mercoledì 30 novembre 2016

Recensione: A Occidente con la notte, di Beryl Markham - Edizioni Neri Pozza




Questo romanzo completa  ciò che io definisco la mia personalissima "triologia dell'Africa". Tutto è cominciato quando qualche tempo fa lessi "Tra cielo e terra" di Paula McLain, sempre edito da Neri Pozza (trovate   QUI la mia recensione) , un romanzo che mi piacque molto e che mi fece incontrare per la prima volta Beryl Markham, donna straordinaria ed autentica pioniera dell'emancipazione femminile. La McLain sviluppa alcuni aspetti della vita di Beryl componendo l'ideale prolungamento dell'autobiografia romanzata della donna, che scrisse "A occidente con la notte" per suggellare tra le pagine il suo legame d'amore con il continente Africano. Quando lessi "Tra cielo e Terra" mossi una critica al romanzo, l'unica: non capivo perché l'autrice insistesse così tanto sul privato di Beryl, anche se movimentato ed intrigante, trascurando invece gli aspetti più interessanti della sua vita: fu la prima donna ad ottenere il brevetto come allevatrice di cavalli (aveva solo 17 anni) e la sua passione per il volo la portò a diventare un'aviatrice di professione. Il suo spirito di avventura la spinse persino a tentare un'impresa straordinaria per l'epoca: il volo transoceanico in solitaria, da Londra a New York.
Una volta terminata anche questa lettura ho però compreso: tutto quello che desideravo  sapere su questa donna così all'avanguardia si trova in questo romanzo, scritto con le sue stesse mani, prima che i ricordi potessero essere cancellati dalla vecchiaia. E' come se, leggendolo, ci soffermassimo a lungo ad ammirare una fotografia, incapaci di staccare gli occhi dalle immagini: la natura ancora vergine ed inospitale del Kenya, le capanne di fango dei primi coloni, i leoni distesi all'ombra delle grandi acacie, gli elefanti che si spostano in branco seguendo i corsi d'acqua...La scrittura di Beryl è evocativa, di forte impatto, regala incredibili suggestioni ed è avara di dettagli. Tralascia volutamente tutto quello che con l'Africa non ha niente a che spartire: amori (tanti), amanti (uno su tutti, di cui parlerò più avanti) e mariti (tre) per farci immergere completamente nell'atmosfera maliarda e sognante di un mondo ormai scomparso, che lei ha avuto il privelegio di dominare come e più di un uomo. La vita di Beryl Markham fu un turbinio di avventure, non si conformò ai dettami dell'epoca, fu spericolata nel lavoro come nella vita privata, assolutamente incapace di coltivare relazioni stabili e durature. La società coloniale dei primi del 1900 non differiva da quella vittoriana, non era altro che la sua proiezione: i pionieri s'illusero di poter impiantare il loro bagaglio culturale anche in Kenya, credendo che fosse facile plasmare quella terra selvaggia e assoggettarla  ai loro "giusti" ideali politici, religiosi, sociali. Beryl rimase sempre piuttosto estranea a riguardo, conservando sempre, per tutta la vita, un punto di vista molto diverso da quello che ci si aspettava da una donna occidentale.  Non era  una presa di posizione, per lei era normale considerare l'Africa come una madre terra da rispettare, con i suoi ritimi, i suoi cicli, la sua perfetta simbiosi con le leggi immutabili della natura. Non era facile far convivere dentro di sè questo sentimento così forte di appartenza con le necessità di vivere comunque in mezzo alla società bianca dell'epoca, che a Nairobi aveva il suo quartier generale: a volte era necessario scendere a qualche compromesso per poter sopravvivere.
Nel suo romanzo Beryl dedica poco tempo a parlare delle persone che popolarono la sua vita, fatta eccezione per alcuni uomini: suo padre, il suo grande amico indigeno Kibi, Tom Backer (l'aviatore inglese che le insegnò ogni cosa sul volo) e il barone Blixen, il marito della celeberrima Karen. Quest'ultimo era una  vera autorità a Nairobi:  appassionato cacciatore, l'aveva ingaggiata più volte per aiutarlo duranti i safari che organizzava per i suoi amici occidentali, affinché sorvolasse le zone circostanti al campo base in cerca di elefanti.  Il sogno dell'uomo bianco, a quei tempi, erano le magniche zanne d'avorio dei mastodonti africani, che possedevano solo i maschi; ma il branco li proteggeva e, animali di straordinaria memoria ed intelligenza quali erano, imparavano a nascondersi in territori impervi, visibili solo dall'alto. Beryl doveva avvistarli e segnalarli ai cacciatori, scrivendo le  coordinate su fogli di carta che poi lanciava a terra dentro scatole di latta. Aveva trovato un modo straordinario per guadangarsi da vivere, ancora una volta.
L'idea di utilizzare l'aereo per i safari non fu però del barone Blixen, nè di Beryl Markham. Fu di Denis Finch - Atton, affascinante avventuriero, cacciatore e pioniere che si lasciò sedurre dall'Africa non meno che  dalle donne. Denis era l'amante della baronessa Blixen, ma le cronache mondane dell'epoca vogliono Beryl perdutamente innamorata di lui: lui che, invece, restò sfuggente e fedele solo a se stesso, e morì libero, così come aveva sempre vissuto. Beryl lo conobbe in areoporto a Nairobi, perché Finch-Atton era anche  un appassionato aviatore, esattamente come lei. Erano spiriti affini, e questo Beryl ce lo fa intuire attraverso rare parole. Fu proprio Denys ad instillare in lei l'idea che sorvolare gli altopiani in cerca di elefanti poteva essere un connubio perfetto per lei che amava il volo e che ricercava continuamente l'emozione che le terre ancora inesplorate sapevano darle.
