giovedì 26 ottobre 2017

Recensione: il passeggero del Polarlys, di Georges Simenon - Gli Adelphi



"Il passeggero del Polarlys" è uno dei primissimi romanzi di Simenon, pubblicato per la prima volta nel 1932, ovvero la bellezza di 85 anni fa. La datazione di un romanzo è spesso qualcosa di relativo, lo sappiamo bene, ma mai come in questo caso mi è parso evidente. La contemporaneità dello stile narrativo e delle vicende umane che intessono la trama rendono infatti questo noir un romanzo senza tempo, tanto perfetto e verosimile negli anni trenta quanto oggi. Nonostante rappresenti praticamente un esordio ritroviamo già tutti gli elementi cari all'autore,  quelli che lo contraddistingueranno negli anni a venire e che renderanno immortale la sua intera produzione: la profonda conoscenza delle umane passioni,  l'attenta analisi psicologica dei personaggi, la predilizione per ambienti chiusi al limite del claustrofobico a cui sempre fa da sfondo un paesaggio suggestivo. E poi, naturalmente, uno o più  delitti a completare il quadro.
Il Polarlys è una nave mercantile la cui rotta è da anni sempre la stessa: parte da Amburgo con un carico di carne salata, frutta e macchinari per raggiungere via via tutte le piccole cittadine portuali della costa norvegese scambiando la merce trasportata con merluzzo, olio di foca e pelli d'orso. Nonostante sia un'imbarcazione nient'affatto ospitale è solita trasportare anche qualche passeggero, che approfittano della rotta per raggiungere luoghi isolati tra i fiordi. Quella mattina, quando  il Polarlys è ancora ormeggiato in porto, il capitano Petersen avverte nell'aria glaciale ammantata di nebbia un presagio nefasto, quello che i lupi di mare come lui chiamano "Il malocchio".  Non sarà uno dei soliti viaggi, di questo è certo. Quello che non comprende è il perché. Potrebbe dipendere, riflette, dal fatto che l'equipaggio è cambiato per la prima volta dopo anni: la compagnia gli ha mandato infatti un terzo ufficiale, un ragazzo imberbe appena uscito dalla scuola navale, dall'aspetto smunto ma impeccabile che però non gradisce,  provando un'immediata diffidenza. Il suo capo macchinista ha poi letteralmente raccattato sul molo un vagabondo nulla facente per sostituire all'ultimo minuto un carbonaio malato, che gli piace ancora meno del suo terzo ufficiale. Infine, ci sono i passeggeri: dei cinque che si sono registrati all'imbarco uno è scomparso immediatamente dopo, lasciando solo il suo bagaglio a testimoniarne la presenza a bordo; un fatto quanto meno insolito, come ancora più insolito  è l'imbarco di Katia Storm, una giovane donna bionda, dai tratti infantili ma dalla bellezza conturbante. Una creatura misteriosa, ambigua, raffinata, in netto contrasto con lo stile semplice e rozzo della nave. Perché una donna così decide di imbarcarsi su un mercantile come il Polarlys, con la puzza di merluzzo che invade le cabine  ed il ponte costantemente ingombro di merci? Perchè quel viaggio tra i fiordi ghiacciati, con una temperatura polare che stringe le membra come in una morsa? 
Mano a mano che il mercantile prosegue il suo viaggio addentrandosi nel fitto di una tempesta di neve, l'oscuro presagio annusato nell'aria dal capitano Peterson sembra trovare conferma nel misterioso delitto che viene compiuto a bordo, a cui seguono strani ritrovamenti che sembrano indicare un colpevole ma che, invece, servono solo a deviare i sospetti. Un altro assassinio, avvenuto tempo prima a Parigi, pare essere collegato con l'omicidio compiuto a bordo: mano a mano che il Polarlys prosegue il suo viaggio il mistero si dipana, ma l'atmosfera cupa  e spettrale continuerà a gravare su quel disgraziato mercantile come una maledizione. Peterson, marinaio di lungo corso, è uno dei protagonisti più indovinati e meglio tratteggiati dalla penna di Simenon. Dalla corporatura tarchiata e robusta, energico e concreto, prende in mano la situazione cercando di capire cosa stia succedendo durante quella traversata, indaga, interroga il suo equipaggio, si pone mille dubbi e cerca risposte alle sue domande osservando, o meglio scrutando, la vita di bordo. In particolare si arrovella su una certa frase, buttata lì quasi per caso dal carbonaio improvvisato, della quale non riesce a comprendere il significato e che pure suona come un monito, un avvertimento. Anche Katia Storm  è una figura perfettamente delineata, una dark lady dall'aria innocente ma dalla personalità viziosa e disturbata fatta apposta per scombinare gli equilibri di passeggeri ed equipaggio.
Vicende nebulose  come il paesaggio spettrale in cui ci imbattiamo leggendo, passioni umane  che spinte al parossismo sfociano in qualcosa di sbagliato ed inevitabile, vizi nei quali basta un attimo per perdersi senza ritrovare più la strada, personaggi la cui natura si comprende completamente nello spazio di qualche pagina: qui c'è tutta l'essenza di Simenon. Anche questa volta  l'autore non delude di una virgola le mie aspettative, confezionando un noir superbo e di gran classe.
Chiudendo gli occhi pare anche a noi di scorgere  in lontananza la nave mercantile mentre cerca il suo spazio all'interno dei fiordi, con il suo scambio di averi e di uomini che avviene puntuale in ogni  minuscolo porticciolo della Norvegia, altrimenti isolato. La fitta nebbia, densa e ghiacciata come glassa, avviluppa il Polarlys trasformandolo in una macchia di luce evanescente nel buio della notte polare,  pulsante di solitudine, smarrimento ed inquetudine.



