sabato 30 gennaio 2016

Coffee break


"Si" continuò "per te valgo meno del tuo Ermes d'avorio o del tuo fauno d'argento: quelli ti piaceranno sempre, ma fino a quando io ti piacerò? Probabilmente fino al giorno in cui avrò la prima ruga. Adesso capisco che perdendo la bellezza, quale essa sia, si perde tutto: ecco quello che mi ha insegnato il tuo ritratto. Lord Enrico Wotton ha perfettamente ragione, la gioventù è l'unica cosa che meriti di essere posseduta. Quando mi accorgerò di invecchiare mi ucciderò". [...] "Questa è opera tua Enrico" disse il pittore amaramente. Lord Enrico si strinse nelle spalle: "Questo è il vero Dorian Gray, tutto qua".

                                                                       ***


Gli umili fiori di campo appassiscono, ma tornano poi a fiorire; il prossimo giugno l'avorno sarà dorato come adesso; tra un mese questa clematide sarà coperta di stelle purpuree e di anno in anno la verde notte delle sue foglie racchiuderà quelle stelle di porpora. Ma la nostra gioventù non torna mai indietro, il palpito di gioia che batte in noi a vent'anni si fa torbido, si indeboliscono le nostre membra, i sensi si corrompono. E noi degeneriamo in ripugnanti fantocci ossessionati dal ricordo di passioni di cui avemmo troppa paura e di tentazioni squisite a cui non osammo abbandonarci. Gioventù! Gioventù! Nulla vi è al mondo che valga la gioventù.
                                                                     ***
Non smettere. Ho bisogno di musica stasera. Mi sembra che tu sia il giovane Apollo e io Marsia che ti ascolta. Ho i miei dolori, Dorian, dolori di cui non sai nulla. La tragedia della vecchiaia non è l'essere vecchi, ma l'essere giovani. La mia sincerità a volte mi stupisce [...] Mio caro ragazzo tu cominci a moraleggiare. Presto ti dedicherai alla conversione delle anime e al risveglio religioso degli spiriti, mettendo in guardia il mondo contro tutti i peccati di cui ti sei stancato. Sei troppo incantevole per farlo. Inoltre, è inutile. Tu ed io siamo quello che siamo, e saremo quello che saremo. Quanto al fatto di essere avvelenati da un libro, è una cosa che non sta né in cielo né in terra. L'Arte non ha alcuna influenza sull'azione. Annienta il desiderio di agire. È superbamente sterile. I libri che il mondo chiama immorali sono libri che mostrano al mondo la sua vergogna. Ecco tutto.

Sfogliando "Il ritratto di Dorian Gray", di Oscar Wilde

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giovedì 28 gennaio 2016

Recensioni spot - Zanna Bianca, di Jack London - Edizioni Feltrinelli



"Zanna Bianca"  non è solo un libro per ragazzi, nè tantomento solo un libro per gli amanti della natura e degli animali, come spesso è stato etichettato. Per quanto mi riguarda, è un libro difficile da commentare perchè in 40 anni nessuno dei tanti, tantissimi libri che ho letto mi aveva mai toccato così nel profondo. Questa è la meravigliosa storia di un cucciolo di lupo e della sua lotta per la sopravvivenza nelle terre desolate dell'America del Nord, un percorso di crescita che London ci racconta attraverso gli occhi stessi di Zanna Bianca. Ma pagina dopo pagina, mentre prendiamo parte con trasporto e autentica commozione alla vita del piccolo lupacchiotto ci accorgiamo che Zanna Bianca è in realtà una toccante metafora sulla condizione dell'uomo. Esiste una semplice e fondamentale legge che regola l'universo da migliaia di anni: l'odio genera odio, e l'amore genera amore. Sempre. Da leggere, conservare, regalare.

Un breve estratto:
 Quale che fosse la sua forza fisica e morale, Zanna Bianca soffriva di una particolare debolezza.
Non poteva sopportare di essere deriso.
Il riso degli uomini gli era odioso.
Potevano ridere fra loro di qualunque argomento volessero, purché non si trattasse di lui. Perché allora veniva invaso da un'ira tremenda.

Titolo: Zanna Bianca
Autore : Jack London
Casa Editrice: Ginko
Pagine: 112
Traduttore: Vezzi A.

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lunedì 25 gennaio 2016

Incipit - L'ombra del vento, di Carlos Luis Zafon - Edizioni Mondadori



Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano le prime giornate dell'estate del 1945 e noi passeggiavamo per le strade di una Barcellona prigioniera di un cielo grigiastro e di un sole color rame che inondava di un calore umido la rambla de Santa Mónica.
«Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.»
«Neanche alla mamma?» domandai sottovoce.
Mio padre sospirò, offrendomi il sorriso dolente che lo seguiva sempre come un'ombra.
«Ma certo» rispose mesto. «Per lei non abbiamo segreti.»
Subito dopo la guerra civile, il colera si era portato via mia madre. L'avevamo sepolta a Montjuïc, sotto una pioggia battente, il giorno in cui compivo quattro anni. Ricordo che quando chiesi a mio padre se il cielo piangeva gli mancò la voce. Sei anni dopo, l'assenza di mia madre era ancora un grido muto, un vuoto che nessuna parola poteva colmare. Mio padre e io abitavamo in un piccolo appartamento di calle Santa Ana, vicino alla piazza della chiesa, sopra la libreria specializzata in edizioni per collezionisti e libri usati che era stata del nonno, un magico bazar che un giorno sarebbe diventato mio, diceva mio padre. Sono cresciuto tra i libri, in compagnia di amici immaginari che popolavano pagine consunte, con un profumo tutto particolare. Da bambino, prima di addormentarmi raccontavo a mia madre come era andata la giornata e quello che avevo imparato a scuola. Non potevo udire la sua voce né essere sfiorato dalle sue carezze, ma la luce e il calore del suo ricordo riscaldavano ogni angolo della casa e io, con l'ingenuità di chi conta ancora gli anni sulle dita delle mani, credevo che se avessi chiuso gli occhi e le avessi parlato, lei mi avrebbe ascoltato, ovunque si trovasse. A volte mio padre mi sentiva dal soggiorno e piangeva di nascosto.