La baronessa Blixen, come è ovvio che sia, non fu mai una sua grande amica: l'una sapeva dell'altra, e viceversa. Erano donne profondamente diverse, e sebbene entrambe abbiano tributato un grande omaggio al continente africano, la natura del loro innamoramento non fu mai la stessa. La Blixen arrivò in Africa in età adulta, in cerca di avventure come tutti i coloni dell'epoca, annoiati dalla loro nobilità; ma poi il Kenya intrappolò il suo cuore in una presa mortale, che la segnò profondamente. Amò con tutta sè stessa quella natura selvaggia baciata da un clima starordinariamente mite,  l'immensa distesa di colline verdi che circondava Nairobi, i cieli senza crepuscolo, ogni cosa: ma nulla di tutto questo le  appartenne mai veramente. Fu solo un'amante, una donna bianca che sapeva capire, amare e rispettare  i riti antichi che governavano quel mondo; rimase però sempre un'estranea, con il dubbio che l'Africa le restituisse poco di quell'amore che lei invece  le aveva donato incondizionatamente.
Beryl invece fu sempre parte integrante di quel mondo ancestrale. I suoi ricordi d'infanzia si perdono tra le quattro assi di una capanna di legno e fango tirata su nel cuore del nulla, intorno alla quale suo  padre si faceva largo con il machete, per dare forma al suo sogno. Una fattoria, i cavalli, una piantagione di caffè. La mamma non compare mai nei suoi ricordi, perché l'abbandonò subito dopo il suo arrivo: lei non era fatta per quell'avventura al confine del mondo. Ciò che la Blixen apprende con gli anni, per Beryl fu una cosa del tutto naturale: parlava le lingue degli indigeni, giocava con loro, partecipava alle loro battute di caccia, alle loro feste. Così Beryl cresce, libera e selvaggia, imparando a calvalcare e a cacciare come un Kikuyo, fiera e rispettata sia dagli uomini del suo tempo che dagli stessi indigeni che l'avevano accolta. Non conosce altre radici che quelle africane, ed a queste  decide di rimanere ancorata anche  quando il sogno di suo padre va in frantumi: rimarrà in Africa, ad allevare cavalli, da sola. Si guadagnerà da vivere così, anche se ha appena 17 anni. Non so se sia stato il coraggio o la disperazione a guidare le scelte di Beryl, l'unica cosa certa è che questa sua intraprendenza le derivava da un amore viscerale per quella terra che l'aveva nutrita, prima che nel corpo, nell'anima. Questo suo spirito indomito e battagliero  la fece  considerare dai posteri come una specie di  femminista "ante litteram": credo che questa definizione abbia fatto sorridere parecchio Beryl, quando alle soglie della vecchiaia ripercorse la sua vita per dare forma al romanzo. Perché in realtà Beryl non dovette mai combattere contro niente e contro nessuno: la sua presenza all'interno della società coloniale, fatta prevalentemente da uomini, era accettata di buon grado come fosse una cosa naturale, inevitabile. Ricopriva dei ruoli che nessuno le contestò mai:  allevatrice di cavalli, aviatrice.  Il suo status fu sempre largamente accettato, condiviso e rispettato anche quando prese delle pieghe non proprio edificanti. La Blixen invece non riuscì mai ad elevarsi al di sopra dei pregiudizi che l'epoca vittoriana portò con sè anche al di là dell'Oceano: rimase sempre prigioniera del vecchio retaggio culturale di cui era figlia.
La  diversità  di  queste donne ci ha regalato due libri stupendi, che non dobbiamo mettere in contrapposizione l'uno con l'altro: sarebbe un errore, perché sono perfettamente  complementari. Quello che manca in uno, lo troviamo nell'altro. Lo stile navigato della Blixen, che fece della scrittura la sua professione, non è paragonabile a quello appassionato e acerbo della Markham. Se si può fare una critica a questo romanzo, sta proprio nello stile spesso elaborato e nella ricerca continua del lirismo, anche quando la circostanza non lo richiede. A volte ho fatto fatica a seguire i suoi voli pindarici: quando si perde nelle descrizioni struggenti dei paesaggi africani  la scrittura diventa un fiume impetuoso di ricordi che si sovrappongono l'un l'altro, saltano fuori immagini e nomi dal nulla, come quando si apre dopo tanto tempo la scatola dei ricordi. Ogni oggetto ha la sua storia, e tessere un filo temporale che tenga tutto in ordine cronologico è complicato ed inutile. Così mi sono lasciata trasportare dall'onda della memoria che riaffiora, senza pormi troppe domande, godendo delle emozioni che la scrittura porta a galla.
E' sbagliato definire il romanzo un'autobiografia, perché la cronostoria dei fatti, la descrizione dei personaggi e la loro collocazione nella storia sono di secondaria importanza rispetto al corpo della narrazione, che è basata su tutt'altro. Viene rivelato solo lo stretto necessario a comprendere ciò che l'Africa ha rappresentato per questa donna: l'amore assoluto, il senso di appartenza, il significato di una vita intera.

