venerdì 30 dicembre 2016

Explicit: Festa mobile, di Ernest Hemingway


"Quella fu la fine della vita a Parigi. Parigi non sarebbe mai più stata la stessa anche se era sempre Parigi e tu cambiavi mentre cambiava lei. Non tornammo mai più nel Vorarlberg e nemmeno i ricchi vi tornarono più. 
Per Parigi non ci sarà mai una fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata o quali che fossero le difficoltà, o la facilità con la quale si poteva raggiungerla. Parigi ne valeva sempre la pena e qualsiasi dono tu le portassi ne ricevevi qualcosa in cambio. Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto felici."

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lunedì 26 dicembre 2016

Incipit: Festa mobile, di Ernest Hemingway



Un buon caffè in place St Michel

"Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell'autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo. Di notte dovevamo chiudere le finestre perché non entrasse la pioggia e il vento freddo strappava le foglie dagli alberi di place de la Contrescarpe. Le foglie giacevano fradice nella pioggia e il vento spingeva la pioggia contro il grosso autobus verde al capolinea e il Cafè des Amateurs era gremito e le vetrine appannate dal caldo e dal fumo dell'interno. Era un caffè triste, mal gestito, dove si radunavano gli ubriaconi del quartiere,  io gli giravo al largo perché non potevo soffrire l'odore dei corpi sudici e il tanfo acido dell'ubriachezza. Gli uomini e le donne che frequentavano il Cafè des Amateurs erano ubriachi sempre, o per tutto il tempo che se lo potevano permettere; per  lo più di vino, che compravano a litri o mezzi litri. C'era la pubblicità di molti aperitivi dagli strani nomi, ma pochi clienti se li potevano permettere se non come base per costruirci le loro sbornie di vino. Le donne che si ubriacavano erano chiamate poivrottes, che voleva dire sbronzone (....)
Tutta la tristezza della città giungeva all'improvviso con le prime fredde piogge invernali, mentre camminavi sparivano gli ultimi piani delle alte case bianche e non restavano che l'umida oscurità della strada e le porte chiuse delle bottegucce - gli erbivendoli, le cartolerie e le edicole, la levatrice (seconda categoria) - e l'albergo dove era morto Verlaine dove all'ultimo piano avevo una stanza dove lavoravo."