TITOLO: IL PASSEGGERO DEL POLARLYS
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE: GLI ADELPHI
PAGINE: 155









 

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martedì 24 ottobre 2017

Recensione: il piccolo Naviglio, di Antonio Tabucchi - Feltrinelli



L'autore di questo romanzo non ha certo bisogno di presentazioni, trattandosi di Antonio Tabucchi. Uno dei più grandi scrittori italiani dell'epoca moderna, appassionato studioso della poetica di Fernando Pessoa e docente universitario. Nel 1994 pubblica il suo romanzo più famoso, quello che gli fa ottenere la fama definitiva e popolare: Sostiene Pereira. Ambientato a Lisbona, diventerà  un simbolo per gli oppositori politici dei regimi anti democratici, emblema della libertà di cronaca, espressione ed informazione. "Il piccolo Naviglio" è il secondo romanzo scritto da Tabucchi, pubblicato dalla Mondadori nel 1978 e riedato dalla Feltrinelli nel 2013: non serve essere profondi conoscitori della sua opera per apprezzarlo, ma se vogliamo affrontare questa lettura dobbiamo sapere che si tratterà di un viaggio particolare, intriso di poesia e di favola. All'epoca Tabucchi era un autore ancora acerbo in cerca della sua identità, ma già possiamo intravedere i germogli della sua prosa, così simile a quella dei grandi autori sudamericani e portoghesi come Garcìa Marquez e l'amato Pessoa, una prosa carica di relazioni umane fatte di sogni e di tragedia, di solitudine interiore e di struggimento. Le metafore sono il motore della narrazione, che non scorre fluida e che spesso fa perdere a noi lettori il senso dell'orientamento, per poi farcelo ritrovare un attimo dopo. Per questo motivo il parallelismo con Cent'anni di solitudine appare così naturale ed evidente, perchè anche qui ritroviamo quei personaggi così fuori dagli schemi, quasi surreali, che hanno contraddistinto l'opera di Garcia Marquez: uomini in cerca della libertà, sognatori solitari, anime tormentate che  non si chiamano Aureliano bensì Sesto, e che non vivono nell'immaginaria Macondo ma in un piccolo paesino fatto di sassi ai piedi di una cava di marmo in Toscana, che all'inizio di questa storia era ancora un Granducato. Siamo infatti nella metà del XIX secolo quando fa la sua comparsa il capostipite della dinastia dei Sesto,  un giovane ossuto dai grandi baffi rossicci chiamato Leonida (o Leonido). Capitano Sesto, l'ultimo della dinastia, cerca di rimettere ordine tra i ricordi di sè stesso bambino e quello che grazie alle testimonianze più disparate riesce ad apprendere sulla storia della sua famiglia. Ripercorrerà a ritroso tutta la sua rotta, navigando al contrario lungo un immaginario naviglio, che è ben poca cosa ma appartiene solo a lui. E' un canale popolato  da strani oggetti che testimoniano l'esistenza di antichi legami, che raccontano avventure improbabili che pure gli appartengono, perchè fanno parte di lui. C'è, per esempio, un quaderno di ricette e rimedi scritto a mano e tenuto insieme da un fiocco rosso, come rossi furono i capelli di Sesto, di primo Sesto ed infine i suoi. Erosa dal tempo c'è anche una vecchia tromba per auto, rubata per scommessa e nascosta in un luogo segreto dover rimmarrà a giacere fino a quando Capitano Sesto non attraccherà con la sua nave carica di ricordi recuperati in quel paese fatto di sassi, nei pressi di una casa a cui fa da guardia un cane giallo. C'è un temperino con sopra inciso in nome di un hotel, in cui due sorelle gemelle identiche e bellissime diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, che non conobbe mai suo padre perché quell'uomo, capostipite di una dinastia di affaristi, per timore di non riconoscere chi fosse la vera madre preferì sparire nel nulla. Mentre Capitano Sesto compie il suo viaggio alla ricerca della proprie origini, sullo sfondo osserviamo impotenti la macchina del progresso che compie il suo inarrestabile percorso, così come fecero a suo tempo tutti i Sesti di questo collettivo di storie. Capitano Sesto e tutti i suoi ascendenti sono consapevoli di essere minuscoli granelli all'interno di un ingranaggio molto più ampio, ma nonostante questo sembrano essere estranei ai cambiamenti perché la loro natura di sognatori non ha mai permesso a nessuno di loro di aderire alla realtà così come la intendiamo noi.
L'intreccio narrativo è complesso ma Tabucchi non eccede mai e ci regala una prosa semplice,  fortemente poetica ma "terrena", con la quale riesce a raccontare insieme alle vicende dei Sesto anche la storia di un paese intero. Sullo sfondo di questa saga familiare scorgiamo il ritratto dei primi settantanni d'Italia: l'unità nazionale, il socialismo, l'avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione post bellica, le elezioni del 1948, la corsa al mattone e le lotte comuniste dei primi anni settanta. Tutto passa attraverso questa famiglia toscana, capitolo dopo capitolo, generazione dopo generazione.
 "C'è la Storia con la maiuscola, scriteriata fanciulla che reca festosa lutti e iatture; la storia senza maiuscole del nostro paese, per il quale continuo a nutrire la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è, mischiata a un senso di colpa per una colpa che non mi appartiene; la nostra lingua, che ho cercato di difendere scrivendola. E soprattutto c'è il fenotipo di molti miei personaggi a venire: un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Fedele, come ha detto un poeta, "alla parola data all'idea avuta". L'idea che noi siamo perché ci raccontiamo e che lui potrà esistere soltanto se riuscirà a raccontare la propria storia. ". Così scrive Tabucchi nella prefazione del romanzo, per spiegarci come mai, giunto ad un certo punto della sua vita, l'ultimo Sesto decide di autoproclamarsi Capitano di sè stesso e di ripercorre a ritroso il suo piccolo Naviglio, per scrivere quello che è stato, per ricordarlo, per farne parte. Poi, finalmente, quando di fronte alla casa paterna riuscirà a sciogliere tutti i nodi della sua esistenza, potrà  spiegare le vele e continuare il suo cammino.