TITOLO:    A occidente con la notte
AUTORE : Beryl Markham
CASA EDITRICE: Neri Pozza
PAGINE: 326
TRADUZIONE: Delfina Vezzoli
PREZZO: 17,00

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lunedì 28 novembre 2016

Incipit: L'isola di Arturo, di Elsa Morante



"Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell'antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.
Purtroppo, venni poi a sapere che questo celebre Arturo re di Bretagna non era storia certa, soltanto leggenda; e dunque lo lasciai da parte per altri re più storici (secondo me, le leggende erano cose puerili). Ma un altro motivo, tuttavia, bastava lo stesso a dare, per me, un valore araldico al nome Arturo: e cioè, che a destinarmi questo nome (pur ignorandone, credo, i simboli titolati), era stata, così seppi, mia madre. La quale, in se stessa, non era altro che una femminella analfabeta; ma più che una sovrana, per me."

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martedì 22 novembre 2016

UN MARTEDI' DA SCRITTORI: Chiara Pilat presenta "La donna degli spiriti" - Pubblicazioni Indipendenti




Oggi vi presento il romanzo d'esordio di Chiara Pilat, il primo di una triologia in salsa fantasy. Pur non avendolo ancora letto credo che questo romanzo abbia tutte le carte in regola per intrigare ed invogliare all'acquisto gli amanti del genere. Ho notato come tra gli autori esordienti ci sia una fortissima predilizione per il genere fantasy: quasi tutti i romanzi che ho  finora ospitato in questo spazio riguardano tematiche di questo tipo. Io solitamente prediligo altre letture, ma di fronte a questa grande diffusione e  a tanto interesse per la fantascienza mi chiedo se non mi stia davvero perdendo qualcosa...sono io ad essere strana o davvero il mondo di cui scrivono e leggono in tanti con avidità è intrigante al punto da surclassare la letteratura classica? Nel frattempo faccio il mio personale "in bocca al lupo" a Chiara per la sua nuova avventura e auguro a tutti buone letture!

CHI E' L'AUTRICE?

Chiara Pilat vive ad Albisola Superiore (SV). È cresciuta divorando ogni genere di libri, ma ha sempre avuto una particolare predilezione per la fantascienza e per il romanzo storico. Appassionata di antiche civiltà ed esoterismo, attualmente collabora nella traduzione di testi di filosofia indiana con l’AVGV (Associazione Vaisnava Gaudiya Vedanta).

SINOSSI: 

Karen Piccinetti è una giovane donna inglese che vive a Londra con il marito e due figlie piccole, ed ha lo straordinario dono di poter comunicare con gli spiriti. Per questo collabora spesso con l’FBI e li aiuta a trovare le persone scomparse. Proprio durante un volo di ritorno dagli Stati Uniti, l’aereo su cui si trova attraversa un varco spazio-temporale che porta il velivolo su un altro pianeta: Amuvial. L’aereo precipita e viene assalito da dei selvaggi, anch'essi umani, che prendono i superstiti come loro schiavi. Presto la donna si ritroverà, suo malgrado, coinvolta nei piani che il destino sembra avere intrecciato per lei. Un intrigante mix di fantascienza e fantasy per il primo capitolo di un'avvincente trilogia.