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mercoledì 21 dicembre 2016

Recensione: l'Isola di Arturo, di Elsa Morante - Edizioni Einaudi


Il mese scorso sono stata a Procida. E, forse, non sono più veramente tornata.
Se i libri hanno un potere, è senza dubbio quello di saperci trasportare in pochi minuti in un'altra realtà, compiendo un viaggio sensoriale che nulla ha da invidiare a quello fisico. Il potere evocativo delle parole può essere talmente forte da annientare distanze ed avvicinare tra loro epoche lontane: l'unico gesto richiesto è quello di accomodarsi placidamente nell'angolo più tranquillo della casa, prendere in mano il libro, e lasciarsi trasportare da chi sa compiere tali prodigi.
Quando capita di imbattermi nella lettura di un libro tanto amato, e così importante per la letteratura del nostro Paese, trovo sempre difficile recensirlo.Cosa si può dire, ancora, che non è già stato detto? Che considerazioni posso aggiungere su Elsa Morante io, che fino ad oggi non avevo mai letto nulla di suo? Il mio problema è che mi sono sempre approcciata alla lettura da sola, "auto-stimolandomi" fin da bambina con scelte dettate per lo più dal caso, o seguendo il mio istinto. Ho sempre avuto in me il desiderio di approfondire quello che imparavo, ma purtroppo non ho mai avuto  nessuna guida che mi insegnasse la letteratura. L'ho scoperta tardi, ed è questo il mio grande rammarico. Così mi sono ritrovata, ormai adulta, con quelle che io giudico "gravi lacune letterarie". Elsa Morante è stata una di queste, un desiderio di conoscenza che ho ritardato ad assecondare perché pensavo di non essere in grado di comprenderla, perché pensavo fosse impegnativa e stancante, ma soprattutto perché... "cosa voglio assimilare ormai, a quarant'anni?" Ecco, questo è il mio pensiero sabotante, quello che a cui non dovrei mai dare ascolto! Perché non è mai troppo tardi, e dopo aver richiuso questo magnifico romanzo l'ho capito una volta di più. Quindi, se come me non avete mai letto "l'isola di Arturo", se fino a ieri anche per voi Elsa Morante era un nome troppo altisonante ed un'autrice per professoroni in pensione, scrollatevi di dosso queste idee malsane e prendete in mano il libro, perché vale molto più di qualsiasi produzione contemporanea, di qualsiasi storia appena sfornata, di qualsiasi autore sulla cresta dell'onda. Abbandonatevi alle sue parole, e volate verso Procida.
Il romanzo è ambientato tra il 1935 e il 1940, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Arturo Gerace è un bambino che ha vissuto tutta la sua vita sull'isola di Procida, la quale rappresenta il suo intero universo, affettivo e geografico. Cresce allevato da un uomo che gli fa da balia, perché la madre muore dandolo alla luce ed il padre Whillelm è sempre lontano da Procida. Suo padre, così come il resto del mondo che conosce solo attraverso i libri, assumono per lui una dimensione  leggendaria, che travalica la realtà per confodersi con la sua fantasia di bambino. Durante la bella stagione, che a Procida dura da aprile a settembre, passa il tempo a fare lunghi bagni, escursioni in mare con la sua barca, o a giocare in spiaggia con il suo cane Immacolatella. Quando l'autunno comincia ad abbracciare l'isola, anticipando ogni giorno l'ora del tramonto, Arturo si chiude nella "Casa dei Guaglioni" a leggere le storie dei Condottieri e a tracciare sull'atlante la linea immaginaria dei suoi viaggi. Quelli che, una volta cresciuto, intraprenderà certamente con il padre. Per lui Wilhelm  è una specie di eroe, un marinaio avventuroso, un vero viaggiatore e cittadino del mondo: così giustifica in cuor suo le lunghe assenze del genitore, cercando nell'immaginazione quell'amore che non c'è mai stato, quell'assenza di carezze e di gesti d'affetto che per un bambino sono la vita stessa. La Morante non insiste mai sull'infanzia avara del bambino, ma anzi amplifica il sentimento di amore filiale di Arturo nei confronti di suo padre.  Le lunghe attese del ragazzo sulla spiaggia di Procida sono sempre descritte con emozione e gioia, perchè Arturo sepeva sempre in cuor suo quando il vaporetto sarebbe arrivato da Napoli con il suo prezioso carico. Era per lui il giorno più bello, a cui sarebbero seguiti molti altri, fino alla nuova partenza di Wilhelm. Nonostante l'infanzia vissuta senza obblighi e senza regole, spensierata e giocosa,  Arturo  porta inevitabilmente  dentro di sè un grande vuoto: la malinconia di un bambino che non sa dare un nome alla sua fame d'amore.
Gli incantesimi si sa, non durano per sempre. E anche l'incanto di Procida, che protegge l'infanzia di Arturo come una boccia di cristallo, si spezza un giorno come tanti. Un bagaglio nuovo di sentimenti contrastanti ed emozioni sconosciute fanno breccia nel cuore del ragazzo che, ancora una volta, non sa dare un nome a ciò che prova. Di ritorno da uno dei suoi viaggi,  Wilhelm  porta con sè a Procida una ragazza giovanissima, Nunziata, la sua nuova moglie. Arturo non ha mai conosciuto nessuna donna, nemmeno la propria madre, e all'inizio questo incontro lo disorienta. Il suo animo infantile la disprezza, ritenendola un essere inferiore, perché ha la convinzione che tutte le  femmine, nessuna esclusa, siano brutte e stupide. Ma soprattutto, Nunziata non è degna di prendere il posto di sua madre. Arturo è geloso delle attenzioni che il padre riserva alla sposa, ma non comprende  la vera natura sua rabbia; ed è così che alza un muro contro la ragazza, fatto di silenzi e di fughe. Durante le lunghe assenze di Wilhelm  da Procida Arturo e Nunziata sono costretti ad una convivenza difficile, perché mentre Nunziata cerca di instaurare un rapporto con il ragazzo, ottemperando ai suoi doveri di matrigna, lui non le rivolge la parola e la evita, addirittura non la chiama mai nemmeno per nome. Arturo è incosapevolmente  attratto dalla giovane donna:  il rancore, il rifiuto e il disprezzo che le riserva non sono altro che i confusi germogli di un sentimento che piano piano si fa spazio dentro di lui.
Da questo momento in avanti, gli avvenimenti si susseguono rapidi e la malìa di Procida sembra aver allentato momentaneamente la presa su Arturo. Non corre più spensierato con Immacolatella per le vie del borgo e poi giù fino alla spiaggia, pensando alle storie dei grandi Condottieri; nemmeno si illude più di compiere viaggi da grande espolaratore intorno al mondo. I suoi tormenti sono ora reali, non immaginari, e non deve cercarli lontano da Procida perché sono proprio lì, nella grande casa che abita da quando è nato. Arturo sta crescendo, sta diventando un uomo, sperimenta la gioia e il turbamento dell'amore e del sesso, che troverà in un'intraprednente amica di Nunzia. Anche gli altri protagonisti vivono profondi sconvolgimenti, sembra che nulla sia più uguale a prima, per nessuno. Nunziata subisce come una disgrazia i  sentimenti che si accorge di provare nei confronti del figliastro, dilaniata dal senso di colpa e dal  peccato. Riversa tutto il suo amore sul figlioletto Carmine, nato l'anno prima, ormai consapevole di non avere mai avuto nulla all'infuori di questo: nè  Wilhelm, nè Arturo.
Wilhelm, tornato a Procida dopo un lunghissimo periodo di assenza, è ora sofferente e sfuggente, al punto che Arturo non lo riconosce più. Aspettava con ansia il suo ritorno perché era  sicuro che ora che si era fatto uomo il padre l'avrebbe portato con lui durante il suo prossimo viaggio. La soluzione al suo disagio stava tutta lì, nella concreta possibilità di partire, di scappare da Procida e da quello che ormai l'isola rappresentava. Abbandona anche la sua amante, per la quale non prova nulla, perché si sente rifiutato da tutti e disperatamente solo. La scoperta più amara di Arturo  non sarà però l'amore non ricambiato per Nunziata, ma riguarderà l'eroe della sua fanciullezza: suo padre. Sarà la ferita definitiva, quella che non guarirà e che gli farà prendere una decisione sofferta ma inevitabile. Le pagine in cui la Morante ci guida nel labirinto di sentimenti che prova Arturo in questo frangente sono a mio avviso tra le più belle non solo di tutto il romanzo, ma che abbia mai letto in generale. La scrittura  raggiunge livelli altissimi mentre l'isola di Procida sfuma nei suoi contorni, non può più essere solo un paesaggio, perchè si confonde e si completa con l'anima di Arturo; la delusione e la  sofferenza del ragazzo non trovano pace, ma in quel disicanto c'è una poesia di rara bellezza. Riusciamo a percepire l'intensità del suo il dolore, ma al tempo stesso non possiamo sottrarci al fascino di Procida, che continua ad abitare il cuore del giovane anche quando è spezzato dagli eventi. Indimenticabili le ultime righe, quando Arturo dice addio a suo modo all'isola, abitata dall'amore e dall'odio nella stessa misura, ma pur sempre parte di sè. L'isola è il simbolo della fanciullezza spensierata e dolce, in cui l'innocenza sembra eterna e la realtà è solo un'eco lontana che non ci sfiora mai. Quando la vita inevitabilmente irrompe con le sue dure leggi anche Procida assume un aspetto diverso, diventa desiderio di fuga, dispiacere, dolore. L'età adulta ci porta in dono la consapevolezza e la capacità di distinguere la realtà dalla fantasia, e rivela le menzogne che spesso ci costruiamo da soli, in un gioco infantile.Quasi sempre però è un boccone amaro, per Arturo come per chiunque di noi.