TITOLO: IL PICCOLO NAVIGLIO
AUTORE: ANTONIO TABUCCHI
EDITORE: FELTRINELLI
PAGINE: 202


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venerdì 13 ottobre 2017

Recensione: Cujo, di Stephen King - Edizioni Sperling & Kupfer




"Cujo" è un romanzo che Stephen King diede alle stampe nel 1981, edito in Italia nello stesso anno. Essendo all'epoca solo seienne non mi preoccupavo ancora di chi fosse quest'uomo che sentivo nominare solo di tanto in tanto da mio fratello e mio cugino, e soprattutto cosa facesse per essere così famoso. Siamo in pieni anni 80 e King è all'apice del suo successo, con all'attivo libri fenomenali come Shining  e "Le notti di Salem": è, in poche parole, l'idolo della cultura popolare di quel periodo. Ed ora io, che l'ho scoperto solo con la maturità, sto cercando di leggere tutte le sue opere più datate, tra le quali non poteva mancare questo agghiacciante romanzo in cui l'orrore è rappresentato dal migliore amico dell'uomo: un cane domestico. E  questo lo rende ancora più terrificante. Ma procediamo con ordine: Cujo è il bizzarro nome del cane San Bernardo che da anni è il compagno fedele della famiglia Camber, un gigante buono con una stazza di quasi cento chili conosciuto da tutti gli abitanti dell'immaginaria cittadina di Castle Rock, nel Maine. Ha una natura docile e giocosa, e passa  tranquillamente le sue giornate  tra il capanno degli attrezzi di Joe Camber e la casa in cui la famiglia vive. Un giorno, rincorrendo un coniglio che  per sfuggirgli si intrufola in una tana di pipistrelli, viene morso sul muso da uno di questi. Purtroppo l'animale trasmette la rabbia a Cujo, che da placido cagnone dagli occhi buoni si trasforma poco alla volta in una belva feroce. La terribile malattia gli distrugge ora dopo ora il sistema nervoso centrale, rendendolo idrofobo ma al contempo terribilmente assetato, iper sensibile ai suoni acuti e ottenebrato da pensieri omicidi. Mentre Cujo avverte impotente questi cambiamenti verificarsi nel suo cervello, una diversa vicenda  sconvolge le mura domestiche apparentemente tranquille di un'altra famiglia, quella dei Tranton. Donna e Vic, marito e moglie, sono nel pieno di una crisi coniugale, che raggiunge l'apice nel momento in cui noi lettori iniziamo ad addentrarci nella storia. Vic scopre infatti che Donna l'ha tradito con un poco di buono del paese, un omuncolo da nulla che però scardina completamente un rapporto già traballante. Il loro bimbo di appena 4 anni percepisce il disagio dei genitori, nonostante essi cerchino in tutti i modi di rassicurarlo e proteggerlo. La sua mente infantile trasforma il dolore e la tensione che tutti stanno vivendo in incubi notturni ricorrenti, in cui crede di scorgere dentro al suo armadio un terribile mostro dagli occhi rossi. Pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione come solo King sa dispensare, i tragici destini dei Camber e dei Trenton convergeranno sotto l'impietosa violenza del San Bernardo. Entrambe le storie raggiugono il loro culmine  quando Vic  si trova fuori città per lavoro mentre Donna, insieme  al piccolo Tad, decide di portare la loro vecchia auto  all'officina di Joe Camber per farla riparare. Siccome gli incubi in cui ci getta King  sono