DOVE ACQUISTARLO:
 

Link cartaceo:
https://www.amazon.it/Amuvial-Chronicles-donna-degli-spiriti/dp/1537368087
link ebook:
https://www.amazon.it/Amuvial-Chronicles-donna-degli-spiriti-ebook/dp/B01FDT2PL4



  • Copertina flessibile: 256 pagine
  • Editore: CreateSpace Independent Publishing Platform (5 settembre 2016)
  • Collana: The Amuvial Chronicles
  • Autore: Chiara Pilat

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lunedì 21 novembre 2016

Incipit: Le notti bianche, di Fedor Dostoevskij



"Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che possono esistere solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso, che a guardarlo veniva da chiedersi: è mai possibile che vi sia sotto questo cielo gente collerica e capricciosa? Anche questa domanda è da giovani,caro lettore, proprio da giovani, ma che Dio la faccia sorgere più spesso nell'anima tua! ... A proposito di persone colleriche e capricciose, non posso non ricordare come mi comportai bene durante tutta quella giornata. Fin dal mattino ero stato tormentato da una strana angoscia...."

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sabato 19 novembre 2016

Coffee break



Era una bella sensazione per andare avanti, così mi allontanai, dandomi il vecchio consiglio: non voltarti, non guardarti mai indietro. Quante volte la gente, dopo un'esperienza singolarmente bella (o singolarmente brutta) si dice quelle parole? Spesso, mi sa. E di solito il consiglio non viene ascoltato. Gli umani sono programmati per guardarsi indietro. Per questo il nostro collo ruota su un perno...

                                                                        ***

E quella che provo è rabbia. So che la vita è dura, penso che tutti lo sappiano nel profondo del cuore, ma perché dev'essere anche crudele? Perché deve mordere?

                                                                         ***     

«Casa»è guardare la luna che sorge sul deserto e avere qualcuno da chiamare alla finestra, a guardarla insieme con te

                                                                       ***

«Era un proverbio giapponese. 'Se c'è l'amore, le cicatrici da vaiolo sono graziose come fossette.' Amerò il tuo viso, non importa che aspetto avrà. Lo amerò perché è tuo.»

                       

Sfogliando 22/11/'63, di Stephen King

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venerdì 18 novembre 2016

Explicit: A occidente con la notte, di Beryl Markham


"Tutto questo era successo e, se in parte mi era difficile crederlo, avevo i miei giornali di bordo e la pila di scarabocchi e di carte per dimostrarmelo - memoria di inchiostro.
Occorreva solo che qualcuno dicesse: "Dovresti scrivere di questa avventura, sai. Dovresti farlo davvero!"
Così la piccola nave da cargo sedeva sull'acqua e, benchè l'Africa si avvicinasse giorno dopo giorno, non si mosse mai. Era vecchia e stremata dalle intemperie, aveva imparato a lasciare che il mondo le girasse intorno."

