giovedì 28 luglio 2016

Recensione: Benedizione, di Kent Haruf - NN Editore

La scrittura di Ken Haruf sta tutta nel suo titolo: un'autentica benedizione. Mi sono approcciata a questo romanzo, che è il primo libro di una triologia, con la certezza che avrei trovato profondità e pensieri importanti nelle tematiche affrontate, ma fluidità e sobrietà nella narrazione. Qui tutto il superfluo viene abbattutto, lasciando però intatta la profondità del pensiero. I dialoghi sono ridotti al minimo, ma ogni parola viene soppesata ed incastrata in un gioco intimo e straordinario, come i più grandi scrittori sanno fare. “Il grande romanzo americano” ha un nuovo figlio, e si chiama Kent Haruf. Autore da noi praticamente sconosciuto, ha avuto uno straordinario successo grazie alla scelta preziosa ed intelligente svolta dalla casa editrice, anch'essa fuori dai circuiti dei mass market librari, ovvero la NN Editore. Apprezzo queste scoperte, apprezzo il lavoro di chi si spinge altrove per cercare quella bellezza che altrimenti rimarrebbe sconosciuta ai più.
Tenetevi alla larga da questa triologia se però amate gli intrecci complicati e la narrazione impetuosa, se amate riflessioni atricolate e dialoghi che si snodano lunghi e tortuosi come le corsie di una strada provinciale. Perché qui non succede nulla, o quasi. Non ci sono avvenimenti eclatanti, sviluppi imprevedibili e colpi di scena. Già sappiamo come sarà la fine di questo romanzo fin dalla prima pagina: un uomo anziano sta morendo di cancro. E tra la scoperta di questa fine immenente ed il suo avverarsi, c'è tutto un mondo che Haruf ci racconta in modo lucido ed essenziale. Il rischio sarebbe stato peccare di superficialità. Ma se hai un maestro come Hemingway, che rivoluzionò il modo di scrivere trasformando lo stile “giornalistico” in un dono per scrittori, e se sei capace di una prosa armonica e asciutta puoi compiere veri prodigi ed incantare i lettori anche se semplicemente ti limiti a raccontare la vita. Avete presente quelle vecchie fotografie di una volta, in bianco e nero, che ritraggono uomini e donne in posa, a cui fanno da sfondo paesaggi immobili, statici come i loro volti? Kent Haruf sembra che abbia catturato quelle istantanee per farle rivivere attraverso la scrittura. Spesso, quando da bambina guardavo le vecchie foto della mia famiglia insieme a mia madre, dentro la mia testa (che già allora era in continuo movimento) mi domandavo cosa stessero facendo in quel momento, poco prima di essersi messi in posa. Era stata una buona giornata? Quali pensieri si celavano dietro quello sguardo attento? Avevano sorriso, avevano pianto, avevano accarezzato i loro bambini prima di andare a dormire? Riuscivano a lasciare sotto il cuscino l'amarezza di certe sconfitte? O a portarsi nel sonno la felicità di qualche fugace momento? I loro visi compassati facevano vagare la mia fantasia.
Contea di Holt, Colorado. L'istantanea di “Benedizione” è il fermo immagine di un anziano e di una sconfinata pianura americana che fa da sfondo. Dad è un uomo per bene, un gran lavoratore e da sempre membro attivo della piccola comunità rurale di cui fa parte.E' un vecchio riottoso giunto alla fine della sua esistenza, consapevole dell'inesorabilità del suo destino. Però non si fa compiangere e  cerca di andare incontro alla morte con dignità. L'affetto della moglie e quello ritrovato della figlia, costretta a tornare a casa per aiutare la famiglia in difficoltà, riescono a velare la crudeltà della malattia, cosicchè anche per noi lettori questo sarà un fattore che rimarrà in secondo piano. Entriamo in punta di piedi nella vita di quest'uomo così come in quella di tutta la piccola cittadina, ancora legata ai retaggi del passato, in cui l'emancipazione e il progresso sembrano essere arrivati con estrema difficoltà, bucando granitiche corazze di diffidenza e di ignoranza. Ognuno di questi personaggi porta con sé il proprio bagaglio fatto di speranze, di sogni, di illusioni, di amarezze, di turbamenti, di gioia ma soprattutto di dolore. Perché Haruf non ci indora la pillola, e ce lo dice senza mezzi termini: la vita è quasi sempre dolore, a volte sottile, a volte talmente intenso da spaccarci il cuore. La felicità è solo un istante fugace ed i treni persi non torneranno mai indietro a riprenderci.
Non voglio parlare di quali personaggi s'incontreranno durante la lettura e con quali vite ci si dovrà confrontare. Non lo voglio raccontare perchè non c'è niente da svelare, niente con cui catturare l'attenzione: potrebbero tutti, indistintamente, essere il nostro vicino di casa, nostro fratello o nostra madre. Quasi sicuramente troverete un pezzo di voi stessi e della vostra storia in quello che Haruf vi racconterà. Io ho rivisto in Dad gli ultimi giorni di vita di mio padre, ho ritrovato nelle cure di sua moglie tutto l'amore con cui mia madre l'ha accompagnato verso la fine. Ho rivisto me stessa in quella figlia ritrovata e nell'illusione di Ally per un amore che credeva perfetto e che invece le ha rubato la giovinezza, marchiandola a fuoco. Ora è di nuovo serena, ma i capelli si sono ingrigiti e la paura l'ha inghiottita. E poi c'è la speranza. La speranza che è rappresentata da Alice, una bambina, una metafora che ci parla di futuro e di apertura alla vita che nonostante tutto prosegue il suo corso naturale, sconfiggendo i demoni che la morte lascia in chi resta.
L'armonia narrativa di Haruf si sparge in tutto il romanzo, conciliandosi perfettamente con le pianure sconfinate del Colorado. Elegante, sobria e completamente denudata, mi ha incantata e mi ha fatta entrare in quel piccolo microcosmo come se fossi anche io parte di Holt.
E'così che succede, quando una penna magistrale decide di mettere nero su bianco la vita: non è al di fuori di una trama intrigante che troviamo la nostra benedizione, ma nelle storie ordinarie che ognuno ha dentro di sé. La benedizione di Haruf è il dono inaspettato della serenità e un solido senso di compiutezza. A dispetto di tutto.