sempre una reazione a catena di follia, l'autore deciderà di far fermare la macchina dei Trenton proprio lì davanti, oramai con il motore completamente in panne. Dove, completamente impazzito, si aggira Cujo con i suoi istinti sanguinari. Da questo momento in poi è come se la storia si congelasse in un unico, lentissimo fotogramma che ha come sfondo l'abitacolo di un'auto scassata. Le ore, addirittura i minuti vengono scanditi da un ritmo sempre più dilatato che tende l'angoscia come un elastico e risucchia in una voragine di terrore i protagonisti, istante dopo istante. Due sono gli elementi che mi hanno particolarmente colpito in questo romanzo: uno è il fatto che questa volta l'autore non ricorre ad elementi sovrannaturali per eviscerare le nostre paure (ricordiamolo sempre: King non insinua la paura in noi, ma sono le nostre paure a prendere forma leggendo quello che scrive) ma punta tutta la storia su qualcosa di molto semplice e naturale, ovvero una malattia diffusa e conosciuta come la rabbia. Qualcosa quindi di plausibile, di estremamente reale, che dimostra quanto la finzione narrativa sia spesso meno orrorifica della vita quotidiana.Stiamo parlando di un autore che riesce sempre e comunque  a disseminare nei suoi romanzi qualche colpo da maestro, quel guizzo geniale che lo contraddistingue e che non ci fa mai pentire dei soldi spesi per rincorrere la sua prolifica produzione: solo lui saprebbe dare forma ai pensieri di un cane il cui cervello si sta ottenebrando, rendendo quelle sensazioni talmente veritiere da far provare in chi legge una stretta al cuore. E' questo il secondo elemento che mi ha notevolmente impressionata, perché non solo chi scrive riesce a non scivolare nel ridicolo (se ci pensiamo bene, sarebbe bastata una parola di troppo) ma sono fermamente convinta che se un cane ammalato di rabbia avesse dei pensieri, e avesse potuto esprimerli, l'avrebbe fatto esattamente in quel modo. Noi lettori vediamo Cujo come un mostro ma al contempo, quando attraverso i suoi occhi un tempo così buoni assistiamo agli sforzi che inizialmente  compie per non attaccare nessuno della sua famiglia, proviamo compassione e tenerezza. Un prodigio tutto kinghiano, che ci dimostra ancora una volta quanto il confine tra il bene ed il male non sia mai così netto, anzi: è talmente labile e sottile che spesso non ci rendiamo conto di attraversarlo.
Un tradimento tra coniugi, un bambino in preda a brutti sogni, una famiglia piena di conflitti, una vincita alla lotteria, un'auto che ha bisogno di riparazione: sono tutti accadimenti comuni, sono storie di persone normali che ad un certo punto si trasformano nel peggiore degli incubi: l'orrore non si nasconde solo in crudeli assassini, in creature border line, zombie o anime possedute dal Male, ma 
può celarsi anche nella più banale tranquillità domestica. E' questo il messaggio, ed è quello su cui fa riflettere King. La paura del piccolo Tad, quel mostro che credeva di vedere nell'armadio con gli occhi infuocati, forse non è solo una innocua fantasia infantile quando è il proprio cane, un gigante dall'indole pacifica e adatto a salvare vite umane, a trasformarsi nel più crudele degli assassini. 
Ma è qualcosa di dannatamente reale.