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mercoledì 16 novembre 2016

Recensione: The Quick ,di Lauren Owen - Fazi Editore


"The Quick" è stato l'esordio folgorante di una giovane autrice, Lauren Owen. Questa ragazza, poco più che trentenne, è riuscita ad imbastire una storia di vampiri "vecchio stile" che cattura fin dalle prime righe, trasportando il lettore in un mondo antico ed arcaico, in cui la fantasia domina la realtà rendendo molto difficile  distinguere ciò che è  leggenda da ciò che è  storia. I vampiri, figure mitologiche le cui origini si perdono nella notte dei tempi, non smetteranno mai di affascinare i lettori di ogni generazione e di essere la fonte principale di ispirazione per chi di mestiere scrive storie da brivido: a cominciare da Bram Stoker, capostipite del genere e creatore di Dracula, fino a Stephen King, che ci ha condotto per mano lungo le stradine buie di Jerusalem's Lot  facendoci tremare le viscere. Nella tranquilla cittadina del Maine, il risvolto psicologico dei protagonisti si mescola a paletti di frassino e teste d'aglio, creando un amalgama perfetto, da non dormirci la notte.
Le saghe più recenti (Twilght in testa) hanno rivisitato la figura dei Vampiri giocando molto sul loro aspetto fascinoso, umanizzandoli a tal punto  da instillare in loro il sentimento per antonomasia: l'amore. Per me si tratta di blasfemia e su questa considerazione mi fermo, perché non voglio infierire su ciò che è già triste di suo. I vampiri hanno una loro dignità, ed una storia millenaria che li ha sempre resi i protagonisti indiscussi delle nostre paure: Loren Owen restituisce un'immagine di spietatezza a queste creature, e di questo le sono davvero grata. I vampiri bellocci che si innamorano di adolescenti non fanno  proprio per me.
Lo sfondo in cui l'autrice colloca i suoi protagonisti è la Londra vittoriana di fine ottocento, un'ambientazione molto suggestiva che aiuta il lettore a calarsi perfettamente nella storia. La capitale inglese alla  fine del XIX secolo rappresentava uno dei maggiori fulcri di stabilità e di benessere economico: rivuluzione industriale, espansione coloniale, assenza di guerre. Ma questa nuova ricchezza portò con se anche molti aspetti negativi, creando lacerazioni profonde nel tessuto sociale.
I risvolti  delle nuove politiche economiche furono devastanti: il davario tra nuova borghesia e nuovi poveri non fu mai così ampio come ai tempi della Regina Vittoria. I contrasti interni erano stridenti, il tasso di delinquenza  elevatissimo,  i sobborghi erano fogne a cielo aperto  impestate di malattie e di prostituzione. L'epoca vittoriana diventò  tristemente nota per la diffusione del lavoro minorile ed il conseguente analfabetismo.  I nobili ed i banchieri arricchiti si trinceravano nei loro club esclusivi a parlare di affari e a sorseggiare tè con superficiale ottimismo, forti di una condizione non sarebbe mai mutata, mentre a due passi dalla City la fame mieteva vittime e cresceva orfani. Questo aspetto storico è una parte fondamentale del libro, perché anche i Vampiri, conformati alla società del tempo, seguono l'ombra delle vite che hanno strappato rimanendo legati loro malgrado al susseguirsi degli eventi. Sono creature che si adattano ai tempi in cui vivono perché ne sono la macabra prosecuzione, ma disprezzano profondamente l'essere umano e rifuggono il contatto con essi. Li considerano esseri inutili, inferiori. Sentono il loro tanfo a diversi passi di distanza e ne sono infastiditi, i loro luoghi di aggregazione li inorridiscono. L'unico istinto che li guida verso l'uomo è il bisogno di sangue, di cui non possono fare a meno. L'uomo comune, stolto e pusillanime, è solo un enorme sacca  da cui trarre alimento e nient'altro. Nessuna emozione potrà mai guidarli verso altre strade.
La nostra storia inizia in una decadente dimora della campagna inglese,  in cui vivono due ragazzini: Charlotte e James. I due fratelli dopo la morte della madre crescono molto uniti ma terribilmente soli, con un padre quasi sempre assente per lavoro e l'anziana governante. Il padre in realtà tornerà da loro, ma solo perché la sua salute non gli consente più alcun tipo di spostamento: morirà poco dopo. L'ambiente isolato ed i pochissimi contatti umani alimentano nei due giovani un forte desiderio di evasione, attratti dalla vitalità e dal fermento culturale di Londra : James si sente particolarmente portato per la scrittura, e decide così di approfittare della rendita paterna per recarsi a studiare nella grande città. A questo punto le vite dei due protagonisti si dividono: lasciamo da parte Charlotte, ancora immersa nei doveri verso la famiglia, per avventurarci insieme a James nella sua nuova esistenza. I primi giorni a Londra sono molto confusi per lui, ingenuo ragazzo di campagna, fino a quando incontrerà Christopher Paige. Christopher, un dandy affascinante dedito un po' troppo all'alcol e ad altri vizi,  appartiene ad una ricca famiglia della città e stringerà con James una forte amicizia. Andranno a vivere insieme da un'affittuaria e sarà proprio Christopher ad introdurre James nel cuore della vita mondana londinese. Cene eleganti, teatri, club esclusivi... James viene iniziato ai piaceri della vita cittadina e la sua carriera come commediografo stenta sempre di più a decollare. Sono due gli avvenimenti che segneranno inesorabilmente il suo destino: l'incontro con il presidente dell'esclusivo club "AEgolius" e la scoperta dell'amore, laddove non l'avrebbe mai cercato. Dopo poco, James scompare. Charlotte è molto preoccupata perché suo fratello non risponde più da mesi alle sue lettere e così, finalmente libera da impegni domestici, decide di partire alla volta di Londra per cercare di capire cosa sta succedendo a James. 
Charlotte scoprirà come tra le vie di Londra si annidi un sottobosco di creature ibride, chiamate gli "Spenti", in contrapposizione con gli "Animati", appartenenti invece al genere umano. Dal momento che i vampiri sono costretti a seguire l'evoluzione umana, la stratificazione sociale della Londra vittoriana si rifletterà anche nel loro mondo e darà vita a feroci lotte tra i vari clan presenti nel territorio urbano. Gli esponenti della nobiltà in decadenza e i nuovi ricchi fanno tutti capo al misterioso AEgolius, di cui James ha già scoperto l'esistenza. Il loro scopo, oltre a quello banale della mera sopravvivenza, è  attirare nelle proprie fila i personaggi più in vista della città e giovani promettenti con determinate qualità intellettuali: vogliono cambiare le cose per sempre, instaurando una vera e propria egemonia di Spenti. Questo nuovo ordine  avrebbe dominato da principio  l'intera Londra, per poi espandersi ovunque. La loro sete di potere, unita al desiderio di mantenere intatti i privilegi di cui godono, guida il loro implacabile istinto sanguinario. Dall'altra parte del Tamigi, tra i fumi delle industrie e la puzza di marcio delle vie suburbane, vivono  gli Alia. Gli Alia sono i miserabili, i pezzenti, sono rozzi succhiasangue privi di qualsiasi regola morale. I loro capo è una donna, che offre loro riparo e mezzi di sostentamento in cambio di totale abnegazione. Fra gli Alia vi sono molti bambini, un tempo orfani, dimenticati o creduti morti dai loro genitori. Scorazzano per la città in cerca di sangue fresco e obbediscono agli ordini della loro padrona, sono privi di qualsiasi tenerezza infantile   e giocano tra gli Animati sperando di riuscire ad addentarli quando la fame si fa sentire. Perché non è così facile distinguere gli Spenti dagli Animati. Si confondono perfettamente nella folla, ma la loro velocità di spostamento è sovrumana. Hanno ferite impercettibili sul corpo, segno delle loro appartenenza, ed occhi immobili in cui galleggia il vuoto. Hanno fame, e spesso questo li tradisce, ma per il resto sono perfettamente integrati nella società. E soprattutto nessuno di loro accetta di essere chiamato per quello che è veramente: un vampiro.
Chi ha rapito James? Perché i membri dell'AEgolius si avvalgono di uno studioso che usa alcuni di loro come cavie? Cosa hanno scoperto sui vampiri moderni? Cos'è lo "scambio" e perché è una regola così pericolosa da contravvenire?
Charlotte si ritroverà suo malgrado coinvolta in queste lotte di classe per salvare se stessa e  suo fratello da un terribile destino, e nel farlo verrà aiutata da una strana coppia di cacciatori di vampiri e da un sopravvissuto al piano dell' AEgolius.
C'è forse un sovraccarico di misteri e di inversioni di rotta in questo romanzo, ma il tutto è ampiamente compensato da una scrittura fluida, perfetta, pulita. Ogni descrizione, da quelle della malinconica e dolce  campagna inglese fino a quelle della cupa e fumosa  Londra di fine ottocento,  ci fanno immergere completamente nelle atmosfere gotiche di questa storia. I vampiri sono un tema ampiamente sfruttato dalla letteratura di tutti i tempi, eppure in questo romanzo non vi stancherete mai di sentir parlare di loro, anzi: ne vorrete sapere sempre di più, incollati a pagine che sfoglierete avidi una dopo l'altra. Troverete comunque qualcosa di nuovo, di appetitoso, di stuzzicante e al tempo stesso di terrificante. Sentirete sempre un sottile senso di angoscia strisciare tra le mura di casa vostra. Scapperete anche voi tra i vicoli fuligginosi di Londra in cerca di un nascondiglio, perché il buio  non riesciurà ad offrirvi abbastanza riparo; e quando leggendo dei bambini vampiri passerete aldilà del Tamigi, sentirete uno sbuffo gelido alitarvi sul collo.