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sabato 23 gennaio 2016

Coffee break


Le suggerì, inoltre, di scrivere una testimonianza che un giorno potesse servire per portare alla luce il terribile segreto che stava vivendo, affinché il mondo venisse al corrente dell'orrore che avveniva parallelamente all'esistenza pacifica e ordinata di quelli che non volevano sapere, di quelli che non potevano restare ancorati all'illusione di una vita normale, di quelli che non potevano negare, di quelli che stavano a galla sopra un mare di gemiti, ignorando, contro ogni evidenza, che a pochi isolati dal loro mondo felice c'erano gli altri, quelli che sopravvivono o muoiono dalla parte buia.
                                  ***********
Era una di quelle donne stoiche e pratiche del nostro paese, che con qualunque uomo che passa nella loro vita hanno un figlio e inoltre accolgono in casa i bambini che gli altri abbandonano, i parenti più poveri e chiunque abbia bisogno di una madre, una sorella, una zia, donne che sono il pilastro centrale di molte vite estranee, che allevano figli perché anche loro se ne vadano e che vedono andarsene i loro uomini senza un rimprovero, perché hanno altre urgenze maggiori di cui occuparsi. Mi sembrò uguale a tante altre che avevo conosciuto nelle mense popolari, nell’ospedale, al Vicariato dove andavano a indagare per i loro scomparsi, all’obitorio, dove andavano a cercare i loro morti. Le dissi che aveva corso un bel rischio ad aiutarmi e lei sorrise. Allora capii che il colonnello,e altri come lui hanno i giorni contati, perché non hanno potuto distruggere lo spirito di quelle donne.
                                                        *************
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l'unica che l'aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d'alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell'universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Sfogliando La casa degli spiriti, di Isabel Allende

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venerdì 22 gennaio 2016

Recensioni spot - Vicolo Cannery, di John Steinbeck - Edizioni Bompiani



Vicolo Cannery racconta le vicende di un gruppo di disadattati che popolano la strada omonima nella città di Monterey, California. Un microcosmo variopinto in cui emerge uno strano e misterioso pesonaggio, un biologo con la passione per la birra e la musica che la piccola comunità ha eletto come proprio capo spirituale, per la sua cultura, la sua saggezza e la sua straordinaria umanità. Attraverso gli spaccati di vita di questi personaggi tanto comuni quanto straordinari, ancora una volta Steinbeck riesce a dipingere con grande sensibilità l'altro volto del benessere americano.

«Potrebb’essere il modo per scrivere questo libro: aprire la pagina e lasciare che le storie v’entrino strisciando da sole»

John Steinbeck


Titolo: Vicolo Cannery
Autore: John Steinbeck
Edizioni: Bompiani
Pagine: 202
Traduttore: Camerino A.