Titolo: Benedizione
Autore: Kent Haruf
Casa Editrice: NN Editore
Traduttore : F. Cremonesi
Pagine: 277


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lunedì 25 luglio 2016

Incipit: La bambina che amava Tom Gordon, di Stephen King


Il mondo aveva i denti e n qualsiasi momento poteva morsicare. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina dei primi di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 GORDON sulla schiena) a giocare con Mona. la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: "Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria". Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva.
"Tutto perché avevo bisogno di fare pipì", pensò... quando poi il bisogno non era così terribile e in ogni caso avrebbe potuto chiedere a mamma e a Pete di aspettare un minuto mentre lei andava dietro un albero.

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venerdì 22 luglio 2016

Explicit: Benedizione, di Kent Haruf




"Lorraine prese a braccetto sua madre ed entrarono e accesero la lampada che c'era accanto alla poltrona di Dad, vicino alla finestra, illuminando anche il cortile laterale, poi tornarono in cucina e sedettero insieme a tavola, a bere un caffè e a chiacchierare a bassa voce.
Era una notte di agosto. Dad era morto quel mattino e Alice, la ragazzina della porta accanto, si era persa quella stessa sera. Poi, guidata dalle luci della cittadina, aveva ritrovato la strada di casa ed era tornata dalla persone che l'amavano.
In autunno le giornate si fecero fredde, mentre gli alberi perdevano le foglie, e in inverno arrivò il vento dalle montagne, e sugli altopiani della contea di Holt ci furono tempeste notturne e tormente di neve lunghe tre giorni."

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martedì 19 luglio 2016

Incipit: Benedizione, di Kent Haruf




"Appena gli esiti dell'esame furono pronti, l'infermiere li chiamò nell'ambulatorio, e quando l medico entrò nella stanza diede loro un'occhiata e li invitò a sedersi. Capirono come stavano le cose guardandolo in faccia. Avanti, disse Dad Lewis, dica pure. 
Temo di non avere buone notizie per lei, disse il dottore. Era tardo pomeriggio quando scesero le scale e tornarono nel parcheggio. 
Guida tu, disse Dad. Io non ne ho voglia. Ti senti così male, tesoro? 
No, non sto poi tanto peggio. Voglio solo guardare la campagna, non mi capiterà più di tornarci. 
Non mi dispiace portarti in giro, disse lei. E possiamo tornare da queste parti tutte le volte che vuoi. 
Uscirono da Denver, allontanandosi dalle montgne per tornare sugli altopiani: artemisia e yucca e gramigna ed erba del bisonte nei pascoli, grano e mais nei campi. Ai due lati della Stradale c'erano piste sterrate che correvano sotto il cielo terso, dritte come le righe di un libro, con poche cittadine isolate sparsi nella pianura sconfinata."