Titolo: The Quick
Autore: Lauren Owen
Pagine: 528
Casa Editrice: Fazi
Prezzo: € 17,50


                                         

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martedì 15 novembre 2016

Incipit: A occidente con la notte, di Beryl Markham




Com'è possibile mettere ordine nei ricordi? Mi piacerebbe cominciare dall'inizio, pazientemente, come un tessitore al suo telaio. Mi piacerebbe dire: "Questo è il posto da cui cominciare; non può essercene un altro".
Ma ci sono almeno cento posti da cui cominciare, perché ci sono cento nomi - Mwaza, Serengeti, Nungwe, Molo, Nakuru. Ci sono almento cento nomi, e farò meglio a cominciare scegliendone uno: non perchè è il primo o è particolarmente importante nel senso dell'avventura, ma perché capita che sia qui, in cima a tutto il resto, nel mio giornale di bordo. Non sono un tessiore, dopotutto. I tessitori creano. Questa è rimembranza, rivisitazione; e i nomi sono chiavi che aprono corridoi non più freschi nella mente, e tuttavia familiari nel cuore.
Quindi il nome sar° Nungwe - un nome buono come un altro - così annotato nel giornale di bordo, a prestare realtà se non ordine, alla memoria:

DATA: 16-6-35
TIPO DI VELIVOLO: Avro Avian
MARKINGS: VP-KAN
TRAGITTO: Nairobi-Nungwe
DURATA: 3 h 40 min.

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sabato 12 novembre 2016

Coffee break



La libertà di pensare, di mal pensare e di pensare poco, la libertà di scegliere da me la mia vita, di scegliere me stessa. Non posso dire "di essere me stessa", poichè non ero altro che una pasta malleabile, ma quella di rifiutare le forme.