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giovedì 21 gennaio 2016

Recensione: Tutta la luce che non vediamo, di Anthony Doerr - Edizioni Rizzoli



Parigi, 1934. Hitler tiene l'europa sotto scacco, il suo potere è alla massima ascesa. La dittatura del Terzo Reich stravolge completamente la vita delle persone comuni, a Berlino come nelle altre città europee che poco alla volta vengono inesorabilmente occupate dalle sue forze armate. Anthony Doerr, Premio Pulitzer 2015, in questo suo bellissimo romanzo intreccia un filo alla volta le vite di due bambini che loro malgrado si ritrovano a combattere la guerra degli adulti: l'uno al servizio del Regime, l'altra dalla parte del popolo oppresso. Le loro vite scorrono parallele, nessuno dei due sa dell'esistenza dell'altro, ma i due ragazzini hanno in comune il destino degli innocenti. Un capitolo dopo l'altro la distanza che intercorre tra loro si avvicinerà sempre di più fino a quando riusciranno a toccarsi, in un incontro fugace in cui il tempo si dilata, raccogliendo in sè tutta l'intensità di quel momento. Marie-Laure Leblanc è una bambina di sei anni, con una malattia degenerativa agli occhi che la conduce presto alla cecità. Vive a Parigi con il padre, che lavora come fabbro per il Muséum national d’histoire naturelle. L'amore immenso che lega padre e figlia traspare subito, fin dalle prime righe: quando il papà di Marie-Laure riceve dal medico la brutta notizia che sua figlia non potrà mai più vedere non si abbatte, ma sprona la piccola affinché possa accettare questa sua nuova condizione. Il suo scopo diventa allora quello di renderla per prima cosa autosufficiente. Grazie alla sua abilità manuale le costruirà un modellino in scala dell’arrondissement in cui vivono: ogni casa con le sue scale, ogni vicolo, ogni negozio, in modo che le sue piccole dita possano scorrerlo da cima a fondo e capire così come orientarsi una volta uscita di casa. All'inizio sarà molto difficile e scoraggiante per la bambina imparare le strade del quartiere a memoria senza perdersi, ma poco alla volta, grazie alla pazienza del padre e alla sua forza di volontà, riesce a percorrere senza sbagliare le strada per andare e tornare da casa sua, e nel mentre fare tappa anche all'ufficio postale, alla panetteria, al Museo dove lavora il padre. Marie-Laure a dispetto del suo grave handicapp cresce serena, curiosa e con un grande amore per la lettura. Nonostante conducano un'esistenza povera, scandita dalle privazioni della guerra, il padre riesce comunque a procurarle alcuni libri in Braille che la ragazzina leggerà e rileggerà, ritagliandosi momenti di infantile spensieratezza. Contemporaneamente, in una Germania trasformata nel quartier Generale del Terzo Reich, Werner Pfenning, un gracile bambino di sette anni dalla chioma albina, trascorre le sue giornate con la sorellina minore Jutta all’orfanotrofio “Casa dei Bambini”in una località di nome Zollverein: un complesso minerario di sedici chilometri quadrati appena fuori Essen. Spesso non hanno abbastanza da mangiare o per ripararsi dal freddo, ma quando si è bambini si riesce a scovare la gioia anche nelle situazioni più difficili; talvolta, anche le cure della suora possono sostituire l'amore che manca. Anche lui come Marie-Laure è un bambino speciale, con un'intelligenza fuori dal comune ed una passione che purtroppo si trasformerà nella sua condanna. Werner ama trafficare con le radio, sa tutto delle onde elettromagnetiche, sa riparare gli apparecchi, sa far combaciare quei misteriosi fili elettrici necessari a riprodurre il suono che tanto lo affascina. Un giorno, dopo aver ritrovato una vecchia radio abbandonata nei paraggi dell'orfanotrofio, riesce a sistemarla e a captare il segnale di una radio francese. Una radio nemica, ma Werner ancora non lo sa. Lui e Jutta restano ore ad ascoltare, ogni sera, quella voce che pareva giungere da un altro mondo, incantati da quel prodigio. Di li a poco però quel mondo fatto di luci impossibili da vedere ma che si percepiscono tanto intensamente, svanisce. Un'ombra di incertezza e paura cala sulle vite dei due bambini e travolge tutto, portando via con sé la loro innocenza e spensieratezza. E' il 1940, i nazisti hanno invaso l'Europa, Parigi è assediata e Marie-Laure e suo padre riescono a rifugiarsi nella cittadina di Saint-Malo, in Bretagna, a casa del prozio creduto“pazzo”. Da quando è ritornato dalla grande guerra, l'uomo sente delle presenze e vede nell'ombra cose che lo impauriscono, e questo ha creato intorno a lui un muro di diffidenza, in cui si trincera. Non esce più di casa, ha paura delle persone. In realtà è un uomo buono e intelligente che accoglierà i due nella sua casa e con il tempo avrà un ruolo importante nella vicenda. Parallelamente, anche Werner è costretto a subire le conseguenze della guerra, che per lui consistono nell'inserimento presso il più importante collegio della gioventù hitleriana, dove solo i migliori talenti vengono ammessi. Werner, con la sua prodigiosa intelligenza e la sua bravura con le apparecchiature radiofoniche, viene scelto per essere istruito secondo i dettami dell'ideologia nazista. Accetta perché non ha scelta, ma dentro di se è perfettamente consapevole che verrà addestrato per compiere qualcosa di sbagliato. Inghiottito dalla macchina di propaganda nazista, Werner riceverà l' incarico speciale di intercettare le stazioni radio della Resistenza che opera dal fronte russo di Saint-Malò.
Come accennato all'inizio, Marie-Laure e Werner si sfioreranno soltanto in un breve incontro sotto il terribile bombardamento che subì Saint-Malò da parte degli alleati, nell’agosto del 1944. Degli 865 edifici racchiusi entro le mura della “città dei bastioni” solo 182 rimasero in piedi. Tutto il resto fu raso al suolo.In quel momento di disperazione, sotto le macerie, le loro vite si uniscono e tutte le differenze improvvisamente si appianano. In quelle poche ore rubate al tempo tornano ad essere solo due ragazzi a cui la guerra ha portato via tutto, sommandosi ad un'esistenza già di per se avara. Non esistono più nazisiti e partigiani, invasi ed invasori, buoni e cattivi. Esistono solo giovani vite segnate per sempre che dovranno in qualche modo essere ricostruite, come gli edifici di Saint-Malo. Werner dovrà convivere con il rimorso di quello che suo malgrado è stato costretto a compiere e Marie-Laure dovrà cercare di non farsi sopraffare dalla solitudine. Werner chiede a Marie-Laure come ha fatto a non lasciarsi andare mai alla disperazione, e lei le risponde la sola verità che conosce: “Mi alzo la mattina e cerco di vivere la mia vita. Non ho scelta. Tu non fai forse lo stesso?”
Poteva essere un romanzo melenso, e invece è un capolavoro. Il rischio era dietro l'angolo: bambini, povertà, guerra, tutti ingredienti strappalacrime. Ma come dico spesso, la differenza tra un romanzo di qualità e uno banale non sta nell'argomento affrontato, ma nella bravura dell'autore. Anthony Doerr si è rivelato talentuso, raffinato, profondo, non cade mai negli stereotipi da melodramma ed è stato capace di dare vita a due personaggi che non si dimenticano. Nei capitoli in cui racconta la vita fatta di ombre di Marie-Laure, di come sia riuscita nonostante questo ad imparare a muoversi liberamente nel suo quartiere di Parigi e sucessivamente in quello di Saint-Malo. Mentre conta i chiusini per capire a che punto deve svoltare, mentre cerca di ricordarsi il plastico in miniatura costruito da suo padre, sembra di vederla realmente quella ragazzina e quasi riusciamo a indovinare i suoi pensieri pieni di timore ed incertezza. Può sbagliare a contare i chiusini e ritrovarsi persa chissà dove, può non riconoscere un profumo o una voce che per lei significano “casa”. Non può osservare nulla, vive di sensazioni tattili, di odori, di bagliori, di ombre più o meno intense, e noi siamo lì con lei. Durante la lettura si è creata un'empatia talmente forte con i personaggi che  avrei voluto abbracciarla, come se fosse una persona in carne ed ossa. Così come avrei voluto abbracciare Werner, quel piccolo ragazzino biondo buttato in un mondo selvaggio e brutale che non gli appartiene, che per una terribile casualità del destino si è trovato dalla parte dei malvagi. Una vittima innocente dell'orrore nazista e della sua coscienza, che non gli perdonerà mai le morti che ha causato.
Per quanto mi riguarda, è stata la lettura migliore che ho affrontato in questo 2015.
Curiosità:
Mi trovavo a Saint-Malò per un festival letterario, sono rimasto completamente incantato dalla bellezza della città. Questa isola fortezza, sembrava il posto ideale in cui impostare le scene culminanti di un racconto: un luogo ideale con una sua storia vera ma anche un luogo della fantasia”
Questo ha dichiarato l’autore riguardo al motivo per il quale ha deciso di scegliere questo luogo dove ambientare l’incontro fra i due protagonisti. Il significato del titolo si riferisce non solo alla cecità di Marie-Laure ma soprattutto all’annebbiamento mentale di Werner reso cieco dall'ottusa propaganda nazista.