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giovedì 14 luglio 2016

Recensione: ritrovarsi a Parigi, di Gajto Gaznadov



I libri  minuti e sottili spesso ci ingannano. Pensiamo che non potranno mai contenere nulla di particolarmente interessante o di particolarmente profondo, perché manca lo spazio fisico per esternare emozioni e raccontare storie. Eppure alcuni di questi sono scrigni che nascondono autentici tesori: sono frutto di autori dalla scrittura sopraffina, che riescono a compiere intensi viaggi nella vastità dei sentimenti umani condensando tutto in poche, sapienti pagine. "Ritrovarsi a Parigi" non è una storia d'amore, o meglio è una storia d'amore non convenzionale. Più che celebrare l'amore tra un uomo e una donna, in questo romanzo viene celebrato un bene assai più grande, da cui discendono tutti gli altri: l'amore per la vita.
Gazdanov nacque a San Pietroburgo i primi del novecento, ma crebbe tra la  Siberia e l'Ucraina. Prese parte alla Guerra civile russa tra le file dell'Armata Bianca e per questo motivo fu costretto, nel 1920, a lasciare la Russia. Decise  di stabilirsi a Parigi, dove  lavorò presso gli stabilimenti Renault, ed in seguito  come tassista.  Eppure aveva un grande talento, soprattutto era abile nell'intessere trame da letteratura gialla a cui aggiungeva una grande attenzione  per i dettagli psicologici, che lo contraddistinguevano e che gli valsero ottime critiche. I suoi trascorsi politici  ed il fatto che visse tutta la vita da immigrato in un paese straniero non gli furono d'aiuto nel costruirsi una notorietà degna del suo talento. Le sue opere non vennero mai pubblicate nell'Unione Sovietica: la sua grandezza di narratore venne riconosciuta soltanto postuma, quando in seguito allo scioglimento dell' U.R.S.S.  vennero stampate  oltre cinquanta edizioni delle sue opere in russo. Un autore da riscoprire quindi, che molti paragonano a giganti quali Proust, Camus e Nabokov. La casa editrice Fazi ha recentemente pubblicato questo romanzo inedito, dalla copertina e dal titolo che catturano subito ed evocano suggestioni a cui non ho saputo nè voluto resistere: una storia tra un uomo e una donna, ma particolare; un'ambientazione in una città europea che per molti rappresenta il sogno, me compresa. Ed infine  un'epoca a cui sono particolarmente legata, parlando di letteratura, ovvero il periodo post bellico (anni cinquanta o giù di lì). L'ho letto in un paio di pomeriggi, durante il week end, stregata dallo stile minimalista di Gaznadov, che nulla ha a che vedere con la tradizione ottocentesca dei suoi compatrioti. Naturalmente siamo in un periodo letterario completamente diverso, ma di quella letteratura russa che spaventa la maggior parte di noi lettori qui non c'è traccia. E' un autore contemporaneo, moderno, estremamente acuto e profondo, che sa dosare le parole mettendole con cura una dietro l'altra, nessuna lasciata al caso, nessuna superflua.
Dopo la morte della madre, Pierre Faurè decide di lasciare Parigi per trascorrere le vacanze di agosto in una piccola cittadina della campagna provenzale, a casa del suo amico François. Pierre è un uomo semplice che conduce una vita anonima e molto solitaria, svolge un lavoro piuttosto monotono (è contabile in una piccola ditta) e non ha nessuno slancio vitale. Non ha ambizioni, non ha desideri da coltivare. E' convinto che gli uomini medi come lui siano destinati a condurre una vita ordinaria e ribellarsi a questa verità   sarebbe una fatica inutile.  Conduce un'esistenza sospesa, immutata, scivolando sopra gli accadimenti della vita noncurante e indifferente. Non è apatia, è piuttosto un desiderio inconscio di sottrarsi alla vita con tutte le sue complicazioni. Nè l'esperienza della guerra nè la prematura morte del padre riescono a far tuffare Pierre nella realtà, a cui preferisce sottrarsi per continuare la sua rassicurante routine fatta di casa, di lavoro, e della compagnia della madre. Quando la madre muore, lasciandolo solo, qualcosa in lui lentamente comincia a riaffiorare. Accetta l'invito del suo vecchio amico senza sapere bene il perché, ma  è proprio da questo piccolo ed inconsapevole gesto che inizierà sua rinascita. Il paese è piccolo e la casa immersa nel nulla di una fitta boscaglia, senza luce elettrica nè gas.  Le passeggiate tra i sentieri inondati di una luce pura, così diversa dal sole bianco pargino, e pervasi da un silenzio irreale, regalano a Pierre uno stato d'animo diverso e una nuova percezione di sè stesso.  In un mondo in cui il tempo e lo spazio appaiano immobili le sensazioni si dilatano, si amplificano e arrivano a toccare corde sconosciute. E' in questa particolare condizione psicologica che l'uomo un giorno incontra Marie. La ragazza gli appare come un fantasma, sulla soglia della capanna in cui vive da quando la guerra è finita, in uno stato di totale incoscienza, come un animale selvatico. Il giaciglio sporco, le vesti luride, non parla, non interagisce con nessuno ed ha lo sguardo vacuo di chi osserva senza capire nulla di quello che vede. Nell'istante in cui Pierre la vede  capisce che la sua vita forse non è inutilmente spesa, priva di scopo. La chiave di volta è rappresentata da questa ragazza, che decide a tutti i costi di portare con se a Parigi per salvarla, per aiutarla a ritornare a vivere. Sia il suo amico François che lo psichiatra che interpella cercano di farlo desistere, spiegandogli che non c'è speranza che Marie riacquisti la sua coscienza.  Pierre però non si arrende. Per mesi si occupa di lei, teneramente ed ostinatamente, la ama già ma nessuno dei due se ne rende conto. Pierre sta uscendo dal suo "status quo",  mentre Marie lentamente ritrova la sua umanità, la memoria ed i ricordi. Ognuno di loro prende dall'altro nutrimento, come piante avvizzite private a lungo della luce e dell'acqua. E' bellissimo scoprire, pagina dopo pagina, come Gazdanov  abbia per noi un piano diverso da quello che sembrebbe ovvio e lineare: prende il suo protagonista e gli fa fare quello che nessuno avrebbe mai fatto, conduce noi lettori lungo una strada tortuosa, densa di significato e di risvolti psicologici. A volte terribili e a volte sublimi, dove il bene si nasconde in gesti impensabili e dove l'amore affiora e divampa con una forza incontenibile: amore per una donna, amore per un uomo, amore per l'esistenza.
Il mondo di Gaznadov è un mondo di una bellezza imperfetta e profonda, che merita di essere scoperto. Compratelo, leggetelo e poi fate come me: andate alla ricerca degli altri suoi romanzi. Ne rimarrete totalmente appagati.