                                                                   ***

Le mani di Anne mi risollevarono il viso, io chiusi gli occhi per paura che notasse il mio sguardo. Sentivo colare lacrime di stanchezza, di imbarazzo, di piacere. Allora, come rinunciando a qualsiasi domanda, con un gesto di incomprensione e di resa, Anne fece scivolare la mani lungo il mio viso e mi lasciò andare. Poi mi mise in bocca una sigaretta accesa e si immerse di nuovo nella lettura.
Diedi un senso simbolico a quel gesto, o cercai di dargliene uno. Ma oggi quando non riesco ad accendere un fiammifero, rivedo quello strano momento, quell'abisso tra me e i miei gesti, l'incombere dello sguardo di Anne e quel vuoto intorno, l'intensità di quel vuoto...

                                                                    ***

Oltre al piacere fisico e molto reale che mi procurava l'amore, provavo anche una specie di piacere intellettuale a pensarvi. Le parole "fare l'amore" hanno in sé una seduzione, del tutto verbale, pur separate dal loro significato. Prima ne avevo parlato senza il minimo pudore, senza il minimo imbarazzo e senza notarne il sapore. Ora mi sentivo divenire pudica.

Sfogliando "Bonjour tristesse" di Françoise Sagan

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martedì 8 novembre 2016

Un martedì da scrittori: "Un profumo da annusare o I Saltimbanchi", di Gustave Flaubert

"Un martedì da scrittori" è una rubrica dedicata agli autori emergenti, per dar loro un po' di spazio e di tempo per farsi conoscere anche grazie al passa parola letterario. In questo caso, come si evince dal titolo, non si tratta affatto di un autore emergente (parliamo di Flaubert!), ma di un romanzo breve che fino ad ora non era mai stato tradotto in Italia. Quindi, in un certo senso, è come se lo fosse.
La "Bottega dei traduttori" è una comunità letteraria composta da giovani talenti, che si occupa di un progetto davvero ambizioso e interessante: dare risalto ai classici della letteratura straniera mai tradotti in lingua italiana (o le cui precedenti traduzioni sono ormai introvabili perché fuori commercio) di autori noti e meno noti del panorama letterario mondiale, con particolare attenzione alla forma del racconto breve. Il progetto mira, col tempo, a creare una community di traduttori animati dalla passione per la letteratura, il desiderio di sfruttare le proprie competenze per condividere con i lettori piccole grandi gemme dimenticate e maturare esperienza attraverso il confronto e lo scambio reciproco con i membri del gruppo e con revisori più esperti.
Sul sito internet dedicato esiste una lista in continuo aggiornamento, dal momento che il gruppo accoglie periodicamente nuovi traduttori: essa raccoglie tutte le opere che verranno pubblicate nella  collana "I classici da (ri)scoprire" (che potete visionare a questo link). Per ogni opera inserita sono presenti la sinossi, la presentazione del traduttore che se ne sta occupando e, in qualche caso, anche un breve estratto. Personalmente sono molto incuriosita da questa iniziativa e credo che l'idea di pubblicare per la prima volta i romanzi minori di grandi autori del passato, dimenticati o semplicemente da rispolverare, rappresenti qualcosa di veramente nuovo nel panorama letterario attuale, e per questo  di forte interesse. Un'idea vincente, insomma. Se come me siete interessati a seguirli questi sono i contatti: 

Fatta questa doverosa quanto necessaria premessa, lascio lo spazio a " Un profumo da annusare o I Saltimbachi" di Gustave Flaubert, tradotto da Ramona Loperfido.
Sinossi:
“Un profumo da annusare o I Saltimbanchi” fa parte degli scritti giovanili di Gustave Flaubert. Si tratta di un racconto che l'autore stesso definisce “filosofico, morale, immorale, ad libitum” e che contiene un messaggio “triste, amaro, oscuro e scettico”: sarà compito del lettore ricercarlo nel testo e identificarlo. Composta nel 1836, quando Flaubert non aveva ancora compiuto quindici anni, l'opera narra la storia di una famiglia di saltimbanchi sventurati che si ritrova a dover fare i conti con la fame e la povertà. Marguerite, la protagonista, è una donna brutta, invecchiata precocemente a causa delle pene che la vita le ha inflitto. Derisa e disprezzata da una società che non si cura di chi è meno fortunato, la "Rossa Laida" sarà costretta a subire il tradimento del marito Pedrillo con la saltimbanca Isabellada, una ventenne “bella, incoronata di fiori, di profumi e d'amore”. La gelosia e la rabbia prenderanno così il sopravvento e Marguerite, tanto risoluta quanto disperata, compirà un gesto estremo che sancirà il punto di non ritorno della storia, l'epilogo "bizzarro e amaro" già preannunciato dall'autore stesso nella sua introduzione al racconto. La scelta di inserire “Un profumo da annusare o I Saltimbanchi” all'interno della collana "Classici da (ri)scoprire" nasce dall'idea di rendere fruibile al lettore italiano un testo quasi del tutto sconosciuto nel nostro panorama letterario e che, al contrario, meriterebbe una grande attenzione. A differenza delle opere più note del nostro autore quali “Madame Bovary”, “L'educazione sentimentale” o “Salammbô”, infatti, gli scritti giovanili di Flaubert occupano ancora un ruolo marginale. Eppure le tematiche trattate e lo stile adottato lasciano già presagire la dimensione letteraria che assumerà poi il Flaubert della maturità. Il sogno, l'evasione mentale, le allucinazioni regalano attimi di speranza fugace a personaggi ben tipizzati che, annientati da una natura "che si è fatta matrigna", lottano contro la sofferenza e le ingiustizie sociali. Alla fine chi vincerà?

