terzo episodio della saga troveremo sicuramente qualche donna della famiglia che ci ammorberà coni suoi straordinari occh.
Questo secondo episodio, che mi ero ripromessa di non leggere ma che invece dopo anni ho deciso di affrontare, non ha deluso le mie aspettative di partenza, che erano per l'appunto medio basse. Lo scenario storico logicamente è cambiato, gli anni sono passati e ritroviamo Felicia nel pieno della sua maturità. Ha 42 anni, è madre di due figlie grandi, Susanne e Belle, ed entrambe l'hanno resa nonna. L'attenzione ora si sposta da Felicia alle figlie, in particolare Belle sembra essere la sua copia esatta: possiede infatti lo stesso fascino ambiguo della madre, la stessa freddezza e lo stesso egoisimo e, soprattutto, gli stessi occhi grigi (aridaje) che faranno capitolare una nuova generazione di uomini. Susanne sposa un membro delle SS e pare priva di una volontà propria, ragione per cui resterà molto marginale alla storia. Ottenebrata dalla propaganda nazista del marito non si rende  pienamente conto di cosa significhi servire il Furher. Cercherà fino alla fine di dare al marito a alla Germania un figlio maschio,  invece partorirà tre femmine una dietro l'altra  e sarà vittima di un matrimonio infelice. Belle invece sposa Max, un attore berlinese, ma a pochi mesi di distanza dal matrimonio si invaghisce di Andreas, imprenditore senza scrupoli bello e dannato che diventa il suo amante.  Belle a differenza della sorella ha un carattere fiero ed indomito, e pertanto destinata a diventare la protagonista principale del romanzo:  a lei viene affidato lo scomodo ruolo di eroina ribelle e volitiva, tenace e battagliera. Non solo Belle è identica alla madre fisicamente e caratterialmente, ma la Link le costruisce via via un vissuto che è praticamente il copia incolla di quello di Felicia. Ma perché? Non si poteva trovare qualcosa di diverso per Belle, che di mestiere fa l'attrice e non l'imprenditrice? Niente da fare, tocca rivivere le stesse scene di passione amorosa, di struggimento interiore e di sentimenti dilaniati, con questi occhi grigi che ogni tre per due saltano fuori a perseguitarci. Un altro appunto che sento di dover fare mio malgrado è l'inusitata lunghezza di alcune pagine nient'affatto funzionale alla storia, utili  solo ad allungare il brodo e a dilatare la tensione degli avvenimenti che ne fanno da sfondo. Con duecento pagine in meno avrebbe avuto un ritmo più incalzante, le melensaggini sarebbero state ridotte al minimo indispensabile ed i continui richiami alla felicità domestica di Lullin,  la splendida tenuta di famiglia  situata nella Prussia Orientale a cui Felicia e le sue figlie sono così legate, sarebbero stati decisamente più godibili e meno stucchevoli. I paesaggi della campagna prussiana sono descritti in modo impeccabile, ma la troppa insistenza fa perdere pathos ai ricordi felici  di Felicia e delle sue figlie. Lullin rappresenta la bellezza autentica, la spensieratezza, la pace e la quiete interiore a cui sempre si poteva fare ritorno, ma i tempi sono cambiati irrimediabilmente e  l'orrore della guerra travolgerà anche quell'ultimo baluardo di felicità, portandosi via la storia di una famiglia intera. Una storia che Felicia, tornata protagonista verso la fine del romanzo, proverà a ricostruire grazie al suo spirito battagliero ed indomito, fiaccato dagli eventi ma ancora animanto da una  fiammella di speranza.
La Link è un'autrice da dieci e lode e lo dimostra anche in questo romanzo, nonostante le evidenti falle e tutte le critiche che si possono fare. Il suo stile è sempre una garanzia,  sa creare vere e proprie magie letterarie e da vita a personaggi che, antipatia o simpatia a parte, sembrano donne e uomini in carne ed ossa, con la loro inconfondibile fisionomia, la loro accurata costruzione psicologica e il proprio vissuto. Non sono figure statiche, ma seguono una loro evoluzione e non tradiscono mai la loro natura: questo è un aspetto importante, perché è l'unico elemento che è in grado di conferire verosimiglianza ad una saga familiare e che permette al lettore di immedesimarsi in tutto e per tutto. Anche l'ambientazione è molto ben riuscita, con una  ricostruzione storica da applauso.  Senza dubbio è stato questo aspetto a farmi apprezzare un romanzo che tutto sommato non ha nulla di eccezionale, trasportata dalla tensione e dalla drammaticità degli eventi bellici. Sono diversi i personaggi che incontriamo proseguendo con la lettura, ed ognuno di loro ha un ruolo ed un approccio differente rispetto a quello che sta accandendo a Berlino: Felicia non prende mai posizioni ufficiali ma detesta Hitler e si rifiuta di eseguire il saluto nazista, nonostante il genero sia un importante membro del Reich. Segue la sua indole e fa quello che ritiene giusto, offrendo riparo ad ebrei fuggiaschi e tacendo su quello che sa. Il suo ex socio in affari si adopera per offire loro passaporti e lavoro oltre oceano, in modo che possano fuggire negli Stati Uniti, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Max, il marito di Belle, sarà costretto a partire per la campagna di Russia, assistendo con i propri occhi all'orrore dentro l'orrore, partecipe di una sconfitta di cui in Germania non si doveva parlare e che gli lascerà strascichi terribili. C'è poi Claire, una giovane e mite donna francese che, dilaniata per la morte del figlio ad opera dei tedeschi, diventerà una partigiana e troverà la sua ragione di vita nell'eccidio del suo nemico. Le voci narrative si elevano molteplici durante il racconto, dando risalto ad un aspetto della guerra di cui forse si parla poco nei libri di storia: per la prima volta infatti mi è capitato di ascoltare il punto di vista del popolo oppressore, di una germania vittima anch'essa della follia di Hitler nonostante fosse la culla dell'orrore nazista. Uomini costretti ad assecondare i deliri di onnipotenza di un pazzo, dati in pasto all'inverno russo senza nessuna concreta possibilità di vincere, una Berlino che da quartier generale del terzo Reich si trasforma in un ammasso di cenere, dilaniata dalle bombe, ferita a morte nell'anima. Questa è la parte migliore del romanzo, ed è quella per la quale vale la pena leggerlo, nonostante le continue digressioni sugli occhi grigi delle donne di Lullin e le primavere prussiane.