TITOLO: CUJO
AUTORE: STEPHEN KING
CASA EDITRICE: SPERLING & KUPFLER
COLLANA: PICKWICK
PAGINE: 384



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lunedì 9 ottobre 2017

Recensione: il mio amico Maigret, di Georges Simenon - Edizioni Gli Adelphi



Il mio amico Maigret. Così recita il titolo, ovvio richiamo alla trama, che però sembra parlare anche di me. Chiunque sia un affezionato lettore del commissario più amato di sempre può ritrovarsi nella citazione, perchè oramai abbiamo imparato a conoscere Maigret così bene che prendere tra le mani un suo romanzo è come darsi appuntamento con  un vecchio amico. Una persona che ci piace nonostante tutto, che ci fa stare bene, con cui non vediamo l’ora di trascorrere qualche ora spensierata: è per questo che, ogni tanto, ho bisogno di tornare al Quai des Orfèvres, nell‘Ile de la Cité, nel cuore  della vita parigina degli anni quaranta. Questa volta però Simenon abbandona le atmosfere parigine e ci regala un’ambientazione inaspettata, trasportando le indagini nell’incantevole isola di Porquerolles, nel profondo sud della Francia.
La forza dei romanzi dedicati al Commissario Maigret risiede in due punti fondamentali: l’ambientazione, sempre particolarmente suggestiva, e lo spessore psicologico dei protagonisti. La trama e l’intreccio giallistico passano in secondo piano, perchè l’attenzione si sposta sempre verso l’aspetto umano più che su quello metodologico delle indagini. Simenon è stato l’autore che, negli anni trenta, ha rivoluzionato il genere del romanzo poliziesco: lo schema del giallo classico, tutto improntato sulla ricerca meticolosa del colpevole e sull’analisi minuziosa della scena del crimine,  viene abbandonato in favore di ambientazioni popolari e piccolo borhgesi, microcosmi proletari in cui sono gli esseri umani con i loro turbamenti ad essere scandagliati ed osservati, per arrivare infine a comprendre le motivazioni del delitto più che il movente in sè. Anche questa volta ritroviamo gli stessi elementi, amalgamati però in modo differente dal solito: il vero protagonista diventa il paesaggio isolano, che cattura i suoi avventori in un vortice di emozioni a cui nemmeno Maigret può sottrarsi. L’intreccio psicologico quasi non esiste, la trama è lineare e semplice, al punto che spesso durante la lettura non ci accorgiamo nemmeno che il commissario stia in realtà svolgendo un’indagine per omicidio: i colloqui sono scarni, rari, gli interrogatori rapidi e sembrano non portare a nulla, ancora più  del solito. I personaggi che incontriamo, seppur variegati, li abbiamo tutti più o meno già incontrati nella galleria umana di Simenon, ma questa volta anzichè sfuggire tra dimenticati bistrot della periferia parigina o lungo le strade della campagna francese sono tutti prigionieri della malìa dell’isola, che avvinghia e fa ammalare di “porquerollite”, come affermano gli abitanti stessi.