Ramona Loperfido è la giovane traduttrice che si è occupata del romanzo: Pugliese, classe ’84, inguaribile francofila. Nata e cresciuta con una passione smisurata per le lingue straniere, i libri e le parole. Ha studiato traduzione economico-giuridica all’Université Jean Moulin di Lione e si è specializzata in Traduzione Editoriale presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì. Attualmente lavora come traduttrice e consulente linguistica freelance specializzata in francese europeo e canadese e in inglese, soprattutto nell’ambito dell’amministrazione e del marketing aziendale, anche se la letteratura rimane comunque il suo interesse più grande. Adora la lettura in lingua originale, la scrittura creativa e i viaggi culturali. Scrive di lingue e traduzione sul suo blog (RL Traduzioni) e ha un romanzo in cantiere.
Auguri buone letture a noi e faccio un caloroso "in bocca al lupo" a Ramona Loperfido e a tutta la comunità de "La bottega dei traduttori": bravi!


 
Titolo: “Un profumo da annusare o I Saltimbanchi”
Autore: Gustave Flaubert
Traduttore: Ramona Loperfido
Editore: "La bottega dei traduttori" (Youcanprint)
Pagine: 47
Formato: e-book e presto anche in versione cartacea
Prezzo e-book: 1,99 euro
Disponibile su: Amazon e tutti gli store digitali

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lunedì 7 novembre 2016

Incipit: The Quick, di Lauren Owen




"Quando James era piccolo, la stanza dei giochi era popolata di gufi. Sulla carta da parati, nascoste in un intrico di rami, se ne intravedevano numerose coppie identiche. Più giù, se ne stava apopollaiato un trio di gufetti verdi, i becchi puntuti  socchiusi, stretti l'uno all'altro in mezzo a grandi fiori verdi spinosi dalle minuscole corolle binache che ricordavano a James i bottoncini di madreperla sul vestito della domenica di Charlotte. Quando era solo, James  era convinto di sentirli parlottare tra loro a mezza voce come scimmie, graffiando con insitenza quei rami perennemente verdi con i loro artigli. Ma quando c'era Charlotte si zittivano, perché lei aveva detto che, se non si fossero comportati bene, avrebbe preso la sua scatola di acquerelli e oscurato gli occhi a tutti.
La notte, James sentiva i gufi veri, fuori, e se li immaginava volare nell'oscurità. A volte udiva il grido di una volpe, un verso inquietante, come un cane che ride. E altre volte un rumore della casa, un sussurro scricchiolante, come se le pareti esalassero un sospiro."

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sabato 5 novembre 2016

Coffee break




Le radici erano innumerevoli e infinite per varietà e bellezza e alcune erano profondamente piantate nell'anima umana - l'incessante e tormentosa aspirazione ad andare più in alto e più avanti, il bisogno d'infinito, la sete, il presentimento di un altro mondo, un'attesa enorme: tutto ciò, riportato alle possibilità umane, diventava un bisogno di dignità....Libertà, uguaglianza, fraternità, dignità....queste le radici più profonde, più minacciate

                                                                         ***

"Evidentemente gli uomini erano talmente imbevuti di se stessi da non riuscire a immaginare che qualcuno potesse averne abbastanza di loro, di vederli, di sentirne l'odore, e andasse a vivere fra gli elefanti semplicemente perchè non esiste al mondo compagnia migliore."

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..ti ricordi quel rettile preistorico che, all’inizio dell’era primaria, abbandonò il gango e andò a vivere nell’aria aperta, iniziando a respirare. Era senza polmoni, aspettava che questi gli si formassero. …
Non saremmo quel che siamo senza di lui. Sicuro, era uno che aveva del fegato. E ache noi dobbiamo provare, perché questo è il progresso. E a forza di provare, come faceva lui, forse spunteranno anche a noi gli organi necessari, per esempio l’organo della dignità o quello della fratellanza. Meriterebbe davvero di essere fotografato un organo come quello. Ecco perché continui a dirti di tener un po’ di pellicola… Non si sa mai.

Sfogliando "Le radici del cielo" di Romain Gary

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