TITOLO: PROFUMI PERDUTI
AUTORE: CHARLOTTE LINK
CASA EDITRICE: TEA
PAGINE: 521

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venerdì 3 novembre 2017

Recensione: La finestra dei Rouet, Georges Simenon - Gli Adelphi





Sono completamente soggiogata dal fascino dei romanzi di Georges Simenon. E’ come una droga, ne finisco uno e subito mi viene voglia di leggerne un altro, desiderosa di farmi trasportare ancora da quell’onda emotiva che solo la sua penna è in grado di creare. E’ difficile oramai aggiungere aggettivi per descrivere la bravura di Simenon, perché anche la parola “capolavoro” ha un suo limite, ed in questo romanzo secondo me l’ ha  ampiamente superato.  Non ci si deve aspettere una grande trama, ma questo i lettori affezionati di Simenon oramai l’hanno  capito; è un consiglio che mi sento di dare piuttosto ai novizi, a coloro che per la prima volta affrontano una lettura simile oppure a chi non ha ancora compreso l’intima natura di questo scrittore. La forza dei suoi romanzi non sta nelle vicende narrate, sempre ridotte all’osso, ma nell’accurata introspezione psicologica dei suoi protagonisti. Le descrizioni fisiche sono rarissime eppure quasi sempre abbiamo la netta percezione delle fisionomie dei suoi personaggi, ed una chiara visione del mondo che abitano: attraverso descrizioni affilate e precise come la lama di un bisturi, Simenon concentra l’attenzione sugli sguardi, sulla gestualità, su rituali quotidiani che rivelano molto più di quello che potrebbero fare le parole. Sembrano quasi schizzi a matita su un foglio bianco, linee pulite ed essenziali che racchiudono il significato di una vita intera, uomini e donne con il loro vissuto, il loro presente, schiavi di desideri irrealizzati e di pensieri incoffessabili. I protagonisti di Simenon sono sempre tormentati, malinconici ed irrisolti ma al tempo stesso fremono di vita e di passione, hanno l’urgenza fisica degli amanti ma potrebbero passare ore ad osservare la pioggia battente dall’interno di un bistrot, senza nemmeno guardarsi negli occhi. Ecco, non so se ho reso l’idea di chi andiamo ad incontrare leggendo Simenon. Sicuramente è facile immedesimarsi nelle sue storie, perchè parla di sentimenti universali che travalicano le mode, e per questo destinati a restare immortali. In fondo sono tutti romanzi risalenti agli anni quartanta, eppure non c’è nulla nella struttura narrativa che resti vincolato ad un’epoca e a quella soltanto. Sono pagine in movimento, si adattano alle nostre sensazioni, si insinuano nel nostro vissuto, empatizzano con i nostri pensieri e nessuno farà mai caso se si parla di telefoni a gettoni, di cappelli grigi e di soprabiti bagnati di pioggia in attesa dell’ultimo taxi notturno.  I dettagli resteranno di secondaria importanza, si trasformeranno in oggetti  più moderni, ma continueranno a trascinarci con la stessa forza narrativa dentro la storia. Questo romanzo parla di solitudine, uno stato d’animo che tutti conosciamo, il più universale dei sentimenti. La protagonista è Dominique, una donna di quarant’anni con un passato infelice ed un presente fatto di povertà e di abbandono. Si sente già vecchia, eppure il suo corpo ancora vergine trasuda di desiderio e di carezze, come quelle che osserva con un misto di invidia e repulsione spiando dal buco della serratura la giovane coppia di sposi ai quali è stata costretta ad affittare una camera del suo appartamento. Indossa da anni lo stesso vestito ormai logoro e trascorre le sue giornate tre le pareti della casa paterna, tra una faccenda domestica e l’altra  e rare uscite fugaci. Suo padre era un generale