Titolo: Tutta la luce che non vediamo
Autore: Anthony Doerr
Casa Editrice: Rizzoli
Pagine: 509
Traduttore: Gewurz D.A.; Zani I.

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martedì 19 gennaio 2016

Libri per non dimenticare




Il 27 gennaio sarà il giorno della Memoria. Nel 2005 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in riunione plenaria, scelse per commemorare le vittime dell'Olocausto la data della liberazione da parte dell'Armata Rossa del campo di sterminio di Aushwitz. Durante l'attacco in direzione di Berlino le truppe sovietiche passarono da questa città polacca, scoprendo così l'orrore che celava. Per la prima volta il mondo intero viene a conoscenza della peggiore atrocità mai compiuta dall'essere umano ai danni dei suoi simili. Un abominio, un genocidio, un crimine contro l'umanità intera che cambiò per sempre la storia. I sovietici durante il loro assalto al cuore del Reich incontrarono altri campi di concentramento, che furono tutti liberati. Ma questo era diverso, questo non era un campo di lavoro forzato: i deportati ad Aushwitz entravano dritti nella morsa di una fabbrica di morte, i cancelli si aprivano solo per condurli nelle camere a gas. Ecco cos'era Aushwitz.
Credo personalmente che ognuno di noi abbia il dovere di NON DIMENTICARE MAI. Abbiamo bisogno di ricordare, di condividere, di informarci, di leggere, di capire, di approfondire. Purtroppo tra qualche anno non ci sarà più nessuno in grado di raccontarci la sua esperienza di sopravvissuto. E allora lasciamo questo compito ai libri, ma non solo a quelli di storia, anche la narrativa ha la sua importanza e noi lettori  lo sappiamo bene. La parola scritta ha in sé la forza della memoria, dobbiamo coltivarla affinché resista nel tempo. La nostra generazione non ha vissuto il dramma sulla propria pelle, ma ha assorbito i ricordi dei propri genitori, o dei propri nonni. Ai nostri figli avremo solo racconti da tramandare, vecchie fotografie ingiallite dal tempo da far guardare, e qualche libro da far leggere. Ma è un patrimonio importante, non dobbiamo lasciarlo marcire in qualche angolo dimenticato. Ho letto diversi libri ambientati durante la seconda guerra mondiale, in tutte le sue fasi. Ogni anno ne scelgo almeno un paio: ogni nuova lettura approfondisce un diverso aspetto di quel periodo. Sono soprattutto le vicende umane legate agli avvenimenti storici che colpiscono il mio interesse, perché la storia è fatta essenzialmente di questo. Sono le vite comuni delle persone, stravolte dagli accadimenti, le sole che possono insegnarci realmente qualcosa di importante. Sono queste le storie che lasciano tracce indelebili, aldilà della cronologia degli avvenimenti. Io quest'anno mi sono affidata a Neri Pozza, casa editrice che stimo da sempre per la qualità delle letture che offre, ed ho scelto questi tre romanzi. L'idea era di comprarne un paio, ma non potevo lasciare sullo scaffale Erich Maria Remarque! Eccoli qui, con la copertina e la sinossi.

LA NOTTE DI LISBONA di Erich Maria Remarque


È il 1942 a Lisbona. Un uomo osserva attentamente una nave ancorata nel Tago, poco distante dalla banchina. Al vivo bagliore delle lampadine scoperte, sull’imbarcazione si sbrigano le operazioni di carico. Si stivano carichi di carne, pesce, conserve, pane e legumi.
Come tutti i piroscafi che, in quei tumultuosi giorni del 1942, lasciano l’Europa per l’America, la nave sembra un’arca ai tempi del diluvio. Un’arca incaricata di porre in salvo una gran folla di disperati, di profughi inseguiti dalle acque fetide del nazismo che hanno inondato da un pezzo  Germania e Austria, e già sommerso Amsterdam, Bruxelles, Copenaghen, Oslo e Parigi.
Anche l’uomo che la contempla è un profugo, senza alcuna speranza, però, di raggiungere New York, la terra promessa. Da mesi i posti sulla nave sono  esauriti e, oltre al permesso di entrata in America, all’uomo mancano anche i trecento dollari del viaggio. Sarebbe certamente destinato a perdersi e dissanguarsi nel groviglio dei rifiutati visti d’entrata e d’uscita, degli irraggiungibili permessi di lavoro e di soggiorno, dei campi d’internamento, della burocrazia e della solitudine, se la sorte non venisse in suo aiuto.
Un uomo, che non ha l’aria di un poliziotto, lo approccia e in tedesco gli dice di avere due biglietti per la nave ancorata nel Tago. Due biglietti che non gli servono più e che è disposto a cedere gratis a una sola condizione: che il futuro possessore non lo lasci solo quella notte e sia disposto ad ascoltare la sua storia: la storia di un uomo che ha perso la felicità proprio quando pensava di averla tutta per sé.
Apparso per la prima volta nel 1962, La notte di Lisbona è un commovente romanzo d’amore e, insieme, una struggente testimonianza del disincanto dei vinti e dell’esodo come unica soluzione dinanzi alle mostruosità della tirannia.
«Commuovere il lettore con la forza delle parole, e destarne insieme cuore e mente, è il dono straordinario di Remarque».
Erich Maria Remarque nacque a Osnabrück nel 1898. Nel 1916, in piena Grande Guerra, fu spinto ad arruolarsi volontariamente e nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale, dove rimase gravemente ferito. Il suo primo romanzo pacifista, Niente di nuovo sul fronte occidentale, fu pubblicato nel 1929. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le sue opere. Riparato in Svizzera, vi risiedé fino al 1939, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti. Nel 1948 tornò in Svizzera, dove visse e continuò a scrivere fino alla morte, nel 1970.