Titolo: Ritrovarsi a Parigi
Autore: Gajto Gaznadov
Casa Editrice: Fazi
Traduttore:
Pagine: 155
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mercoledì 13 luglio 2016

Cervo ti Strega - Premio Strega 2016, la mia esperienza

Cervo ti Strega perchè...

"Per i suoi carrugi antichi e pieni di segreti. Per le sue luci aurorali, il suo cielo smaltato. Per il suo busto aggettato sul mare e il suo dorso boscoso; con le tortore e i gabbiani a contendersi il confine fra la terra e il mare. Per i capperi aggrappati ai muri e per gli scogli selettivi. Per i silenzi del borgo e il gracidio notturno delle rane. Per il fruscio degli ulivi mossi dal vento e per le note estive che si perdono nell'aria. Per il profumo dei gelsomini e il bagliore delle bunganvillee. Per i suoi gatti furtivi e l'asciutta cordialità dei Cervesi. Perché è un posto speciale per ritirarsi e leggere un buon libro."
Walter Barberis, Presidente della Casa Editrice Einaudi 
Professore Ordinario di Storia moderna e Metodologia della ricerca presso l'Università di Torino

Quest'anno ho avuto la fortuna di essere invitata alla serata finale della Kermesse "Cervo ti Strega",  evento promosso dalla Fondazione Bellonci di Roma e dalla ditta Strega Alberti Benevento (azienda produttice del celeberrimo Liquore Strega) in collaborazione con il Comune di Cervo,  oramai  giunta alla sua terza  edizione. Come mai proprio Cervo, piccolo paesino di mare arroccato su un promontorio, talmente a picco sulla costa  che dalle sue case colorate puoi tuffare lo sguardo direttamente sul mare? Per spiegarlo, prendo in prestito le parole del sindaco Gian Paolo Giordano:
 "Cervo è un borgo ricco di magia, di fascino misterioso derivato dai vicoli stretti, dai carrugi, dalle scalinate che portano alla piazza principale dove ha sede la scenografica Chiesa di San Giovanni Battista, conosciuta dai più come chiesa dei Corallini. La piazza, a picco sul mare, regala vedute che lasciano a bocca aperta. L'azzurro del cielo e del mare è interrotto dalle geometrie arancioni dei tetti, delle invidiate terrazze e dalle bouganvillee perennemente in fiore. Dal verde delle sue colline, dei suoi parchi si dipanano i sentieri che permettono di assaporare lo scenario naturale dell'intatta vegetazione a macchia mediterranea."
Cervo fa parte dell'associazione "I borghi più belli d'Italia", che ha lo scopo di contribuire a preservare e rivitalizzare i piccoli comuni dotati di un notevole interesse storico e culturale,  rispondenti a determinate caratteristiche.
Questa cornice naturale, capace di far risplendere qualsiasi invenzione umana,  ospita la manifestazione culturale "Cervo ti Strega". Di cosa si tratta, esattamente? Il progetto affonda le sue orgini nel rapporto d'amicizia che legò due coppie di intellettuali del primo dopoguerra: Maria e Goffredo Bellonci ed Orsola Nemi ed Henry Furst. Nel salotto letterario che gravitava intorno alla loro casa di Roma Maria e Goffredo Bellonci  istituirono  nel 1947, con la collaborazione di Guido Alberti, (proprietario dell'azienda produttrice del famoso liquore Strega) quello che diventò il più prestigioso premio letterario italiano. Il mondo culturale dell'epoca, devastato dal ventennio  fascista, si stava risvegliando prepotentemente e questo Premio diede grande impulso alla divulgazione e alla nuova fioritura della letteratura del nostro Paese. Così scrive Maria Bellonci: "Cominciarono, nell'inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tema doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l'incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione". La profonda amicizia che legava in particolare la Bellonci alla Nemi ha ispirato questo ideale collegamento tra Roma e Cervo, dove quest'ultima possedeva una casa insieme al marito, anch'essa fucina di cultura e di incontri letterari importanti:  un contiuno andirivieni di personaggi, da Junger a Montale, da Longanesi a Soldati, da Comisso a Kochnitzky, da Peyrefitte ad Ansaldo, da Negro a Bartolini, da Montanelli a Ungaretti, da Irene Brin a Leonetta ed Emilio Cecchi, da Sibilla Aleramo a Lucia Rodocanachi e ad Italo Calvino. La Nemi per tutta la sua vita frequentò grandi nomi della letteratura del periodo, per cui possiamo ben immaginare il perché di questo prolungamento del Premio Strega, che dal 2014 si allunga da Roma fino alla coste cervesi.
Queste le parole di Stefano Petrocchi, Direttore della Fondazione Bellonci di Roma:
"Quando settanta anni fa cominciarono a riunirsi in casa Bellonci gli Amici della domenica, questa parola che scelsero per definire il loro sodalizio, "amici", aveva il senso tutto pieno della relazione affettiva, a cui si aggiungeva come un cemento potente la visione comune del ruolo che la cultura avrebbe dovuto svolgere nell'Italia del dopoguerra. Erano amiche Maria Bellonci e Orsola Nemi, scrittrici e animatrici entrambe, a Roma e a Cervo, di quello che veniva definito un "salotto letterario" e che in realtà era un luogo di elaborazione e discussione di idee.