Maigret viene chiamato nel cuore del mediterraneo perché è stato assassinato un uomo, tale Marcelline, un malvivente da quattro soldi che la sera prima del delitto aveva dichiarato di essere amico del famoso commissario parigino. Maigret è ormai diventato un personaggio di spicco, uno che compare sui giornali nazionali e che fa molto parlare di sè per la brillante risoluzione di casi difficili. Addirittura la sua notorietà ha attravesato La Manica, destando curiosità persino tra i colleghi di Scotland Yard, che proprio nei giorni dell’assassinio decidono di spedire in visita al  Quai des Orfèvres il pari- grado commissario Pyke. Pyke viene accolto con sollecitudine dai colleghi francesi e messo alle costole di Maigret, affinché possa vedere con i suoi occhi in cosa consiste il suo tanto decantato metodo, che poi metodo non è.
Una volta approdato sull’isola Maigret si lascia completamente trasportare, vittima incosapevole di quella strana malattia che gli abitanti del posto conoscono così bene. Il porticciolo con le sue imbarcazioni turistiche, le barche tirate in secca dai pescatori che quando c’è il Mistral stanno tutto il giorno a cucire le reti, la piazzetta su cui si affaccia l’unico ritrovo del posto, “L’Arche de Noe”: con poche sapienti pennellate Simenon descrive un paesaggio che sembra sbucato fuori da un quadro impressionista, regalando al lettore intense suggestioni. Il Mistral se n’è andato lo stesso giorno in cui Maigret è sbarcato in quel luogo incantato, in cui il tempo  sembra avere  un respiro differente rispetto a quello che scorre a Parigi. Il tempo qui si dilata fino a farti dimenticare di vestirti per uscire dalla tua stanza d’albergo, ritrovandoti in ciabatte e veste da camera ad osservare il via vai del porto. E poi l’odore della domenica, un profumo di caffè e nostalgia che Maigret riconoscerebbe ovunque e che qui sull’isola è così amplificato da sconfiggerlo inesorabilmente, un sentimento languido a cui vorrebbe potersi abbandonare. Eppure,  tra quelle viuzze bianche rivestite di profumi mediterranei, è stato commesso un efferato omicidio. Ed il colpevole non se ne è mai andao. Si  aggira noncurante insieme agli altri abitanti dell’isola, trascorrendo oziose giornate al sole caldo della primavera provenzale, tra un bianchino consumato all’Arche de Noè ed una partita a petanque. Tocca quindi investigare, e quel che è peggio è che lo deve fare in presenza di Pyke, il quale forse si aspettava qualcosa di più da quel viaggio e invece gli tocca fare il turista. Perchè quando Maigret si mette all’opera non prende penna e taccuino e non scandaglia la scena del crimine come un radar, ma comincia ad osservare: scruta la varietà umana che per un motivo o per l’altro popola l’isola – ognuno con un buon motivo per restare ed altrettanti per andarsene – si immerge nelle atmosfere che lo circondano e si lascia guidare dalle sensazioni che gli arrivano fino a quando, finalmente, tutto gli sarà chiaro. Come si può spiegare all’inglese Pyke cosa è l’intuizione, e come arriva? ” Questo è il mio metodo”, gli spiega Maigret.  E noi, una volta di più, abbiamo la certezza che nulla come l’empatia verso i nostri simili sia la chiave per comprendere la complessità delle vicende umane.


TITOLO: IL MIO AMICO MAIGRET
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE:  GLI ADELPHI
PAGINE: 154

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