LA NOTTE PIU' BUIA di Monika Held


È il 5 giugno 1964, un torrido venerdì d’estate, quando Lena incontra per la prima volta Heiner Rosseck all’interno del tribunale di Francoforte. Terminate le ultime traduzioni e lasciato il suo angusto ufficio senza finestre, stava per guadagnare l’uscita, con il pensiero rivolto già a come svagarsi ? una nuotata all’aperto, un film al cinema, un bicchiere di vino, magari ?, quando lo ha scorto: un uomo alto e smagrito sul punto di scivolare a terra lungo una parete. Il tempo di sorreggerlo e di chiedergli «Sta bene?» che ha appreso la sua drammatica storia. Heiner Rosseck è di Vienna, ed è giunto nelle fredde aule del tribunale di Francoforte per testimoniare al processo contro i crimini nazisti di Auschwitz in cui è stato prigioniero. Rosseck, il sopravvissuto, è statp appena sottoposto a un estenuante interrogatorio sul ruolo, le responsabilità e le azioni di due imputati, Kehr e Kaduk, i peggiori aguzzini del campo di prigionia. «Dove è successo, signor Rosseck? In quale giorno? Da che distanza ha assistito all’esecuzine? Ricorda se pioveva? Se c’era la neve?» Riandare a quei terribili giorni significa, per Heiner, riaprire ferite atroci e mai rimarginate. Ma il problema non è questo. Il problema è rispondere con precisione, con lucidità, senza tradire la memoria, senza contraddirsi.  Come può, tuttavia, restituire con freddezza la notte buia che ha vissuto? E riportare alla parola lo sterminato orrore che ha visto? Come può, infine, farsi capire se lui parla una lingua diversa dagli altri,  una lingua in cui «rampa» non è un innocuo, semplice oggetto di metallo, ma lo scivolo su cui i corpi vengono trasportati verso i forni crematori, in cui «camino» è la bocca dell’inferno, e in cui la parola «selezionato» indica che è il momento di dire addio al compagno di branda? Quando, al cinquantesimo giorno di interrogatori, Heiner cede alle lacrime, il processo viene sospeso. L’uomo vorrebbe tornare a Vienna, lontano da chi lo accusa di essere prigioniero del passato, ma Lena ha intravisto in lui qualcosa di speciale, e non vuol bbandonarlo. Inizia così una struggente «educazione sentimentale» che li avvicina sempre più, fino a riportarli in Polonia, nei luoghi in cui l’orrore ha avuto inizio, e dove Lena capirà che sta a lei scacciare le ombre che gravitano su Heiner e ricordargli che l’esistenza concede sempre una possibilità per ricominciare daccapo.
Con un romanzo dalla trama coinvolgente e dalla scrittura impeccabile, Monika Held fa tesoro delle testimonianze raccolte in prima persona dai sopravvissuti dei campi di sterminio e «riesce a mostrare un lato inedito della Shoah» (Kölner Stadt-Anzeiger). Il risultato è una storia d’amore universale, cruda e commovente assieme; un viaggio liberatorio che è tale proprio perché non volta le spalle alla memoria.

MORIRE IN PRIMAVERA di Ralf Rothmann
Febbraio 1945. La Seconda guerra mondiale è agli sgoccioli. Più di cinque milioni di soldati, un milione di civili e quasi sei milioni di ebrei hanno già perso la vita. Ma Hitler non si arrende e chiede il sacrificio più terribile, quello dei più giovani.
Walter Urban e Friedrich «Fiete» Caroli, sono tra gli ultimi soldati reclutati a forza dalle SS. Hanno appena 17 anni e lavoravano come mungitori in una grande fattoria. Walter è fortunato. Durante l’addestramento di poche settimane riesce a prendere la patente e viene affidato alla squadra di autisti che ha il compito di rifornire le unità della Waffen-SS. Fiete invece viene spedito in prima linea. Pacifista nell’animo e profondamente disgustato dalla guerra, farà comunque il suo dovere. Ma di fronte ai soldati feriti, alle bombe che piovono dal cielo e alle granate lanciate dallo stesso esercito tedesco alle spalle dei propri commilitoni, per spronarli ad attaccare il nemico, Fiete crolla. Deve andarsene, a qualunque costo. Catturato mentre sta fuggendo, Fiete viene condannato a morte in quanto disertore. E Walter, ancora incredulo, si ritrova a dover eseguire il più terribile degli ordini: puntare l’arma contro il suo migliore amico…
Come la maggior parte dei reduci tedeschi Walter non ha mai raccontato nulla di questa esperienza, neppure tra le mura amiche di casa. È diventato un uomo taciturno e malinconico. Ma quando i dottori gli riscontrano una malattia allo stadio terminale, il figlio regala a Walter un quaderno, sperando che vi scriva qualcosa sul suo misterioso passato.
 Con una prosa ricca di suspense e di accurate ricostruzioni, Ralf Rothmann 
racconta la storia di due ragazzi sacrificati alla guerra. Dimostrando ancora una volta di essere uno dei migliori scrittori in lingua tedesca, con Morire in primavera – che in Germania è stato un bestseller – Rothmann regala ai lettori una storia indimenticabile e inedita. 