Titolo: L'Isola di Arturo
Autore: Elsa Morante
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2005
Pagine: 226




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martedì 20 dicembre 2016

Incipit: Il Maestro delle Ombre, di Donato Carrisi

 
A.D. 1521. Nove giorni prima di morire, papa Leone X emette una bolla contenente un obbligio solenne. 
Roma non deve "mai mai mai" rimanere al buio.
Il pontefice dispone che strade, chiese e palazzi siano sempre illuminati durante la notte. Nelle lampade non deve mancare l'olio e nei depositi non devono esaurirsi per nessuna ragione le score di candele.
Per più di trecento anni, l'ordine papale viene rispettato. Tuttavia, alal fine dell'Ottocento, con l'avvento dell'elettricità, la prescrizione contenuta nella bolla diventa superflua.
Storic e teologi si sono interrogati a lungo sui motivi che hanno spinto Leone X a imporre una simile regola. Nei secoli sono fiorite le teorie più varie e, a volte, fantasiose. Ma non si è mai giunti ad una vera spiegazione.
Ciononostante, la bolla papale non è mai stata ritirata e, a tutt'oggi, il buio a Roma rimane un mistero insoluto.

                                                                            *** 

Il distacco dell'energia elettrica era previsto per le sette e quarantuno del mattino. Da quel momento, Roma sarebbe piombata in un nuovo Medioevo.
Un'eccezionale ondata di maltempo si stava abbattendo sulla città da quasi settantadue ore. Un flagello ininterrotto di  nubifragi con raffiche di vento che superavano i trenta nodi. 
Un fulmine aveva mandato in tilt una delle quattro centrali che garantivano la fornitura energetica. Come in un effetto domino, l'avaria si era ripercossa sulle altre tre, sottoponendole a un pericoloso sovraccarico.
Per riparare il guasto era necessario interrompere l'erogazione del servizio per ventiquattro ore.
L'annuncio del blackout era stato dato alla popolazione la sera prima, con un preavviso brevissimo. Le autorità avevano assicurato che i tencinci avrebbero lavorato alacremente per tornare alla normalità entro la scadenza promessa. Ma, a causa della mancanza di elettricità, sarebbero cessate tutte le comunicazioni. Niente più linee telefoniche, Internet, cellulari. Niente radio nè tv.
Un totale azzeramento tecnologico. E nel bel mezzo di un'emergenza meteo.  

