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Visualizzazione dei post da Marzo, 2016

I B-SIDES della letteratura: l'Abate Faria, tratto da "Il Conte di Montecristo", di Alexander Dumas

Il Conte di Montecristo è stato uno dei romanzi che ho amato di più in tutta la mia vita di lettrice. Letto per la prima volta l'anno scorso, mi ha entusiasmata ed affascinata: è la storia della più grande vendetta mai concepita da un essere umano. Questo tomo di oltre 1200 pagine  è un compendio di mille altre storie, che si fondano tra loro per creare  una trama intricata ed indimenticabile. La storia la conosciamo tutti, chi non ha letto il romanzo avrà sicuramente guardato  il film o uno sceneggiato in tv, per cui non mi perderò in preamboli. Voglio entrare subito nel vivo della storia  per parlare di un personaggio straordinario, che purtroppo lascierà il romanzo subito dopo la sua apparizione. Un magnifico “B SIDE” senza il quale il Conte di Montecristo non sarebbe mai esistito: l'Abate Faria. Pochi sanno che Dumas, per tracciare questo personaggio chiave della storia, si ispirò ad un uomo realmente vissuto e realmente rinchiuso nel carcere del Castello d'If, al largo…

Incipit - Cime Tempestose, di Emily Bronte

1801

Ritorno adesso da una visita al mio padrone di casa: l'unico vicino con il quale avrò a che fare. Magnifico paese, questo. Credo che in tutta l'Inghilterra non avrei potuto trovare un luogo così discosto da ogni rumore mondano. Un vero paradiso del perfetto misantropo: e il signor Heathcliff ed io siamo fatti apposta per dividerci tanta solitudine. Ma che bel tipo, costui! Certo non immaginava quale calore di simpatia sentissi in cuore per lui mentre, avvicinandomi a cavallo, vedevo i suoi occhi neri muoversi, pieni di sospetto, sotto le sopracciglia, e le sue dita sprofondarsi ancor più, con un gesto di risoluta diffidenza, nel panciotto, all'annuncio del mio nome.
-Il signor Heathcliff?- chiesi.
Un cenno del capo fu la sua risposta.

Coffee break

Entrò nel bar un barbone, che si mise a fissare il gruppetto dall'altra parte della sala. Frank fece quello che faceva con tutti gli stranieri: si avvicinò all'uomo, che aveva evidente bisogno di un goccetto, e gli diede una pacca sulla schiena. "Stammi bene a sentire, vecchio. Se indovini qual è l'occhio di vetro, ti offro da bere."
Gli amici risero, perché era impossibile distinguere l'occhio vero da quello falso, ma il vecchio lo guardò e senza battere ciglio rispose. "Il sinistro."
Gli amici risero ancora più forte e Frank, pur essendo rimasto colpito, pensò che il vecchio avesse avuto fortuna e gettò mezzo dollaro sul banco.
Il barista guardò gli uomini andarsene, poi si rivolse al vecchio. "Che cosa prende?"
"Whisky."
Gli riempì un bicchiere. "Ehi, come ha fatto a capire quale era l'occhio di vetro?"
Il vecchio bevve il whisky e rispose: "È stato facile. Aveva uno sguardo più umano."

Recensioni spot: La Camera azzurra, di Georges Simenon - Edizioni Gli Adelphi

"La camera azzurra" è stato il mio primo felice incontro con quell'altro Simenon, quello  che non scrive di Maigret. Un romanzo perfetto, doloroso, introspettivo. Una scrittura asciutta e diretta, priva di fioriture letterarie, che scorre fluida e avvolgente mentre un pò alla volta accompagna il lettore nelle profondità torbide di un amore extraconiugale incomprensibile, folle, distruttivo. Pochi intensi personaggi, rarissime ambientazioni esterne, dialoghi essenziali. "Se io mi ritrovassi libera... faresti in modo di renderti libero anche tu?"  Andrée si rivolge così al suo amante, poco dopo aver fatto l'amore con lui.  Ed è così che ha inizio il dramma  che stravolgerà l'esistenza di Tony . La sua placida vita familiare nasconde  una trama nera di sentimenti guastati, di dolore, e di una passione rovente che illumina come una lama di luce la  camera azzurra dei due amanti. La loro camera.

Incipit - L'amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa ancora in penombra, dove era accorso d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni.
Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e il suo avversario di scacchi più pietoso, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro di oro. Trovò il cadavere sotto una coperta nella branda da campo dove aveva dormito sempre, vicino a uno sgabello con la bacinella che era servita a vaporizzare il veleno. Per terra, legato a una gamba della branda, c’era il corpo disteso di un gran danese col petto spruzzato di bianco, e vicino a lui c’erano le grucce. La stanza soffocante e confusionata che serviva al tempo stesso da camera da letto e da laboratorio, incominciava appena a illuminarsi col bagliore dell’alba dalla finestr…

Coffee break

"Alla mia età ancora non ho imparato a gestire l'ansia. In realtà sono molte le cose che non ho imparato e che nessuno mi ha spiegato. Ci insegnano le equazioni, Il cinque maggio a memoria, i nomi dei sette re di Roma, e nessuno ci chiarisce come affrontare le paure, in che modo accettare le delusioni, dove trovare il coraggio per sostenere un dolore."