dell’esercito, un uomo coriaceo e severo che Dominique non ha mai amato ma che ha dovuto accudire per anni prima che morisse. Ha cominciato così a costruirsi la sua prigione, sacrificando la sua giovinezza alle cure di un moribondo, sgusciando fuori dalla vita reale giorno dopo giorno. Il lascito paterno l’ha sperperato al gioco, ed ormai da due anni versa in uno stato di indigenza che non le permetterebbe di godersi la vita nemmeno se lo volesse. Ma cosa vuole Dominique in realtà? Si sente morta dentro, sfiorita, vecchia, insignificante…eppure. Eppure qualcosa cova sotto la cenere, una fiamma debole, un analito di vita quasi impercettibile che però la mantiene a galla, incitandola  a compiere azioni riprovevoli. Come quella di spiare l’intimità dei suoi  affittuari, o dei suoi dirimpettai, i signori Rouet. La finestra del suo appartamento si affaccia su un palazzo signorile, abitato da famiglie benestanti. Di fronte a lei ci sono i giovani Rouet, Antoinette e Hubert, vent’anni di differenza e una vita matrimoniale infelice. Hubert ha solo quarant’anni ma è molto malato, e i vecchi Rouet, che abitano al piano di sopra, gestiscono la vita della coppia come se fosse qualcosa di loro proprietà. Un giorno, mentre come di consueto Dominique osserva indisturbata i suoi dirimpettai, vede qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Hubert muore in seguito ad una crisi respiratoria, e da quel giorno tutto cambia irrimediabilmente. Dominique comincia ad essere ossessionata dalla giovane vedova, spia ogni suo movimento, ogni suo spostamento, ogni espressione del suo viso. Quello che all’inizio era una specie di gioco, una curiosità innocente,  si è trasformato in qualcosa di perverso e morboso che le  implode dentro,  lo stesso miscuglio di sensazioni rabbiose ed eccitate che prova quando sente i mugolii degli amanti nella stanza accanto. Antoinette, così giovane ed esuberante, così innamorata della vita, così femmina e sensuale diventa per  Dominique quello che lei non ha mai avuto il coraggio di essere. Si immedesima in lei, vive la sua vita, la pedina senza preoccuparsi di essere notata, anzi: vorrebbe che lei la riconoscesse, che le si avvicinasse, che le rivolgesse almeno una volta parole complici…perchè Dominique sa cosa è successo in quella stanza, sa che la morte di suo marito non è stata casuale. Il finale sarà inevitabile, prevedibile forse fin dalla prive pagine, ma non privo di emozione. Un destino che si compie tragicamente, una vita vissuta e terminata nella solitudine più desolante, perché ancora più desolante di un uomo solo c’è una donna sola. Una storia che mi è entrata dentro come un pugno, perchè più volte mi sono rispecchiata nei suoi gesti, nei suoi pensieri intrisi di malinconia, in quel senso di vuoto interiore contro cui non si può combattere. Perchè ci si può ribellare al dolore, ma al nulla no. Ha risvegliato in me sensazioni che avevo dimenticato, ricordandomi quanto labile e sottile sia il filo che tiene insieme i cocci di ognuno di noi, pronti a frangersi come cristallo non appena cadiamo vittima di storie sbagliate.
Mentre la solitudine di Dominique  ci soffoca pagina dopo pagina, sullo sfondo si muove una Parigi che è lo specchio delle sue inquietudini, con l’alternarsi delle stagioni ora roventi ora bagnate da una pioggia battente, il rumore del traffico notturno, i bistrot affollati, una città che freme di vita in cui  smarrirsi è un battito di ciglia.


TITOLO: LA FINESTRA DEI ROUET
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE: GLI ADELPHI
PAGINE: 177

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