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lunedì 18 gennaio 2016

Incipit - L'amico ritrovato, di Fred Uhlman - Edizioni Feltrinelli

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sabato 16 gennaio 2016

Coffee break


Ho imparato già qualche cosa. So che a far bella una donna non sono né i vestiti, né le cure di bellezza, né il prezzo degli unguenti, né la rarità e il valore intrinseco degli ornamenti. So che il problema è un altro, ma non so quale sia, Non è quello che credono le donne. Le guardo, nelle vie di Saigon o nelle località sperdute della savana. Ce ne sono di bellissime, bianchissime, tutte curano molto il loro aspetto, soprattutto nei posti sperduti. Non fanno nulla, cercano di mantenere la loro bellezza, di conservarla, per l'Europa, per gli amanti, per le vacanze in Italia, per le lunghe ferie di sei mesi ogni tre anni, quando finalmente potranno raccontare quello che succede quaggiù, questa vita in colonia così strana, parlare di com'è servizievole questa gente, di quanto sono bravi i boys, della vegetazione, dei balli, delle ville bianche, tanto vaste che ci si perde, dove abitano i funzionari nominati nelle località sperdute. Aspettano. Si agghindando per niente, Si risparmiano. Nell'ombra delle ville si conservano per dopo, credono di vivere in un romanzo, con i grandi armadi pieni di vestiti da non saper che farne, e che esse collezionano, come collezionano la fuga di quei giorni di attesa. Alcune impazziscono. Altre vengono piantate per una servetta che sa tacere. Piantate. Questa parola, quando le colpisce, ha un suono spaventoso, il suono di uno schiaffo. Alcune si uccidono. Questo mancare delle donne a se stesse sempre l'ho sentito come un errore. Non c'era da attirare il desiderio. Il desiderio era in colei che lo provocava o non esisteva. C'era fin dal primo sguardo o non era mai esistito. Era l'immediata intesa sessuale tra due persone o non era niente.
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E un'altra volta, ancora in quel viaggio, durante la traversata di quello stesso oceano, anche quella volta era già notte, nel salone del ponte principale, l'esplosione di un valzer di Chopin che lei conosceva in modo segreto e intimo, perché per mesi aveva tentato di impararlo e non era mai riuscita a suonarlo bene, mai, tanto che poi sua madre le aveva permesso di non studiare più il pianoforte. Quella notte, perduta tra tante e tante notti, la ragazza, di questo era certa, l'aveva trascorsa su quella nave e c'era quando ciò era successo, quando era esplosa la musica di Chopin sotto il cielo luminescente. Non c'era un alito di vento e la musica si era propagata per tutto il piroscafo buio, come un'ingiunzione del cielo, chi sa per che cosa, come un ordine divino dall'ignoto significato. E la ragazza si era alzata come per andare a uccidersi a sua volta, a buttarsi a sua volta in mare e poi aveva pianto, perché aveva pensato all'uomo di Cholen e tutto ad un tratto non era più sicura di non averlo amato, solo che quell'amore non l'aveva visto perché si era perso nella storia come acqua nella sabbia e lei lo ritrovava soltanto ora, nell'istante della musica sul mare.

Sfogliando L' Amante, di Marguerite Duras

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martedì 12 gennaio 2016

About me (meglio tardi che mai)



Chi sono:
lettrice da sempre, curiosa per natura, affamata di conoscenza e con la mente in perenne movimento, sono fermamente convinta che la diffusione della cultura (non quella elitaria, ma quella popolare, fruibile da tutti) sia fondamentale per chiunque, soprattutto per noi donne. Già, la lotta per la nostra affermazione non è mai finita, ve ne siete rese conto? Ma veniamo al punto.
Perché questo blog?:
Quest'estate mi sono imbattuta in un articolo della giornalista Annalena Benini che, raccontando le traversie di una scrittrice esordiente, dimostrava come noi donne siamo poco considerate nell'ambito della cultura, perché non siamo altro che “pentole e sospiri”. Per essere prese sul serio dobbiamo fingerci maschi, diceva. Ma sarebbe bello se invece potessimo ricevere la stessa considerazione mantenendo intatta la nostra femminilità, perché è un dono meraviglioso, un valore aggiunto, e non qualcosa di penalizzante che dobbiamo vergognarci di mostrare.

Pentole e sospiri
Ho fatto mia l'espressione “pentole e sospiri” perché è spiritosa quanto basta ma al tempo stesso rende perfettamente l'idea della triste realtà di questo tremendo clichè femminile che ha preso nuovamente piede da quando le 150 sfumature e tutti i porno harmony a seguire hanno fatto la loro comparsa sul mercato del libro, aggiudicandosene una fetta enorme. Io non me ne faccio una ragione, e continuo a sostenere che noi donne siamo molto più di questa paccottiglia che ha riportato la lotta per la parità dei diritti indietro di millenni. Siamo molto più intelligenti e colte di quello che gli studi di marketing di Mondadori & Co. pensano: ci interessiamo alla scienza, alla storia e alla politica tanto quanto gli uomini, anche noi siamo in grado di sostenere conversazioni brillanti ma lo facciamo sfoggiando un bel rossetto rosso fuoco. Eh no, non è un segnale di frivolezza, per noi è autoreferenziale quanto una bella cravatta. Sono consapevole che solitamente, quando si pensa ad una donna che ama molto la lettura, lo studio o la scrittura, l'immaginario collettivo ci propone la classica bruttina sfigata, ovviamente single, perennemente immersa con il naso nei libri, che porta occhiali noiosi quanto lei, ha i capelli grigio topo ed è vestita come se si fosse buttata dentro l'armadio al buio. Gravissimo errore. “Cultura e bellezza” è un binomio che esiste, e quando esiste, stende. Fa paura anche al più misogino degli uomini. Mentre penso a quanto, ancora oggi, la cultura femminile sia considerata interessante quanto tirare noccioline ad una scimmia in gabbia, mi viene in mente quello splendore di Amal Alamuddin, che ha letteralmente schiacciato il marito George Clooney ed ha offuscato il ricordo di tutte le altre squinzie che hanno provato ad acchiapparlo per anni sfoderando le classiche armi da femmina. Amal è una stimata avvocatessa che lavora in uno dei più importanti studi legali del mondo, e che al lavoro ci va vestita Chanel. I suoi capelli sempre perfetti fanno da corona ad un cervello di prim'ordine. Altro che sdilinquimenti amorosi.
Quindi, in teoria, potremmo fare molto a favore della causa. Ma poi tre quarti delle femmine del pianeta si precipita a comprare l'ultimo noiosissimo “GREY”, in testa alla classifica dei libri più venduti da settimane, e niente. Torniamo a casa a spignattare, e sospiriamo.
Ma io non demordo. Ho indossato la mia armatura fatta di libri e rossetti, e come una Don Chisciotte in gonnella combatto ogni giorno contro l'impossibile. 
Ps:probabilmente non parteciperò a molti link, giveaway e cose di questo tipo perchè non ho il tempo di seguire tutte queste iniziative. Non ho rubriche fisse, a parte gli “Incipit”, gli "Explicit" e i “Coffee break”, con cui tento di invogliare alla lettura pubblicando estratti di libri che ho amato molto. L'idea di fondo è di scrivere quando voglio e cosa voglio, di pubblicare recensioni solo se ho avuto tempo di scrivere qualcosa, senza nessun obbligo. Non ne troverete tante, ma quelle che pubblicherò saranno davvero appassionate. In poche parole, scrivo per me stessa e per condividere: se a qualcuno piacerà passare di qua ogni tanto sarò contenta e soddisfatta, ma non sarà mai lo scopo fondamentale di “Cose da lettrici”.