"Cervo ti Strega" partecipa ancora di quel nucleo di irradiazione ideale: contribuendo a far conoscere gli autori finalisti del Premo Strega e insieme uno dei borghi più belli d'Italia, moltiplica il senso della parola "amici" in una comunità al tempo stesso reale e virtuale di amanti della cutlura e delle bellezze artistiche e paesaggistiche d'Italia."
Da tre anni a questa parte dunque, il giorno dopo l'assegnazione del premio che avviene a Roma, la carovana letteraria si sposta  a Cervo dove la suggestiva Piazza dei Corallini ospita l'incontro con il vincitore. Le serate in realtà sono due: il giovedì prima dell'assegnazione sono ospiti del paese tutti i cinque finalisti del Premio, i quali hanno la possibilità di parlare del loro romanzo in un vivace dibattito, intervallato da momenti di intrattenimento musicale ad hoc, che appassiona e che regala al pubblico momenti di vera bellezza artistica. 
La serata finale, che si è svolta sabato 9 luglio, ha avuto come mattatore il Professore e cantautore Roberto Vecchioni e, ovviamente, come protagonista  il neo eletto vincitore  Edoardo Albinati, con il suo "La Scuola Cattolica", edito da Rizzoli. A far loro compagnia sul palco il giornalista RAI Lorenzo Orsini, l'attore imperiese Antonio Carli che ha letto alcuni passi del romanzo e Martin Kurtinovic, rappresentante degli studenti del Liceo Cassini di Sanremo e del Liceo Viessaux di Imperia membri della giuria nazionale del Premio Strega Giovani, anch’essi presenti sulle gradinate della Chiesa.

Attraverso il dialogo tra il Professore Vecchioni ed Albinati noi del pubblico siamo riusciti ad addentrarci poco alla volta in questo romanzo già definito un capolavoro, senza dubbio un romanzo difficile e duro, scaturito dai ricordi dell'adolescenza di Albinati e che trae ispirazione da un terribile fatto di cronaca nera che scandalizzò l'Italia degli anni 70: il massacro del Circeo. Secondo Albinati, questo delitto incomprensibile e dalla ferocia inaudita segna un' indelebile traccia nella nostra storia sociale: un prima e un dopo, una linea di demarcazione che inevitabilmente mette a nudo una società di cui non si sapeva nulla, in cui tutto veniva sommerso dal perbenismo e dall'apparente "educazione cattolica" che permeava la borghesia dei quartieri romani in cui Albinati è cresciuto. Trasferisce sulla carta una generazione di cui mostra il rovescio della medaglia, un popolo  fatto di “professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi”. Un libro epocale, dunque. Un tomo di oltre 1200 pagine che si deve leggere con  consapevolezza e rigore, ma che è in grado di appagare il lettore, di renderlo edotto, di aprire i suoi orizzonti perché parla apertamente di questioni che nessuno come Albinati ha mai voluto approfondire e divulgare attraverso un romanzo: borghesia, cattolicesimo,violenza, sesso, maschilismo e femminismo. La storia risvoltata dell'Italia. Io, lettrice da sempre ma parecchio a digiuno per quanto riguarda i Premi Strega, (che tra l'altro quest'anno è giunto alla sua 70°esima edzione) ero partita prevenuta. Pensavo che "La Scuola Cattolica" fosse, a dirla in modo barbaro, un mattone inaffrontabile. Poco alla volta però mi sono sentita coinvolta e desiderosa di leggere questo romanzo, intrappolata e suggestionata dalle parole di chi ama così tanto la letteratura da farne un mestiere di vita. Ho visto i ragazzi del liceo assitere attenti al dibattito con le loro copie del libro in mano, il loro preparato e disinvolto rappresentante che parlava all'autore come se stesse su un palco da sempre, il pubblico attento che si divertiva e si appassionava poco alla volta alle parole  di Albinati e alle incursioni di Vecchioni, che incalzava l'autore  e spiazzava il pubblico con il suo modo di fare a volte un po' sopra le righe. Ma e' il Professore d'Italia,  possiamo perdonargli quasi tutto.  Ed è anche uno dei cantautori più talentuosi e di successo che abbiamo, un uomo che tra le sue canzoni ci fa trovare sempre un po' di poesia, tanta bellezza e un velo di malinconia. Accompagnato dalla chitaarra di Kino Rossini, ha regalato alla piazza "Luci a San Siro", ancora una volta bravo, ancora una volta struggente, nonostante l'avanzare dell'età e un po' di stanchezza che ad una certa ora ha cominciato a farsi sentire. Una serata perfetta, una simbiosi totale tra bellezza artistica e bellezza del paeseaggio, una di quelle notti d'estate che vorresti non finisse mai.  Questa volta, tra il pubblico, c'ero anche io. Da qui mi vedo, confusa tra la folla, con il mio vestito preferito ed i capelli chiari arruffati dalla brezza marina. Quell'aria salmastra che d'estate  impregna le coste liguri, che spettina e rende felici.
Perché l'arte è bellezza, è vita, è sogno.