Recensioni spot: Tutta un'altra musica, di Nick Hornby - Edizioni Guanda

Quanto ho amato Hornby in questo romanzo! Qui c'è la sua essenza, quella che mi aveva fatto innamorare ai tempi di "Alta Fedeltà". Non tutti i suoi libri mi sono piaciuti: questo però fin dalle prime righe l'ho sentito "mio". Sul binomio di amore e musica si snoda una vicenda umana profonda, che fa molto riflettere, quella di una coppia in crisi. O meglio, di una coppia in stato letargico. Un evento eccezionale fa irruzione nella loro perenne calma piatta e le conseguenze saranno inevitabili. Annie e Duncan sono uguali a tante coppie di oggi, una coppia che si può facilmente riconoscere all'interno del proprio gruppo di amici. Addirittura potremmo essere proprio noi Annie o Duncan. Sono imperfetti, sentimentalmente falliti, ironici ma soprattutto umani. E nel finale, beh, in quello non c'è la soluzione al problema, ma solo altri duemila punti di domanda. Tipico di Hornby, non darci mai un finale degno di questo nome. Gli piace tenerci s…

Incipit - La mia Africa, di Karen Blixen - Edizioni Feltrinelli

“In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong.A un centocinquanta chilometri più a nord su quegli altipiani passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare.
Di giorno si sentiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come la sera, erano limpidi e calmi,
e di notte faceva freddo. La posizione geografica e l’altezza contribuivano a creare un paesaggio unico al mondo.Nulla che fosse grasso e lussureggiante: era un’Africa distillata lungo tutti i suoi milleottocento metri di altitudine, quasi l’essenza forte e raffinata di un continente.”

Recensioni: E'così che si uccide, di Mirko Zilahy - Edizioni Longanesi

Dovrei ascoltare di più il mio fiuto, decisamente di più. Invece puntalmente riesco a farmi distrarre come una principiante da recensioni positive, alcune addirittura entusiastiche, dalla pubblicità editoriale, dal tam tam delle librerie che sbattono il libro del momento in vetrina per settimane. Grande thriller, rivelazione italiana, etc etc. Premetto che non amo particolarmente il genere thriller, prediligo il mistery o il classico giallo all'inglese, dove tutto è incentrato sul ragionamento, sulle deduzioni, dove lo splatter non esiste e dove la psicologia dei personaggi viene delineata abilmente e con una certa sottigliezza che rende intrigante il dipanarsi della matassa. Il thriller invece, come dice la parola stessa, dovrebbe fare paura, dovrebbe farti sussultare, non dovresti avere il coraggio di leggerlo quando sei da sola, a casa, di notte. Se il thriller rispettasse queste regole basilari, potrebbe anche piacermi. In fondo mi piace Stephen King, che di paura se ne inten…

Cose da scrittori: Bataclan, di Bonifacio Vincenzi - Edizioni LietoColle

LietoColle http://www.lietocolle.com/shop/collane-collana-blu-aretusa/vincenzi-bonifacio-bataclan/
Bataclan è un nome venuto a tatuarsi proprio malgrado nella coscienza del mondo, un mondo che rischia però – per memoria corta ed eccesso di informazione – di dimenticare in fretta i fatti e le ragioni. Bonifacio Vincenzi è qui a ricordarci – fuori dalla cronaca e dalla retorica dei coccodrilli – che una parte di noi è morta con i ragazzi del Bataclan, che una quota dei nostri giorni paga – che Bataclan resti o non resti coscientemente e consapevolmente presente nel pensiero – il debito di ciò che siamo diventati, di ciò che i morti di Parigi non hanno avuto modo di diventare. Bonifacio ricorda senza paura di tremare, riportando le lancette dell’emozione al tempo dei corpi appesi alle finestre, delle armi inceppate che hanno graziato alcuni e delle armi che hanno cantato la morte di altri. Bonifacio ricorda storie collettive e individuali, riconducendo a verità i fatti non per ciò che sono…

Incipit - I Malavoglia, di Giovanni Verga

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.
Le burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata sotto il lavatoio; e padron ‘Ntoni, per spiegare i…

I B-SIDES della letteratura: Miss Havisham (Tratto da "Grandi Speranze", di Charles Dickens)

“In una poltrona, con un gomito appoggiato alla tavola e con la testa posata sulla mano sedeva la più straordinaria donna che io avessi mai visto, e che mi rivedrò. Era vestita di un ricco abito: raso, merletti, sete: tutto in bianco. Anche le scarpe erano bianche. E un lungo velo ornato di fiori nuziali le scendeva dai capelli che pure erano bianchi. Sembrava non avesse ancora finito di vestirsi perché portava una sola scarpa, l'altra era posata sulla tavola vicino alla sua mano; e il velo era aggiustato solo a metà sulla testa; l'orologio e la catena non erano ancora stati messi,; e alcuni pizzi per il seno erano ammucchiati in disordine sul tavolo con i gioielli, con il fazzoletto, con i guanti, con i fiori e con un libro di preghiere." Così ci racconta Dickens il primo incontro tra il protagonista di Grandi Speranze, Pip, e la bizzarra Miss Havisham, una nobile signora di mezz'età che tanta influenza avrà sulla vita del protagonista. La donna vive rinchiusa da ann…