Buone letture a tutti!

Contatti:
paolacasteblog@gmail.com


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lunedì 11 gennaio 2016

Incipit - Cent'anni di solitudine, di Gabriel Garcia Marquez





Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita.
Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades. "Le cose hanno vita propria," proclamava lo zingaro con aspro accento, "si tratta soltanto di risvegliargli l'anima." José Arcadio Buendìa, la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell'ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella invenzione inutile per sviscerare l'oro della terra. Melquìades, che era un uomo onesto, lo prevenne: "Per quello non serve." Ma a quel tempo José Arcadio Buendìa non credeva nell'onestà degli zingari, e cos i' barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati.

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domenica 10 gennaio 2016

Coffee break




Mi stava osservando attentamente. “Ditemi qualcosa di voi signor Marlowe. Purché non vi dispiaccia naturalmente”.
“Che cosa volete sapere? Sono un investigatore privato autorizzato e faccio questo mestiere da un pezzo. Sono un lupo solitario, non ho moglie, sto arrivando alla quarantina e non sono ricco. Mi hanno messo dentro più di una volta e non mi occupo di divorzi. Mi piacciono i liquori, le donne e il gioco degli scacchi e alcune altre cose. I poliziotti non mi hanno eccessivamente in simpatia, ma ne conosco un paio con i quali vado d’accordo. Sono di origine americana, nato a Santa Rosa: ho perduto entrambi i genitori, non ho fratelli né sorelle e quando, una volta o l’altra, mi faranno la pelle in qualche vicolo scuro, come potrebbe accadere a chiunque nel mio mestiere, e a moltissima gente che faccia altri mestieri o non ne abbia alcuno, di questi tempi, nessun uomo o nessuna donna se ne dispereranno”.
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"Sono romantico, Bernie. Odo voci gridare nella notte e vado a vedere che cosa succede. In questo modo non si guadagna un centesimo. Voi invece avete buon senso; chiudete le finestre e aumentate il volume del televisore.” 
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“Andai in cucina a preparare il caffè... fiumi di caffè. Denso, forte, bollente, spietato, corrotto. Il sangue degli uomini esausti.” 

Sfogliando "Il lungo addio", di Raymond Chandler 

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venerdì 8 gennaio 2016

Un anno di libri




Quest'anno è stato un anno prolifico per quanto riguarda le mie letture. Non solo sono riuscita a leggere più libri del solito, ma sono molto soddisfatta soprattutto della qualità delle letture, decisamente sopra la mia media personale. Sono una lettrice accanita ma purtroppo a causa dei  molti impegni il tempo da dedicare al mio hobby preferito scarseggia sempre. Solo il sabato e la domenica riesco a ritagliare un pò di tempo per me, il resto della settimana invece è un continuo incrocio magico tra lavoro, casa ed incombenze varie che riducono all'osso il tempo libero. E poi c'è il blog naturalmente, con tutte le recensioni che vorrei scrivere, quelle che ho iniziato e mai finito, gli articoli che ho abbozzato e che tento di concludere a sprazzi girando perennemente con una chiavetta USB che tengo in borsa insieme al blocco per appunti. Insomma, un disastro! Nel complesso, dicevo, è stato un anno ricco di soddisfazioni. Non ho letto libri brutti, forse nel tempo ho sviluppato il mio fiuto e devo dire che ormai grosse cantonate non ne prendo più. Certamente alcune letture si sono rivelate sotto le aspettative, ma mai così tanto da considerarle tempo perso. Ho letto alcuni libri stupendi che sono entrati di diritto in quel posto speciale dove finiscono i miei libri del cuore, quelli di cui non mi dimenticherò mai più e che hanno lasciato in me tracce indelebili: "Il Conte di Montecristo", "Strade Blu" e "Tutta la luce che non vediamo" sono stati i miei volumi a 5 stelle. Ho letto quattro libri del Re, scrittore tra i miei preferiti (anzi fose il mio preferito in assoluto) a cui dedico ogni anno un bel pò di tempo, consapevole di investirlo in qualcosa che è sempre di alto livello. Ho scoperto alcuni autori esordienti davvero meritevoli di nota, come Oliver Potzsch che mi ha trasportato nella Baviera del 1600 calandomi in un contesto storico al tempo stesso terribile ed affascinante; come Mary Costello, che con il suo "Academy Street" mi ha raccontato in poche ma intense pagine la vita di una donna fragile, una perdente senza riscatto; come Sarah McCoy, che con una freschezza insolita ha dato vita ad un romanzo niente affatto allegro, che parla di amore in senso assoluto. E' stato l'anno in cui ho avuto la fortuna di imbattermi nella straordinaria Dorothy Baker, autrice riscoperta recentemente dalla casa editrice Fazi, leggendo due suoi romanzi ("Cassandra al matrimonio" e "La leggenda del trombettista bianco") molto diversi tra di loro ma entrambi meravigliosi, dettati da uno stile unico, che si adatta al contesto del romanzo trasformandosi di volta in volta. Grazie alla stessa casa editirce ho iniziato la triologia di Elizabeth Howard dedicata alla saga familiare dei Cazalet, che ho adorato: anche la Howard è un'autrice del passato che merita di essere riscoperta e letta, talentuosa e quasi sconosciuta in Italia. Un applauso alla Fazi, che grazie alle sue felici scelte editoriali sta conquistando la mia fiducia incondizionata. Ho iniziato una lettura di gruppo grazie ai contatti ottenuti con il blog, una storia natalizia che abbiamo letto un capitolo al giorno, dal 1 dicembre al 24, come un calendario dell'avvento. Si tratta di "Miracolo in una notte d'inverno", di Marko Leino, ed è una versione molto particolare della storia del personaggio di fantasia per eccellenza: Babbo Natale. Avevo dei dubbi sul fatto che mi potesse piacere, invece ho scoperto che anche un libro semplice può risvegliare in noi lo spirito del Natale. Inoltre, leggere e commentare in gruppo, seppur virtualmente, è stata un'esperienza davvero piacevole che spero di ripetere presto. Infine, è stato l'anno in cui ho deciso di affrontare la saga di Elena Ferrante, questa autrice (o autore?) misteriosa tenuta a debita distanza per anni a causa delle mie sciocche convinzioni. Per fortuna mi sono lanciata nell'acquisto del primo volume, "L'amica geniale". Mi sono letteralmente fatta trascinare nella vita così reale di Elena e Lila, con una intensità ed un trasporto tale che ora ne sono completamente drogata. In questi giorni sto leggendo il secondo volume, ed ho già acquistato il terzo e il quarto: raramente un'autore è risciuto a compiere un prodigio simile con me (che non sono affatto schizzinosa, è che sono in continuo movimento, non mi piace soffermarmi per troppo tempo su un autore, al massimo lo alterno con altre letture ma con la Ferrante non riesco a farlo, non voglio ancora uscire dal suo mondo).
Qui sotto pubblico l'elenco delle mie letture di questo anno appena concluso in ordine cronologico, con a fianco l'indice di gradimento. I titoli con asterisco solo quelli di cui ho pubblicato la recensione, nel caso qualcuno sia curioso di leggerla. Non mi resta quindi che augurare insieme alla solite ovvietà (serenità, salute etc) anche un nuovo anno di letture gratificanti a tutti gli avventori di questo luogo virtuale e non. Happy Reading!