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lunedì 11 luglio 2016

Incipit: Ritrovarsi a Parigi, di Gajto Gazdanov


Pierre Fauré lasciò la capitale con l'espresso delle nove e mezza del mattino che partiva dalla gare d'Austerliz. Era il 2 agosto. Pioveva incessantemente da tre giorni; durante la notte prima della partenza si era svegliato ogni due o tre ore  - e ogni volta aveva udito le foglie bagnate del grande castagno stormire sotto la finestra. Trovava assurda l'idea  di partire per le vacanze: subire il diluvio qui, a Parigi, o in un buco lontano centinaia di chilometri... Ma aveva già comprato il biglietto, e ormai bisognava partire, senza domandarsi più se quel viaggio fosse opportuno.
Era stato per puro caso. Pierre sarebbe di certo rimasto a Parigi se, due settimane prima, non avesse incontrato quel François, soprannominato dai suoi compagni di liceo "Zisel", che nel frattempo era diventato giornalista. Lo aveva invitato a bere un caffè; si erano seduti all'aperto e avevano cominciato a parlare.
"Quanto tempo è passato!" disse François, "Dove te ne via ques'estate?"
"Da nessuna parte. Resto a Parigi".
"Perchè?"
Pierre alzò le spalle: non aveva nessuna voglia di viaggiare.

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venerdì 8 luglio 2016

Coffee break


La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. "Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani".
Lennie era felice. "È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi".
George riprese. "Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso".
Lennie interruppe: "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché"
                                                                        ***

"Un uomo ammattisce se non ha qualcuno. Non importa chi è con lui, purché ci sia. Vi so dire", esclamò, "vi so dire che si sta così soli che ci si ammala". 
                                                                         ***
Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.
Sfogliano Uomini e Topi, di John Steinbeck