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sabato 17 dicembre 2016

Coffee Break



" Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose per noi più preziose, trasformati in persone diverse che di sé conservano solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere. Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza."

                                                                  ***

"Domanda.
Allora cosa si puo' fare per evitare di andare a urtare con violenza contro qualcosa (bang!), se non si ha voglia di mettersi a pensare seriamente, e si preferisce stare stesi sul prato a guardare placidamente le nuvole che passano, ascoltando il rumore dell'erba che cresce? Difficile? No: se si segue la logica, la soluzione e' piuttosto semplice. C'est simple. Basta sognare. Entrare nel mondo dei sogni e non uscirne piu'. Continuare a vivere li per sempre. [....] La realta' e' diversa. La realta' morde."

                                                                   ***

"Pensai che forse, in qualche luogo lontano, tutte le cose sono già segretamente perdute. Se non altro, esiste un posto tranquillo dove le loro immagini possono sovrapporsi fino a fondersi in una sola. Vivendo, non facciamo che scoprire una dopo l'altra queste corrispondenze, trascinando verso di noi i loro fili sottili. Chiusi gli occhi, e cercai di evocare le tante cose belle che immaginavo lì. Cercai di trattenerle nelle mie mani. Anche se la loro vita non durava che un attimo."

Sfogliando La ragazza dello Sputnik, di Haruki Murakami

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lunedì 12 dicembre 2016

Incipit: Maigret a scuola




"Ci sono immagini che registriamo inconsciamente, con la precisione di una macchina fotografica, e quando in seguito riaffiorano alla memoria ci scervelliamo per ricordare dove le abbiamo viste.
Da anni Maigret aveva l'abitudine di fermarsi qualche secondo a riprendere fiato in cima alle scale ripide e polverose della Polizia giudiziaria. Ormai non se ne rendeva più conto e, automanticamente, il suo sguardo si dirigeva verso la sala d'aspetto, una gabbia a vetri che alcuni chiamavano l' "acquario" e altri il "Purgatorio". Probabilmente non era l'unico a comportarsi così. Un tic professionale? Forse.
Anche quando, come quel mattino, Parigi era illuminata da un sole limpido e radioso che metteva allegria e faceva brillare i comignoli rosa dei tetti, nel Purgatorio, che era senza finestre e prendeva luce solo dal corridoio, c'era sempre una lampada accesa."

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martedì 6 dicembre 2016

Incipit: A sangue freddo, di Truman Capote



"Il villaggio di Holcomb si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita "laggiù". Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l'aria limpida e secca, ha un'atmosfera più da Far West che da Middel West. L'accento locale ha pungenti risonanze di prateria, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy,cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paursoamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di silos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggitore li raggiunga.
Anche Holcomb può essere scorto da grandi distanze. Non che ci sia molto da vedere, solo un confuso agglomerato di costruzioni diviso al centro dai binari della Ferrovia Santa Fe, un borgo qualsiasi delimitato  a sud da un tratto del fiume Arkansas, a nord da un'autostrda, la Route 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango"

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domenica 4 dicembre 2016

Coffee break




Quel nome, con cui nessuno lo aveva mai chiamato prima di allora, lo aveva fatto improvvisamente sentire più leggero, di una leggerezza che gli sarebbe rimasta addosso per ore e ore, e avrebbe reso tutto talmente facile e naturale da dargli la meravigliosa sensazione di star giocando con la vita.

                                                                  ***

Alla lunga, quella marcia silenziosa nella notte andava assumendo l'andatura solenne di una marcia nuziale, e se ne rendevano conto tutti e due, non come due amanti ma come due esseri che dopo aver vagato a lungo nella solitudine avessero finalmente ottenuto la grazia insperata di un contatto umano.
Anzi, non erano neanche più un uomo e una donna. Erano solo due creature, due creature che avevano bisogno l'una dell'altra.

                                                                    ***

"E' tutto finito, Kay".
Sapeva che lei non avrebbe capito.Era quasi un gioco di parole.Finito quel camminare, quell'inseguirsi, quel darsi la caccia.Finito quel rincorrersi l'un l'altro, finito quell'accettare o rifiutare.

                                                                     ***

Aveva avuto troppa fretta.... Si rendeva conto di aver percorso in così poco tempo un cammino lunghissimo, incommensurabile, un cammino che gli uomini impiegano anni e anni a percorrere, e quelli che arrivano fino in fondo ci mettono tutta la vita!

Sfogliando "Tre camere a Manhattan", di Georges Simenon

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venerdì 2 dicembre 2016

Explicit: L'Isola di Arturo, di Elsa Morante



"...Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: - Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s'allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia...Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio ch'io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento.
E rimasi col viso sul braccio, quasi un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti.
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più."

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