1. Mr.Mercedes * - Stephen King                                             4/5
2. Lo strano caso dell'apprendista libraia *- Deborah Meyler   2/5
3. La figlia del Boia * - Oliver Potzsch                                     4/5
4. Quando tutto era possibile - Meg Wolitzer                         4/5
5. I custodi del libro - Geraldine Brooks                                 3/5
6. Il Conte di Montecristo *- Alexander Dumas                       5/5
7. La vita davanti a sè - Romain Gary                                    4/5
8. Academy street *- Mary Costello                                        3/5
9. Dolores Claiborne - Stephen king                                       4/5
10. Volevo solo averti accanto *- Ronald Balson                     3/5
11. Come un fiore ribelle - Jamie Ford                                  3/5
12. Notturno per violoncello solo - Pablo Lentini Riva            3/5
13. Revival * - Stephen King                                                    4/5
14. Il miniaturista * - Jessie Burton                                         4/5
15. Un favoloso appartamento a Parigi * - Michelle Gable       2/5
16. Cassandra al matrimonio * - Dorothy Baker                       4/5
17. Tempi glaciali *- Fred Vargas                                            4/5
18. Un raggio di sole tra le nuvole * - Sarah McCoy                 3/5
19. Strade blu * - Least Heat - Moon                                        5/5
20. Verità sepolte - Allen Eskens                                            3/5
21. Tra cielo e terra *- Paula Mc Laine                                   4/5
22. La gemella silenziosa - S.K. Tremayne                             3/5
23. Tutta la luce che non vediamo - Anthony Doerr               5/5
24. L'ipotesi del male - Donato Carrisi                                   3/5
25. L'ultima fuggitiva - T. Chavailer                                       2/5
26. Gli anni della leggerezza - Elizabeth Howard                   4/5
27. La leggenda del trombettista bianco - Dorothy Baker       4/5
28. Miracolo in una notte d'inverno - Marko Leino                 3/5
29. L'amica geniale - Elena Ferrante                                      4/5
30. Chi perde paga - Stephen King                                         3/5


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lunedì 4 gennaio 2016

Incipit - La strada, di Cormac McCarthy



Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolto nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era. Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito. Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta. Poi si ritrovavano in una grande sala di pietra dove si apriva un lago nero e antico. E sulla sponda opposta una creatura che alzava le fauci grondanti da quel pozzo carsico e fissava la luce della torcia con occhi bianchissimi e ciechi come le uova dei ragni. Dondolava la testa appena sopra il pelo dell’acqua come per annusare ciò che non riusciva a vedere. Rannicchiata lì, pallida, nuda e traslucida, con le ossa opalescenti che proiettavano la loro ombra sulle rocce dietro di lei. Le sue viscere, il suo cuore vivo. Il cervello che pulsava in una campana di vetro opaco. Dondolava la testa da una parte all’altra, emetteva un mugolio profondo, si voltava e si allontanava fluida e silenziosa nell’ oscurità.
 Quello che ne penso io:


Un libro così è difficile da commentare. Desolato, apocalittico, struggente, poetico. In un mondo post nucleare, un uomo e un bambino senza nome rappresentano l'unica cosa che di vivo è rimasta in quelle terre bruciate dove il cielo è ormai una cupola di cenere impermeabile ai raggi del sole. Il loro amore reciproco, e la fiducia che il bambino, con la sua ingenuità, ancora ripone nell'essere umano, rappresentano la Speranza. Una speranza che, nonostante l'atrocità di quel mondo sconvolto nelle sue regole civili e morali, si avverte in ogni pagina.

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sabato 2 gennaio 2016

Coffee break (da Tiffany!)




Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell'appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.
                                *************************
... la signorina aveva un gatto, e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente. Conosceva tutti i grandi successi, Cole Porter e Kurt Weill; le piacevano soprattutto le arie di Oklahoma! che erano nuove quell'estate e che si sentivano dappertutto. Ma c'erano momenti in cui cantava cose che vi facevano domandare dove poteva averle imparate, o da dove mai potevano venire. Strane arie dolci-amare con parole che sapevano di pini e di prateria. Una diceva: Don't wanna sleep, Don't wanna die, Just wanna go atravelin' trough the pastures of the sky; e questa sembrava piacerle più delle altre, perché continuava a ripeterla anche quando i capelli erano già asciutti, anche quando il sole era tramontato e le finestre si illuminavano nel crespuscolo.
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"Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell," lo ammonì Holly. "È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un'ala spezzata. E una volta un gatto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo."
         Sfogliando Colazione da Tiffany, di Truman Capote 

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