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mercoledì 6 luglio 2016

Recensioni: Central Park, di Guillaume Musso - Edizioni Bompiani


Immaginate di svegliarvi una mattina su una panchina di Central Park, e di non ricordare più nulla della notte precedente.  Il vostro ultimo ricordo risale ad una  piacevole serata trascorsa in compagnia delle amiche, sugli Champes Elysées. Nel Vecchio Continente, dall'altra parte dell'Oceano.Un giro di locali, parecchi drink e poi il risveglio in un luogo sconosciuto e distante ore di volo da casa vostra. Accanto a voi, ammanettato, c'è un uomo di cui ignorate l'identità: comincia così questo coinvolgente thriller di Guillaume Musso, scrittore di cui avevo sentito parlare ma di cui non avevo ancora letto nulla. Questa mi è sembrata un'ottima occasione per fare la sua conoscenza.
Sono le otto del mattino e Central Park è avvolto ancora in un'aura di pacifica sonnolenza quando Alice e Gabriel si risvegliano ammanettati insieme su una panchina, in una zona interna e poco frequentata del parco. Lo sgomento inziale diventa quasi panico nel momento in cui si rendono conto di come sono finiti in quel luogo così lontano dalle loro vite: la camicetta di Alice è sporca di sangue, ed ha in mano una pistola a cui manca una pallottola. Alice è una poliziotta della Crim di Parigi, mentre Gabriel è un pianista Jazz newyorkese che la sera precedente si stava esibendo in un locale di Dublino. Apparentemente quindi nessun legame unisce i due protagonisti, se non il fatto che entrambi la notte precedente si trovavano in Europa. E non ricordano nulla. L'istinto da segugio di Alice si risveglia immediatamente: non c'è tempo da perdere, bisogna agire in fretta per risolvere l'enigma e soprattutto per tirarsi fuori dai guai. Alice e Gabriel cominciano così un'indagine che è una corsa contro il tempo, in cui nulla è come sembra. Non voglio spoilerare nulla, quindi non farò altre allusioni alla trama: se deciderete di leggere questo thriller, sarà un sicuro piacere scoprire pagina dopo pagina quali segreti custodiscono i due protagonisti, quale intricata matassa devono sbrogliare mentre  dolorosi ricordi emergono poco alla volta dai meandri delle loro menti confuse. Questa lettura tiene aggrappati alle pagine e non da nessuna tregua, il ritmo è affannoso e ansiogeno, carico di momenti di pathos e di tensione. Musso fa e disfa una matassa che sembra sempre sul punto di dipanarsi, per poi intricarsi ancora di più. Quando pensi di avere chiara la situazione, lui stravolge le carte in tavola e ti ributta dentro la storia con altre domande e nuovi dubbi. Fino alle ultime pagine, quando un finale che assolutamente non mi aspettavo  mi si è  rovesciato addosso con un carico da novanta, lasciandomi sbigottita, incredula e anche molto arrabbiata. Sì caro Musso, questo non me lo dovevi fare. Non l'ho sopportato, l'ho trovato ingiusto e troppo duro da accettare, mi hai ingannata per 350 pagine e poi mi hai lasciata lì, ormai talmente coinvolta nella storia al punto che leggendo l'explicit mi sono venute anche le lacrime agli occhi. Mi sono commossa per la più crudele  storia d'amore che si potesse inventare. Amore per la vita, amore per la speranza. Sono sentimenti  che non si trovano facilmente in un thriller,  ed è anche questo ad avermi spiazzato completamente. Il destino che ha inventato per Alice è troppo accanito, troppo spietato. E anche se nelle ultime pagine ci lascia intravedere uno spiraglio di possibile felicità, non è sufficiente a stemperare l'eccessiva crudeltà con cui questa ragazza è costretta a fare i conti. Alice è un personaggio straordinario, che mi è piaciuto moltissimo per la sua energia e per la sua carica esplosiva. E' una donna forte, una combattente. Ha un linguaggio diretto ed è abituata a decidere in fretta, il suo lavoro non le permette di indugiare e questo atteggiamento risolutivo e battagliero se lo porta dietro continuamente, perché fa  parte integrante della sua natura. E' così anche nella vita privata: è una donna per la quale le mezze misure non esistono. E' questo spirito indomito la sua carta vincente, quello che le ha permesso di fare carriera in polizia a soli trent'anni, ma è anche ciò che le ha causato molti guai nella vita privata. I rapporti  con la sua famiglia sono freddi e distaccati, perché la sua diversità non viene accettata. Sua madre e i suoi fratelli la compatiscono e la giudicano dall'alto delle loro vite da copertina, la guardano con commiserazione  perché è single,  perché non è elegante, perché da la caccia ai serial killer e passa le serate alla Crim. Nessuno la riesce a comprendere tranne suo padre, un famoso ex agente di polizia caduto in disgrazia. La sua vita privata, così come quella da poliziotta, subisce imprevedibili cambi di rotta tanto repentini quanto spiazzanti. Come sulle montange russe, Alice alterna una  profonda  solitudine ad istanti di felicità intensa, per i quali pagherà uno scotto durissimo. E' dotata di un istinto da cacciatrice che non si placa nemmeno per un attimo, per seguire il quale rischia tutta se stessa. E poi c'è Gabriel, questo sconosciuto che si risveglia accanto a lei, stropicciato ed affasciante, con lo sguardo affilato come la lama di un rasoio. La sua identità è avvolta nel mistero, un garbuglio che sembra sciogliersi per poi riattoricigliarsi su ste stesso almeno un paio di volte. Quando pensi di aver capito finalmente chi è, ecco che la pagina dopo capisci che in realtà non hai capito proprio nulla. E'come se Musso continuasse a giocare  a scacchi con i pensieri del lettore, facendo ogni volta la mossa giusta.
Potrei muovere diverse critiche a questo thriller, perché non è immune da difetti e soprattutto verso la fine l'autore  compie scelte narrative troppo spinte, decisamente oltre il limite della veridicità. Inoltre, sempre verso il finale, sconfina in qualche banalità sentimentale di troppo, cosa che  poteva tranquillamente evitare e che non convince. Però fa il suo dovere, e lo fa dannatamente bene. Un thriller deve tenere alta e costante la tensione nel lettore, e Musso ci riesce perfettamente. L'ho letto in soli tre giorni, tenendo accesa la luce dell'abat-jour fino a tardi, nonostante le palpebre calanti e il sonno prepotente. Ma non potevo staccarmi, non riuscivo. Un bravo autore di thriller deve anche saper depistare: mentre i gialli classici solitamente tengono il lettore sullo stesso binario durante tutto il tragitto per poi farlo improvvisamente deragliare, Musso ci fa cambiare treno spesso, facendoci scendere ogni volta alla fermata sbagliata. Inoltre, cosa poco usuale nei thriller, ha saputo dare vita a personaggi per cui è facile provare una forte empatia. O almeno, con me è stato così. E' questo il motivo per cui, alla fine, mi sono commossa pensando alla vita di Alice. Quando questo elemento manca il trasporto verso i protagonisti si esaurisce in fretta, o non compare nemmeno: quello che mi ha stupita è stato trovare così tanto pathos  in un genere letterario in cui le emozioni di solito non sono previste. Le motivizioni che spingono Gabriel ad agire in un determinato modo, che come si scopre nelle ultime pagine hanno retto i fili della storia fin dall'inizio, sono piuttosto inverosimili e sbrigative. Penso sinceramente che  Musso abbia perso un'occasione per scrivere un finale degno del resto del libro. Però voglio tenermi tutto il buono che c'è, perché un buon trhiller non si giudica solo dal finale ma da  come l'autore ha saputo giocare con noi. E Musso ha giocato la sua partita sapientemente, vincendo a mani basse.

Titolo: Central Park
Autore: Guillaume Musso
Casa Editrice: Bompiani
Pagine:
Traduttore: S. Arecco

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lunedì 4 luglio 2016

Incipit - Una ragazza da Tiffany, di Susan Vreeland




Aprii la porta di vetro molato sotto l'elaborata insegna in bronzo, Tiffany Glass & Decorating Company. Una nuova insegna e un nuovo nome. Bene, anch'io sentivo di essere un'altra persona. 
Nel salone al piano terra dell'edificio di cinque piani enormi vetrate erano appese al soffitto e grandi mosaici poggiavano alle partei. Sebbene avessi fretta, non seppi resistere alla tentazione di dare una sbirciatina ai vasi dlal linee morbide, ai completi da scrivania in bronzo, alle pendole, ai candelabri Art Nouveau. Ma le lampade stovanavo con i loro paralumi di vetro soffiato sopra le basi tozze e bulbose:  troppo ordinarie per essere eleganti! Il Signor Tiffany poteva fare di meglio.

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venerdì 1 luglio 2016

Explicit - Central Park, di Guillaume Musso



Ci saranno mattine chiare e mattine cariche di nubi.
Ci saranno giorni d'incertezza, giorni di paura, ore vane e grigie nelle sale d'attesa che sanno d'ospedale.
Ci saranno parentesi leggere, primaverili, adolescenti, in cui persino la malattia riuscirà a farsi dimenticare.
Come se non fosse mai esistita.
Poi la vita continuerà.
E tu ti ci aggrapperai.
Ci saranno la voce di Ella Fitzgerald, la chitarrra di Jim Hall, una melodia di Nick Drake, tornata dal passato.
Ci saranno passeggiate in riva al mare, l'odore dell'erba tagliata, il colore di un cielo tempestoso.
Ci saranno giorni di pesca con la bassa marea.
Sciarpe annodate per affrontare il vento.
Castelli di sabbia che terranno testa alle onde salate.
E cannoli al limone mangiati in piedi lungo le strade del North End.
Ci sarà una casa in una strada alberata. Lamapadari in ferro battuto dall'alone colorato. Un gatto rosso, saltellante, un grosso cane amorevole.
Ci sarà un mattino d'inverno in cui rischierò di far tardi al lavoro.
Scenderò gli scalini tre alla volta. Ti bacerò in fretta, prenderò le chiavi di corsa.
La porta, il viale lastricato, il motore acceso.
E, al primo semaforo, mi accorgerò di aver preso un piccolo ciuccio invece del portachiavi.
Ci saranno....
Sudore, sangue, il primo urlo di un neonato.
Uno scambio di sguardi.
Un patto per l'eternità.
Biberon ogni quattro ore, pacchi di pannolini impilati, pioggia sui vetri, sole nel cuore.
Ci saranno...
Un fasciatoio, una vaschetta per il bagnetto, otiti a ripetizione, uno zoo di peluche, ninnenanne canticchiate.
Sorrisi, passeggiate al parco, primi passi, un triciclo nel viale.
Prima di dormire, storie di principi che abbattono draghi.
Compleanni e rientri da scuola. Travestimenti da cowboy, disegni di animali appicciati al frigorifero.
Battaglie a palle di neve, giochi di magia, pane con la marmellata all'ora di merenda.
E passerà il tempo.
Ci saranno altre degenze in ospedale, altri esami, altri trattamenti.
E ogni volta sarai lì a combattere, la paura nella pancia e il cuore stretto, con l'unica arma del tuo desiderio di vivere ancora.
E ongi volta dirai che, qualunque cosa ti possa capitare adesso, sarà comunque valsa la pena di vivere tutti quei momenti che hai strappato alla fatalità.
E che nessuno te li potrà mai togliere

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